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La rete di Caravaggio

· Nella Roma di fine Cinquecento ·

In questa fine d’anno 2017, proprio intorno al quinto centenario della Riforma luterana, ben tre mostre, seppure non coordinate programmaticamente fra di loro, offrono spunti di grande interesse sulle arti in Italia dopo il concilio di Trento: Dentro Caravaggio (Milano, Palazzo Reale, 29 settembre 2017 - 28 gennaio 2018), Il Cinquecento a Firenze (Firenze, Palazzo Strozzi, 21 settembre 2017 - 21 gennaio 2018) e Bernini (Roma, Galleria Borghese, 1 novembre 2017 - 4 febbraio 2018). 

«Marta e Maria Maddalena» (1598-99)

Se riflettiamo al ruolo di raccordo fra Milano e Roma che i cardinali arcivescovi di Milano Carlo e Federico Borromeo esercitarono proprio nei decenni tra la fine del concilio tridentino e l’affermarsi del Barocco a Roma; se consideriamo le origini parentali di Gian Lorenzo Bernini (padre toscano, madre napoletana) e le vicende di Galileo Galilei fra Toscana e Roma; se, infine, consideriamo quanto il milanese Michelangelo Merisi abbia significato per le arti a Roma intorno agli anni del giubileo del 1600, prima di fuggire nel Regno delle due Sicilie e a Malta, ci rendiamo ben conto di come il tradizionale approccio degli studi di storia dell’arte per scuole regionali non basti — soprattutto nel periodo in questione — a dar conto di fenomeni letterari, musicali, politici, spirituali, scientifici, artistici profondamente innovativi, assai diversi anche per localizzazione, eppure strettamente fra loro connessi e da valutarsi necessariamente in una prospettiva interdisciplinare, avendo quasi sempre a riferimento banchieri, mecenati, committenti, collezionisti e anche giuristi di grande rilievo nell’organizzazione e nella vita ecclesiastica post-tridentina, governata proprio da Roma: vera communis patria anche per gli artisti.
La mostra milanese su Caravaggio è in effetti esito di una lunga ricerca sia scientifica sia archivistica che, sebbene sviluppatasi in gran parte dal 2009 su documenti e dipinti prevalentemente di Roma, apre ormai interrogativi sulla giovinezza di Merisi, che soltanto a Milano potranno cercare risposta. Infatti, spostandosi in avanti, al 1595, l’arrivo di Caravaggio a Roma da Milano a causa forse di un’accusa di omicidio e dunque all’anno successivo la datazione delle sue prime opere note, rimane nella biografia di Caravaggio un vuoto importante di circa sette anni, dopo la fine del suo apprendistato milanese (1584-1588) presso il pittore Simone Peterzano, un bergamasco appassionato di Tiziano Vecellio, suo maestro.
L’infanzia del resto era verosimilmente trascorsa dapprima a Milano, fra la nascita (1571) e il 1577 (allorché restò orfano di padre), e poi a Caravaggio, dove i genitori e i nonni di Michelangelo godevano di fiducia e protezione da parte del feudatario del luogo, Francesco Sforza, e soprattutto di sua moglie Costanza Colonna, cognata di Carlo Borromeo, la quale si sarebbe poi recata a Roma e più tardi, nel 1607, a Napoli. Colpisce naturalmente questo parallelismo fra gli spostamenti di Caravaggio e quelli di Costanza Colonna, la cui famiglia ospitò il pittore nei feudi a sud di Roma, allorché egli ebbe bisogno di protezione dopo ripetute carcerazioni e l’omicidio di Ranuccio Tomassoni nel 1606; tappe cui seguì, peraltro, il trasferimento a Napoli e a Malta, fino alle ultime migrazioni siciliane e alla misteriosa morte su un lido tirrenico nel 1610. Ma l’evidenza documentaria di prove che dimostrino Caravaggio costantemente protetto dai Colonna, nonostante numerosi indizi, ancora ci manca.
Certo è che Merisi, sebbene perseguitato dalla sua stessa indole collerica e continuamente colpito da provvedimenti di reclusione e condanne, seppe tuttavia generare anzitutto a Roma una svolta tanto imprevedibile quanto assolutamente pregnante e di successo nella pittura degli anni a ridosso del giubileo del 1600: un evento che cadeva in un momento di profondo e fervido rinnovamento teologico e pastorale della Chiesa cattolica, sotto l’influsso di campioni della fede diversamente straordinari, taluni scomparsi da poco. Tra questi è facile ricordare Ignazio di Loyola e soprattutto un grande amico di Carlo e Federico Borromeo: Filippo Neri, morto l’anno stesso in cui presumibilmente Merisi arrivava a Roma dalla Lombardia, forse dopo esperienze che da Bergamo potevano averlo condotto a conoscere la pittura bresciana e di area veneta, come per primo suggerì Roberto Longhi, curatore proprio a Palazzo Reale nel 1951 della prima grande mostra su Merisi.
Le ricerche alla base di questa nuova mostra nel medesimo luogo, curata da Rossella Vodret con un prestigioso comitato scientifico, trovano ampio resoconto e nuove sintesi nel catalogo e nell’e-book che lo accompagna (Skira), oltre che in pannelli didattici con immagini dinamiche e video, opportunamente collocati in mostra in modo da non interferire con la visione dei dipinti.

Risulta confermata la complessa rete relazionale del Caravaggio con esponenti dei più diversi strati sociali, salvo importanti precisazioni riguardo a tempi, circostanze, persone: amici, nemici, committenti, collezionisti. La densità impressionante dei suoi rapporti con la più avanzata dimensione intellettuale, sociale, economica e spirituale del momento a Roma è espressa dal calibro di personaggi tutti residenti in una piccola porzione di città: il cardinale Del Monte a Palazzo Madama, il Giustiniani subito accanto, i Mattei, i Crescenzi; e, naturalmente, pittori e mercanti fra via della Scrofa, Sant’Agostino, piazza Navona, San Luigi dei Francesi; ai quali forse potrebbero aggiungersi, almeno per supposizione, gli Altemps (che ospitavano i Borromeo quando erano a Roma) e Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, protettore di Galileo Galilei come il cardinale Del Monte.

di Pietro Petraroia

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24 agosto 2019

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