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Per la rinascita
della Siria

La guerra che da sette anni devasta la Siria, insieme al mezzo milione di morti e più di metà della popolazione sfollata, ha disgregato la convivenza civile e minato la coesistenza tra le popolazioni. Il rischio concreto che il cristianesimo si ritiri dalla terra che ne generò la diffusione, ne è un esempio lancinante. È una guerra che si combatte ancora con armi anche estreme e scontri efferati, ma che invece si deve sconfiggere con le armi non violente dello sviluppo, dell’informazione, della cultura, della salute e dell’alimentazione, come mostra il rapporto sugli interventi umanitari di 84 istituzioni ecclesiali prodotto dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale diffuso il 13 settembre in un incontro all’Urbaniana. Il caso esemplare delle azioni siriane nel 2017, che il documento raccoglie, comprende un impegno finanziario aumentato a oltre 100 milioni di dollari (286 milioni nei paesi dell’area), aiuti che diminuiscono per quanto riguarda gli interventi di emergenza e si spostano sempre più verso l’istruzione e il sostegno alla rinascita civile.

Bisogna fare ogni sforzo per sostenere le aree agricole, le più danneggiate, perché è lì che si gioca il futuro. La Siria era un paese agricolo, dunque colto, che l’abbondanza di cibo rendeva uno storico esportatore nei paesi arabi. La devastazione delle campagne e dei villaggi rurali è iniziata con la lunga siccità determinata dai cambiamenti climatici e con le migrazioni, poi con le prime rivolte, su cui si innestarono via via interessi internazionali e la guerra.

Di oltre 22 milioni di siriani restano nelle zone di origine 11,5 milioni di abitanti, soprattutto nelle città più presidiate e sicure, dove è aumentata la pressione demografica con oltre 6 milioni di profughi. Il rapporto sulla sicurezza alimentare in Siria della Fao e del Programma alimentare mondiale rileva che nel 2016 la coltivazione del grano è stata di 1,5 milioni di tonnellate rispetto ai 3,5 milioni medi annui degli anni precedenti la crisi. Degli 1,5 milioni di ettari coltivati ne sono rimasti novecentomila, ma con scarse rese: le piogge sono ormai irregolari soprattutto nelle province martiri di Aleppo, Idlib e Homs. Le zone fertili restano nel nord est, dove scorre l’Eufrate e le precipitazioni sono ancora regolari, zone che restano però insicure da coltivare e il cui raccolto non può essere distribuito, perché sono saltate le infrastrutture. La popolazione siriana a occidente sopravvive con le importazioni di generi alimentari, ma i prezzi della farina sono aumentati di cinque volte rispetto al 2012 e la cultura alimentare che unisce il paese è a rischio.

Incombe la disgregazione sociale dell’anima rurale siriana, e anzi può diventare irreversibile: le separazioni tra gruppi religiosi hanno generato ferite profonde, le risorse genetiche agricole tradizionali sono state erose e si rischia una dipendenza dall’esterno, le terre e i mezzi produttivi vengono venduti per sopravvivere e la famiglia rurale, spesso ormai di sole donne coi figli, rischia l’estinzione.

La ricostruzione è stimata in 250 miliardi di dollari, mentre il pil annuo nel 2017 è passato dai 60 miliardi di dollari prima della guerra ad appena 12 miliardi. Dove c’è penuria di risorse materiali emerge però la forza delle risorse spirituali. Secondo il rapporto occorre fare affidamento su istruzione, sanità, rilancio del tessuto sociale, programmi di sviluppo agricolo, rafforzamento delle capacità locali, comunità di accoglienza, istituti religiosi e collaborazione tra le religioni, protezione legale, comunicazione e partecipazione dell’opinione pubblica mondiale. È proprio dalle aree rurali che bisogna ripartire adesso, con un’agricoltura contadina, agroecologica e cooperante, che richiede pochi stimoli finanziari ed energetici e microinfrastrutture. La cultura della convivenza sarà sostenuta dalla cura della terra e dell’essere umano, con cui nutrire le giovani generazioni delle campagne, che in futuro ricostruiranno le sorti della Siria.

di Carlo Triarico

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23 maggio 2019

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