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La risposta
alla persecuzione

· Domenica 2 giugno a Blaij la beatificazione dei vescovi martiri Valeriu Traian Frenţiu e sei compagni ·

Nella storia del XX secolo è molto difficile trovare una persecuzione simile a quella scatenata in Romania dal regime comunista nel 1948 contro la comunità greco-cattolica. Prima della repressione nel paese essa contava circa un milione e cinquecentomila fedeli. Dopo cinquanta anni di persecuzione, i fedeli si erano più che dimezzati.

È in questo contesto che si inserisce il martirio dei vescovi Valeriu Traian Frenţiu, Vasile Aftenie, Ioan Suciu, Tit Liviu Chinezu, Ioan Bălan, Alexandru Rusu, e Iuliu Hossu che Papa Francesco beatifica, domenica 2 giugno, a Blaj, durante il viaggio apostolico in Romania. Frenţiu, Aftenie, Suciu e Chinezu morirono in carcere. Gli altri tre — Bălan, Rusu e Hossu — riuscirono a sopravvivere alla prigione, ma morirono a causa delle terribili condizioni in cui vissero durante il loro domicilio coatto.

Per comprendere il martirio di questi presuli occorre ricordare che già decenni prima della seconda guerra mondiale una parte della Chiesa ortodossa era tornata nella piena comunione con la Chiesa cattolica. In particolare, la formale unione della Chiesa greco-cattolica romena con la Chiesa di Roma avvenne nel XVIII, in un momento in cui la regione della Transilvania, liberata dal potere ottomano, si trovò sotto la dinastia degli Asburgo. Questa Chiesa venne chiamata “uniata”. La differenza tra greco-cattolici e greco-bizantini non è basata sul rito liturgico ma sull’aspetto strettamente dottrinale, perché i cosiddetti “uniati” greco-cattolici accolsero i quattro punti che erano all’origine dello scisma del 1054: il primato del Vescovo di Roma, il Filioque, il Purgatorio e la transustanziazione nell’Eucaristia. Il Concilio di Firenze (1431-1445) aveva decretato che se fossero stati accettati questi quattro punti dottrinali, i greco-ortodossi sarebbero stati in piena comunione con Roma, pur conservando la propria tradizione bizantina, con sacerdoti sposati, diversità di calendario, paramenti liturgici e altri aspetti.

Quando nel 1945 i comunisti filo-sovietici presero il potere in Romania, il primo ministro Petru Groza cercò di ridimensionare il ruolo e l’influsso della religione nella società. La sua attenzione si focalizzò più sulla Chiesa cattolica che non su quella ortodossa. In particolare, nei confronti della prima si comportò come aveva fatto Stalin con i greco-cattolici in Ucraina. Lanciando, cioè, una campagna di diffamazione contro il Vaticano e contro i cattolici, che venivano considerati come obbedienti a un potere straniero e imperialista, che aveva l’obiettivo di condizionare la situazione politica e sociale in Romania. La risposta dei vescovi e di tutta la Chiesa greco-cattolica fu la preghiera, l’unità di intenti e la fedeltà al Papa, senza nessuna esitazione. Il cammino verso il martirio non si consumò in un solo momento, ma fu progressivo, in conseguenza di un’unica e sistematica strategia di distruzione.

Il governo iniziò con il chiudere le scuole e i monasteri, confiscando tutte le proprietà della Chiesa. Nell’ottobre 1948 il regime convocò un “sinodo” del clero, dichiarando che si trattava di un incontro per rivedere l’unione con la Chiesa di Roma. Il sinodo aveva lo scopo di provocare la rottura della comunione con il Papa, attraverso il ritorno alla Chiesa ortodossa. Da un punto di vista ecclesiale non aveva alcun valore, perché non era stato convocato nessun vescovo, per cui alcuni sacerdoti che vi parteciparono, quando si resero conto di ciò che avveniva, abbandonarono l’assemblea.

Da quel momento, il governo ordinò che tutti i cattolici dovessero aderire all’ortodossia e il 1° dicembre 1948 decise di fatto di sopprimere la Chiesa greco-cattolica. I vescovi vennero arrestati e i monasteri chiusi e messi sotto il controllo della Chiesa ortodossa. I beni furono espropriati e divisi: le scuole furono poste sotto il controllo del ministero della pubblica istruzione e le proprietà ecclesiastiche furono incorporate dal ministero delle politiche agricole. La Securitate, la famigerata polizia segreta, con grande zelo cercò di raggiungere l’obiettivo della distruzione sistematica della Chiesa greco-cattolica e dell’eliminazione dei suoi pastori. Si voleva una “unificazione” forzata con la Chiesa ortodossa, sulla quale il partito comunista esercitava il controllo. In questo senso, non doveva rimanere traccia dei fedeli vincolati a Roma, tanto meno dei loro pastori. Tra quanti testimoniarono la fedeltà alla Chiesa cattolica vi furono proprio i sette vescovi martiri.

Valeriu Traian Frenţiu nacque a Reşiţa il 25 aprile 1875 da Ioachim, prete greco-cattolico, e Rozalia Demeter. Molto promettente negli studi e chiamato al sacerdozio, studiò nel seminario centrale di Budapest. Venne ordinato prete a Lugoj il 20 settembre 1898. Conseguito il dottorato all’Augustineum di Vienna nel 1902, gli vennero affidati vari incarichi nell’eparchia di Lugoj, tra i quali arcipresbitero di Cugir e vicario foraneo di Haţeg. Venne ordinato vescovo di Lugoj nel 1912.

Nel 1922 fu trasferito alla sede episcopale di Oradea. Si distinse per lo zelo apostolico nella costruzione di chiese, l’accoglienza di religiosi in diocesi, l’erezione del seminario e l’apertura di scuole confessionali. Nel 1940 dovette trasferirsi a Beiuş, perché con il trattato di Vienna, la Transilvania venne divisa tra Ungheria e Romania. Il territorio dell’eparchia di Oradea passò all’Ungheria e fu affidato a monsignor Iuliu Hossu, vescovo di Cluj-Gherla, come amministratore apostolico. Nel 1941, a causa della vacatio sedis nella diocesi d’Alba Iulia e Făgăra, ne venne nominato amministratore apostolico.

Agli inizi del 1947, quando l’eparchia di Oradea venne nuovamente a trovarsi in Romania, ne riprese la guida. Nel 1948 Pio xii lo elevò alla dignita arcivescovile ad personam. Fu attivo nel difendere la Chiesa cattolica dagli attacchi del regime comunista per mantenerla in comunione con la Sede Apostolica. Il 29 ottobre 1948 venne arrestato insieme agli altri vescovi cattolici. Prima fu portato a Dragoslavele, poi al campo organizzato presso il monastero ortodosso di Căldăruşani. Nel 1950 fu trasferito nel duro carcere di Sighet Marmaţiei. Si ammalò gravemente a causa delle condizioni di vita, privato di ogni assistenza medica. Morì l’11 luglio del 1952, assistito dai suoi confratelli vescovi.

Vasile Aftenie nacque a Lodroman il 14 luglio 1899 da Petru e Agafia Lita. Dopo gli studi superiori fu impegnato al fronte durante la prima guerra mondiale. Congedatosi, entrò nel seminario di Blaj nel 1919. Fu inviato a Roma per perfezionare gli studi teologici e nel 1925 conseguì il dottorato all’ateneo di Propaganda Fide. Venne ordinato sacerdote il 1° gennaio 1926. Tornato in patria, insegnò nell’Accademia teologica di Blaj. Nel 1934 ricevette la carica di protopresbitero a Bucarest. Nel 1940 fu nominato vescovo ausiliare di Alba Iulia e Făgăraş, dopo essersi distinto come canonico del capitolo di Blaj e rettore dell’Accademia teologica. La notte tra il 28 e il 29 ottobre 1948 fu arrestato e imprigionato nei sotterranei del ministero degli interni a Bucarest. Nel marzo 1950, durante gli interrogatori, a causa delle angherie, fu colpito da un ictus cerebrale. Morì il 10 maggio successivo nell’infermeria della prigione di Văcăreşti.

Ioan Suciu nacque a Blaj il 3 dicembre 1907 da Vasile, prete greco-cattolico, e Maria Coltor. Dopo gli studi primari e la maturità, decise di entrare in seminario. Fu inviato a Roma per conseguire il dottorato in filosofia e in teologia, che completò rispettivamente nel 1927 e nel 1932. Sempre a Roma fu ordinato sacerdote il 29 novembre 1931. Tornato in patria si distinse a Blaj come professore dei giovani delle scuole superiori e di quanti studiavano teologia in accademia. Nel 1940 venne nominato vescovo ausiliare di Oradea, dove rimase sei anni. Nel 1947 fu nominato amministratore apostolico di Alba Iulia e Făgăraş. Nel 1948 fu arrestato per tre volte. La terza e decisiva detenzione avvenne il 27 ottobre. Dopo la prigionia nel campo di Căldăruşani, venne portato nel penitenziario di Sighet, dove morì di fame il 27 giugno 1953.

Tit Liviu Chinezu nacque a Iernuţeni il 22 dicembre 1904 da Ioan Paul, prete greco-cattolico, ed Elena Ceuşan. Dopo la maturità, fu inviato a Roma per perfezionare gli studi. Conseguì il dottorato in filosofia all’ateneo di Propaganda Fide nel 1927 e la licenza in teologia all’Angelicum nel 1931. Nello stesso anno fu ordinato sacerdote a Roma. Si dedicò all’insegnamento e si distinse come ottimo professore di teologia. Fu nominato protopresbitero a Bucarest nel 1946 e, nel 1948, canonico a Blaj. Arrestato nella notte tra il 28 e il 29 ottobre 1948, venne condotto nel campo prigionieri di Căldăruşani, dove in segreto venne ordinato vescovo nel 1949. In quel momento offrì la sua vita per il Papa. Nel maggio del 1950, avendo rifiutato di abbandonare la comunione cattolica, fu trasferito presso il carcere duro di Sighet Marmaţiei. Ammalatosi gravemente, a seguito delle dure condizioni di vita, gli venne rifiutato ogni soccorso medico e nel momento della morte fu isolato in una cella. Era il 15 gennaio 1955.

Ioan Bălan nacque a Teiuş il 12 febbraio 1880 da Ştefan e da Anica Muntean. Dopo la maturità scolastica, entrò nel seminario di Alba Iulia e poi in quello centrale di Budapest. Nel 1903 a Blaj ricevette l’ordinazione sacerdotale. Nel 1906 conseguì il dottorato in teologia all’Augustineum di Vienna. Divenuto rettore dell’Accademia teologica e canonico a Blaj, gli fu affidato il delicato incarico di redigere il codice di diritto canonico orientale. Nel 1936 fu eletto vescovo di Lugoj. Venne arrestato il 29 ottobre 1948 e trasferito nel carcere di Sighet. Nel 1955 tre vescovi, tra i quali lo stesso Bălan, furono liberati e messi in domicilio coatto. Pur limitato nei movimenti e controllato, esortava e incoraggiava i fedeli greco-cattolici a professare pubblicamente la loro appartenenza ecclesiale e a organizzare la loro struttura di Chiesa greco-cattolica nella clandestinità. A partire dal 1956 fu nuovamente isolato dagli altri vescovi e inviato al monastero ortodosso di Ciorogârla, dove trascorse gli ultimi tre anni della sua vita. Fino al giorno della sua morte dovette subire incessanti pressioni perché rinnegasse la comunione con la Sede Apostolica romana e la fede cattolica. Il 7 luglio 1959 perse due volte conoscenza e, pur sottoposto a forte pressione, rifiutò di passare all’ortodossia e di ricevere in cambio qualsiasi trattamento medico. Questo accelerò la sua morte, che avvenne il 4 agosto del 1959.

Alexandru Rusu nacque il 22 novembre 1884, a Şăulia de Câmpie, da Vasile, prete greco-cattolico, e Rozalia Sabo. Dopo il conseguimento della maturità, nel 1903 entrò nel seminario della Chiesa di Alba Iulia e Făgăraş. Venne poi trasferito nel seminario centrale di Budapest. Conseguì il dottorato in teologia nel 1910 e divenne sacerdote nello stesso anno a Blaj. Si distinse come ottimo professore di teologia e scrittore di un giornale cristiano. Nel 1923 fu nominato canonico a Blaj e ordinato vescovo nel 1930. Il Sinodo del 1946 lo elesse quale primo candidato per diventare metropolita. Non poté esserlo a causa dell’opposizione del regime comunista. Venne arrestato la mattina del 29 ottobre 1948 con gli altri prelati. Subì le ristrettezze e le crudeltà della prigione di Sighet. Fu liberato nel 1955 e arrestato nuovamente l’anno successivo. Un processo-farsa lo condannò alla prigione a vita. Morì nel carcere di Gherla il 9 maggio 1963 in seguito a setticemia.

Iuliu Hossu nacque a Milaşu Mare il 31 gennaio 1885 da Ioan, prete greco-cattolico, e Victoria Măriuţiu. Dopo la maturità, conseguita nel 1904, venne inviato a Roma presso il Collegio Urbaniano per perfezionare gli studi teologici. Conseguì il dottorato in filosofia (1906) e in teologia (1910) all’ateneo di Propaganda Fide. Nel 1910 fu ordinato sacerdote a Roma. Gli vennero affidati vari incarichi nella curia di Lugoj.

Il 21 aprile 1917 Benedetto XV lo nominò eparca di Gherla, Armenopoli, Szamos-Ujvár dei Romeni. La sua scelta era stata suggerita dall’imperatore Carlo I d’Austria. Ricevette l’ordinazione episcopale il 21 novembre successivo dall’arcieparca metropolita di Alba Iulia e Făgăraş, Victor Mihaly di Apşa, concelebranti l’eparca di Gran Varadino (Oradea) dei Romeni, Demetriu Radu, e quello di Lugoj, Valeriu Traian Frenţiu. Fu una figura preminente negli avvenimenti dell’unione della Transilvania con il regno di Romania. Il 1° dicembre 1918 ebbe l’incarico da parte del Gran Consiglio nazionale romeno di leggere alle folle riunite nella Grande assemblea nazionale ad Alba Iulia la proclamazione dell’unione. In quell’occasione abbracciò il vescovo ortodosso Miron Cristea, futuro patriarca della Chiesa ortodossa romena. La dichiarazione d’unità di Alba Iulia fu poi consegnata al re Ferdinando I di Romania. Fu anche senatore del Regno. In questa sede difese la sovranità e l’integrità del paese contro il revisionismo del tempo. Fu anche membro onorario dell’Accademia romena. Il 5 giugno 1930 assunse il titolo di eparca di Cluj-Gherla. Tale cambiamento di titolo fu dovuto al fatto che la sede dell’eparchia era stata trasferita da Gherla a Cluj. Venne arrestato nella notte tra il 28 e 29 ottobre 1948. Dal 1950 al 1955 fu incarcerato nella prigione di Sighet. Venne liberato, ma costretto al domicilio coatto, subendo pressioni e vessazioni di ogni tipo. Morì il 28 maggio 1970 nell’ospedale Colentina di Bucarest a causa delle severe condizioni di isolamento. Il 22 febbraio 1969 Paolo VI volle creare cardinali i vescovi Hossu e Màrton, ma il governo romeno accettò solo la porpora di monsignor Màrton. Tuttavia il Papa nominò Hossu cardinale in pectore e ne rese pubblico il nome durante il Concistoro del 1973.

di Nicola Gori

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