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La responsabilità del consiglio

· ​A colloquio con il cardinale Renato Corti vescovo emerito di Novara ·

Protagonista di una stagione feconda della Chiesa italiana, riconosciuto maestro di formazione e di spiritualità, Renato Corti vive oggi una nuova «responsabilità» dopo la porpora cardinalizia conferitagli da Papa Francesco. «Oso darle un nome: consigliare» confida in questa intervista all’«Osservatore Romano», sottolineando che si tratta di «un compito non semplice» da vivere soprattutto in spirito di preghiera e di amore alla Chiesa. Un’occasione per ripercorrere alcune delle tappe più significative della sua vita, a cominciare dall’esperienza al fianco del cardinale Martini durante gli anni Ottanta nell’arcidiocesi di Milano.

Con Carlo Maria Martini durante  il ministero svolto nell’arcidiocesi di Milano

È rimasto sorpreso quando ha saputo della sua nomina cardinalizia?

Sì, molto. E dopo due mesi la sorpresa rimane. Ma comprendo che il 19 novembre scorso — mentre stavo in ginocchio davanti al Papa, sull’altare della Cattedra, ed egli mi premeva sulla testa la berretta cardinalizia e mi metteva al dito l’anello — non mi regalava una onorificenza. Piuttosto mi metteva in cuore una responsabilità. Oso darle un nome: consigliare. Compito non semplice e da intendere, anzitutto, come dono da chiedere allo Spirito santo nella preghiera. Invito forte a esprimere, pure in questo modo, un grande amore alla Chiesa. Indicazione della percettività come scelta di metodo di fronte a ciò che è in calendario e anche a proposito degli imprevisti, talvolta molto importanti. Sollecitazione a garantire, tra un’azione e l’altra, il tempo necessario per riflettere.

Lei è sempre stato impegnato nell’ambito della formazione dei preti. Crede si possa fare di più in questo campo?

Non si è mai fatto abbastanza. Bisogna sempre rivedere con coraggio quale e quanta cura si ha di loro. Peraltro, in qualche misura tutte le diocesi lo stanno facendo. È facile criticare i preti, anche se talvolta le critiche sono fondate. Ma bisogna anzitutto amarli. Star loro vicini con affetto. Avere grande stima del loro compito. Favorire l’equilibrio complessivo della loro personalità tra lavoro, riposo, silenzio, preghiera, studio. Non abbandonarli mai. Interpretare eventuali tempi di crisi come chiamata a una più grande fraternità. Intanto ringrazio Dio che ci dona, in ogni stagione, preti di qualità. Sono coloro che, con le parole di Paolo, possono dire alle loro comunità: «Noi siamo i vostri servitori per amore di Gesù». Essi riconoscono, come cuore del loro ministero, la “relazione” personale con il Signore Gesù. Sono i preti che rimangono sempre disponibili a servire la Chiesa dovunque essa chieda di andare. Sono quelli che si pensano come chiamati a una grande paternità, si interpretano unicamente come messaggeri del Vangelo, sono pronti a prendersi cura di ogni uomo perché il Vangelo è un grande dono per tutti, trasfondono nelle loro comunità un grande fervore missionario. Questi preti sono forti segni di speranza per il futuro della Chiesa. Faccio un passo indietro. Non vi è dubbio che Dio continui a chiamare. Siamo invitati da Gesù a pregare «il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe». Questa supplica va bene intesa: essa coinvolge chi la compie. Fatta da un ragazzo o da un giovane conduce a dire: «Signore, se vuoi, eccomi: manda me»; espressa da una mamma può essere ispirata da Maria: «Si compia in me — e nei miei figli — la tua parola»; nello sguardo di un prete significa: «Signore, fammi intuire sul volto di coloro che mi sono affidati i segni della tua chiamata a vivere la fede come dedizione totale alla causa del Vangelo».

di Nicola Gori

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23 agosto 2019

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