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​La responsabilità
che spetta alla norma religiosa

Il 31 luglio 2001 il terzo millennio si aprì con una decisione storica della Corte europea dei diritti dell’uomo. Un mese e mezzo prima dell’attacco alle Torri gemelle di New York, i giudici di Strasburgo respinsero il ricorso del partito della prosperità turco, il Refah Partisi, vincitore delle elezioni e disciolto dalla Corte costituzionale di Ankara. Secondo i giudici il partito dell’allora sindaco di Istanbul Erdoğan progettava il ritorno alla legge islamica, alla sharia, e dunque rappresentava una minaccia per la laicità. La Corte europea ritenne tale progetto incompatibile con i diritti umani. I giuristi europei applaudirono una decisione che tutelava il monopolio statale sul diritto; i giornali francesi e italiani salutarono la vittoria dello Stato laico. Sedici anni dopo, la Corte europea è di nuovo di fronte alla sharia. Nel 2008, alla morte del marito, una cittadina greca ha ereditato l’intero patrimonio dell’uomo, secondo l’espressa volontà di lui. Le sorelle del marito si sono opposte. In quanto appartenente alla comunità islamica di Tracia — dunque secondo il trattato di Losanna che mise fine al conflitto greco-turco nel 1923 — soggetta alla sharia in materia di diritto di famiglia, la donna non aveva diritto all’intera eredità ma soltanto a un quarto del totale. I giudici greci hanno dato ragione alle sorelle. Si applichi la sharia quale interpretata dall’unica autorità competente, ovvero il mufti di Komotini il quale ha definito la sharia come «l’insieme delle giuste regole di Dio su come dovremmo vivere le nostre vite». La sessantacinquenne Chatitze Molla Sali si è rivolta alla Corte di Strasburgo. Il ricorso della donna è stato ritenuto ammissibile dai giudici l’8 giugno scorso. Si attende ora la sentenza. Per il valore di principio che essa avrà, la decisione è stata deferita alla Grande camera, l’istanza superiore della Corte di Strasburgo.

Statua allegorica della giustizia  (Francoforte, Germania)

Molte cose sono cambiate dal 2001 a oggi. La questione della sharia si è fatta sempre più ingombrante, in Occidente e nel mondo intero. Mentre la stampa riferiva del deferimento alla Grande camera del caso greco, il 10 giugno avevano luogo manifestazioni “anti-sharia” in una trentina di città degli Stati Uniti. Intanto, in nome della sharia, un uomo e una donna conviventi senza essere sposati erano lapidati a morte in Mali e due uomini gay venivano fustigati nel cortile di una moschea in Indonesia, sotto gli occhi di un folto pubblico. Ancora, il 22 agosto scorso la Corte suprema di New Delhi, competente per l’applicazione del diritto di famiglia islamico ai musulmani indiani, ha dichiarato contraria alla Costituzione la pratica del divorzio istantaneo mediante la ripetizione per tre volte della parola talaq, divorzio in arabo. La sharia è dunque divenuta una grande questione del nostro tempo. Si misura con essa la comunità globale: i musulmani che ne interpretano, rispettano o violano i precetti e i non musulmani che beneficiano o soffrono delle conseguenze; chi vive in terra d’islam e chi è altrove a contatto con minoranze islamiche, in Cina e in Francia, in Sud Africa e in Canada.
La sfida della legge islamica è duplice. Da un lato, la sharia sfida la pretesa dello Stato di detenere il monopolio della norma, o almeno di essere superiore a ogni altro sistema normativo. In tal senso la sharia sfida anche l’eguaglianza dei cittadini, giacché essa implica uno status giuridico differenziato per i musulmani e per le altre comunità. L’Impero ottomano ha incarnato storicamente l’esempio più significativo. Ancora oggi, in Libano, Israele, India, Indonesia e altri paesi, almeno in materia di matrimonio, filiazione e successione lo Stato applica ai musulmani non una legge civile eguale per tutti i cittadini, ma la legge islamica. Avviene lo stesso negli stati islamici moderni in cui si sono fusi elementi giuridici islamici e il modello giuridico occidentale dominante al tempo dell’indipendenza. Dall’altro lato, la sharia si fonda su presupposti, valori, esperienze e meccanismi diversi da quelli condensatisi nel diritto liberal-democratico: chi l’applica di fatto, e chi ne chiede il riconoscimento in diritto, si scontra spesso con le conquiste della civiltà giuridica occidentale, a cominciare dai diritti umani.
Entrambe le sfide, quella che attiene alla struttura della sharia e quella che riguarda i suoi contenuti, si declinano in modo diverso in terra d’islam e in terra occidentale. Nei paesi arabo-musulmani, dove i fedeli del Profeta sono maggioranza, è in questione quanto il diritto dello Stato debba identificarsi con la sharia e, contestualmente, quanto la sharia debba statalizzarsi. L’Egitto è un esempio del primo tipo; negli ultimi decenni il paese ha infatti progressivamente incorporato la sharia nel diritto pubblico. L’Isis, Stato islamico di Siria e Iraq, è un esempio del secondo tipo: in esso il potere islamico si struttura come Stato sul territorio trasformando la sharia in diritto statale. In entrambi i casi, il richiamo alla sharia è parte integrante della mitizzazione dell’islam come fattore di riscatto delle masse umiliate, di preservazione del maschilismo e sfogo della frustrazione sessuale, di legittimazione del femminismo col velo, di vettore di mobilitazione popolare e fondamento del governo politico. In particolare presso le giovani generazioni la sharia è tanto più mitizzata quanto maggiore è l’ignoranza della complessità storica, geopolitica e sostanziale del diritto islamico, e quanto minore è la capacità della sharia stessa di rappresentare un riferimento spirituale e morale.
La questione è non meno grave in Occidente, dove l’obbedienza alla sharia è per tanti musulmani una questione di valori, di identità, di affetti, di interessi; e di concorrenza con un diritto statale troppo permissivo — “non voglio che mia figlia eserciti i diritti che lo Stato le riconosce” — oppure esigente — “non voglio che lo Stato mi imponga di pagare gli alimenti alla mia ex” — rispetto alla legge islamica. In Europa i musulmani sono una minoranza in crescita che si prevede raggiungerà il dieci per cento della popolazione nel prossimo quarto di secolo. La pretesa di vivere secondo la sharia trova accoglienza grazie all’alto standard di libertà religiosa — in nome della quale i diritti religiosi sono ampiamente garantiti — e ai principi di pluralismo e di tutela della diversità e delle minoranze cui si sono ispirati le politiche e i diritti in Europa. Gli europei sanno che una vita secondo la sharia può avere le manifestazioni e gli esiti più diversi. Sono secondo la sharia l’educazione e la solidarietà, la preghiera e la tolleranza; sono secondo la sharia l’oppressione e la violenza. Esiste una sharia dell’orrore che taglia gole e teste, esiste una sharia della responsabilità che unisce famiglie e regge comunità. Tanti leader politici e religiosi e intellettuali dividono l’islam della sharia buona dall’islamismo della sharia cattiva; tuttavia nella Umma, nella comunità islamica planetaria, i transiti dall’una all’altra sharia, le zone grigie, le contraddizioni sono all’ordine del giorno. Le liberal-democrazie sono strette tra l’accusa di islamofobia neocoloniale e il rischio di lasciar spazio a condotte contro la legge, come la violenza contro le donne, o i costumi, come il porto del velo integrale; lo scontro tra chi osserva la sharia e la società occidentale è tanto maggiore quanto più la legge dell’islam è codificata da comunità insulari, capaci di imporre norme di condotta mediante la pressione sociale e il controllo del territorio. D’altronde il diritto occidentale è evoluto in una direzione sgradita a settori significativi delle stesse comunità cristiane, figuriamoci per chi si considera un osservante della sharia: ad esempio sul matrimonio tra partner dello stesso sesso. Se dunque la sharia sfida il diritto occidentale con le sue norme contrarie alla parità tra uomo e donna, il diritto occidentale sfida la sharia con la promozione dei diritti delle donne, dei minori, degli animali e degli omosessuali. Esemplifica la duplice sfida di struttura e di contenuto, in terra d’islam e in Occidente, la battaglia di Chatitze Molla Sali, non a caso al confine tra Grecia e Turchia: i principi religiosi generali interpretati da un mufti valgono più della volontà di un privato raccolta da un notaio; il legame parentale di sangue prevale sul vincolo coniugale; famiglia e comunità religiosa contano più dell’individuo e dello Stato.
La questione della sharia è diversa in terra d’islam e in Occidente. I due contesti sono tuttavia profondamente intrecciati, dipendono l’uno dall’altro e si influenzano reciprocamente. Attraversano le frontiere l’interpretazione delle fonti e il controllo del sapere, la formazione degli imam, i flussi della finanza islamica, i pareri legali in forma di fatwa online, il commercio halal, il traffico dei figli e delle spose, la competizione tra scuole e correnti, i pellegrinaggi, le migrazioni e i viaggi verso la guerra santa. Nella sua diversità e nella sua unicità, la sharia è l’acqua che bagna i tanti fiumi delle comunità locali e l’unico mare della Umma. Perciò i confini sono mobili e le influenze dinamiche: tra musulmani; tra musulmani e non musulmani; all’interno dell’islam; tra islam e altre fedi; tra islam e culture. È frutto di questo scambio la sharia. Nelle sue piccole e grandi manifestazioni.
Se la sharia è assurta a snodo cruciale del nostro tempo è perché incombe sulla norma religiosa una grande responsabilità nella costruzione di un nuovo ordine mondiale. La legge islamica sta all’intersezione tra la storia e il futuro, tra un mondo in contatto con il trascendente e un mondo in cui Dio non è più scontato, tra le regole della comunità dei credenti e le regole della società complessa, tra il diritto di una nazione e il diritto dell’umanità, tra una fede sostituita dai precetti e un precetto strumento della fede. In tal senso i fallimenti della sharia sono i fallimenti dei musulmani, certo, ma anche dei credenti, e di tutti gli uomini. Il diritto degli stati, i diritti umani, gli altri diritti religiosi guardano alla sharia: la influenzano e ne sono influenzati. Se essa lapiderà l’adultera oppure soccorrerà l’orfano, se alimenterà frustrazioni e degrado oppure spingerà a una vita morale, se rinchiuderà la libertà in una gabbia di norme o se conterrà norme che fanno liberi, non ne andrà soltanto dell’islam. Risulterà vana la sicumera di chi si accontenta di imputare il fallimento della sharia alla fondamentale fallacia del Profeta e dei suoi seguaci. È quanto abbiamo compreso nel primo scorcio del terzo millennio. Nella parabola che ha condotto dallo scioglimento del partito islamista turco ratificata a Strasburgo al soffocamento della libertà in Turchia; dalla sharia jihadista di chi ha attaccato le Torri gemelle a quella di chi schiaccia la folla a Nizza, Berlino, Londra, Stoccolma e Barcellona; dalla battaglia contro il divorzio istantaneo in India e quella di Chatitze Molla Sali perché si rispetti la volontà del marito.

di Marco Ventura

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06 dicembre 2019

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