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La riscoperta dell'autoformazione

· Nella preparazione al ministero sacerdotale ·

Indicendo l'Anno sacerdotale, Benedetto XVI l'aveva destinato «a promuovere l'impegno d'interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi». Paradossalmente la bufera abbattutasi su noi tutti negli ultimi mesi ha sottolineato dolorosamente l'attualità del desiderio del Papa e, per così dire, l'aspetto profetico della sua intuizione. Ecco, una cronaca dolorosa, ma non rifiutabile, che collaziona testimonianze di fatti detestabili e smaschera paternalismi talvolta poco lucidi, tenuta in continua pressione da un'aggressione globalizzata e non innocente, ci ha messi di fronte alla necessità di ripensare alcuni stili di rapporto ecclesiale e di formazione ecclesiastica.

Interrogati in questi giorni, molti seminaristi e giovani presbiteri dichiarano di ritenere che il punto decisivo della formazione sacerdotale sia la dimensione umana, e ciò è in qualche modo sorprendente: fino a poco tempo fa le risposte maggioritarie sarebbero state per la dimensione pastorale, oppure per quella spirituale. Forse non è senza significato che questa rinnovata attenzione alla dimensione umana della formazione sacerdotale ricuperi, di fatto, una scelta centrale e chiara del decreto sulla formazione presbiterale del Vaticano II Optatam totius (1965), ininterrottamente confermata dal magistero ed elaborata con sistematicità da Giovanni Paolo II nell'esortazione apostolica postsinodale Pastores dabo vobis (1992).

Fare dell'attenzione alla dimensione umana il catalizzatore della formazione sacerdotale non significa abbassare il livello dell'intelligenza teologica e della maturità spirituale e ascetica, che ci si aspetta da candidati al sacerdozio e giovani presbiteri, ma proprio l'esatto contrario. Si tratta della richiesta di saper decidere, nella concretezza delle situazioni e con assoluta generosità personale, il modo in cui spendersi con radicalità e abnegazione. L'intelligenza teologica di un pastore, una spiritualità ministeriale adeguata ai tempi, una pastoralità efficace e non posticcia possono fiorire solo se sono innestate su un tessuto sano e vigoroso di umanità. Il discernimento del popolo di Dio che apprezza — nonostante gli inevitabili limiti, talvolta anche non lievi — la solidità dei suoi pastori, mostra bene l'opportunità e la concretezza di questa impostazione.

In una società in cui la Chiesa non appare più, alla fine dei conti, come la maggioranza decisiva, la qualità umana dei credenti è la risorsa terrena più efficace per l'evangelizzazione. Ciò vale in particolare per i sacerdoti, e incide in misura veramente rilevante sull'efficacia concreta del ministero e sulla luminosità del celibato ecclesiastico.

Per mettere la dimensione umana al centro della formazione seminaristica e sacerdotale, da alcuni anni al Collegio Capranica abbiamo ricuperato il termine «autoformazione» (Romano Guardini). La persona deve diventare sempre più consapevole d'essere essa stessa il centro delle scelte formative che la fanno crescere. Soltanto rispondendo alle situazioni incontrate e inserendosi con sempre maggior forza e consapevolezza nella tradizione, che viene conosciuta sempre più proprio negli anni giovanili dedicati in larga misura allo studio, l'uomo sceglie le dimensioni che «vuole» assumere. Senza mettere al centro la responsabilità della persona per se stessa, non si può raggiungere la qualità massima — con parola biblica si potrebbe dire la sua «santità» — possibile a un determinato uomo concreto.

Maturare nell'«autoformazione» significa imparare a interagire con situazioni sempre nuove utilizzando la ricchezza delle proprie doti e convinzioni, e verificando la bellezza e la forza della tradizione che si sta assimilando. La grande sfida educativa dei seminari è formare un presbitero capace di discernere la complessa realtà, un uomo idoneo a muoversi nelle intricate esigenze pastorali attuali senza finire in qualche trappola. Tanto più che non sono del tutto prevedibili le situazioni in cui i nostri attuali alunni vivranno la maturità del loro sacerdozio.

In una fase di crescente secolarizzazione culturale, mentre la Chiesa sembra abbracciare essa stessa una realtà in qualche modo plurale, segnata da differenti modi d'aggregazione e da spiritualità non sempre componibili, il presbitero dovrà avere maturità e intelligenza idonee a conservare la propria identità teologica e a promuovere, anche a partire da essa, l'unità ecclesiale reale. Il vero presbitero dovrà saper discernere con autorevolezza l'autenticità dei carismi di quanti vivono con lui, valorizzando ciò che è consistente, ma smascherando anche possibili ambiguità. L'impresa di annunciare con trasparenza e credibilità Gesù e il Vangelo, può riuscire solo a uomini umanamente forti e duttili, educati a reagire alle novità e a essere in grado di collegare, con intelligenza e in maniera sostanziale, il presente e il futuro nel continuum della tradizione autentica e irrinunciabile della Chiesa.

L'idea dell'«autoformazione» non è un alleggerimento del ruolo dei responsabili della formazione. Essa comporta un lavoro ininterrotto di personalizzazione del rapporto, d'aiuto a leggere il presente, di stimolo all'assimilazione della tradizione. La scommessa è di riuscire a dialogare educativamente con la persona in formazione qualunque cosa si presenti nell'ambiente e, non meno, qualunque cosa esca dal suo cuore. Proponendo i valori della formazione non principalmente a partire dall'astratto delle regole, ma dal concreto di quanto la persona progressivamente scopre di sé e del suo mondo, si dovranno affrontare necessariamente luci e varie ombre.

Un'«autoformazione» che guidi a dare il meglio di quello che una determinata persona concreta può fare per il Vangelo, per gli uomini e per la Chiesa ha bisogno di un'ecclesiologia autentica ed esigente, verificata in un'esperienza di vita comune in cui la persona è necessitata a riconoscersi anche nelle valutazioni degli altri. Forse si deve trovare l'accordo tra l'ottimismo di o quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum e il realismo del vita communis maxima poenitentia . Si può procedere a una sana autoformazione solo nel contesto di robuste conoscenze teologiche e giuridiche, come anche nel concreto di una comunità ecclesiale di crescita.

Oggi si sente parlare di «autoriforma» della Chiesa. Forse lo stile dell'autoformazione potrebbe esserne una premessa idonea, negli anni della preparazione al ministero sacerdotale per entrare nella spiritualità di un' Ecclesia semper reformanda . Solo dove emergono i veri limiti e le difficoltà della persona di fronte alla grandezza della vocazione sacerdotale, con tutti i suoi molteplici impegni e con le sfide non declinabili, lì comincia l'opera di educazione e formazione più reale e consistente. Laddove la formazione si riducesse a elegante adattamento stilistico della superficie, le asprezze della vita e del ministero potrebbero portare a tardive scoperte finanche inquietanti.

La situazione attuale ci ha messo in un travaglio, che addolora e ferisce ma che certo non ci spaventa. Noi sappiamo che anche questa prova non è nascosta agli occhi del Signore e che Cristo, Sposo della Chiesa, se ne servirà come di un lavacro per la nostra purificazione. Agli occhi del Signore la Chiesa è davvero preziosa, se la lascia collocare in un crogiuolo dal quale i sinceri e i coraggiosi usciranno più puri.

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17 agosto 2019

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