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La Repubblica Centrafricana
tra violenza e speranza

· Intervista all’arcivescovo di Bangui, cardinale Dieudonné Nzapalainga ·

Quasi mille sfollati sono tornati alle loro case grazie ai fondi messi a disposizione dalla Santa Sede. E circa diecimila hanno lasciato il Carmelo di Bangui a inizio marzo. Altri — molti dei quali ospitati nelle strutture della Chiesa — stanno un po’ alla volta tornando alla normalità delle loro vite dopo oltre quattro anni di violenze. Sono notizie positive quelle che arrivano dalla Repubblica Centrafricana. Semi che danno frutto, come tiene a sottolineare l’arcivescovo di Bangui, cardinale Dieudonné Nzapalainga, dopo la storica visita di Papa Francesco che, nel novembre del 2015, ha aperto la porta santa del giubileo della misericordia proprio nella capitale centrafricana.

L’arcivescovo di Bangui Dieudonné Nzapalainga

Eppure, ammette lo stesso cardinale di passaggio a Milano — dove è stato invitato dal Pontificio Istituto missioni estere (Pime) e dove ha incontrato anche il cardinale Angelo Scola — il paese continua a vivere una situazione molto difficile, di violenza e divisione. «La capitale Bangui può dirsi sostanzialmente sicura» riflette il cardinale Nzapalainga. «Si può circolare liberamente e la gente sta riprendendo progressivamente le proprie attività. Un po’ ovunque si vedono nuovi cantieri, segno che si pensa al futuro. Purtroppo, però, il resto del paese è completamente fuori controllo, in balìa di diversi gruppi armati che attaccano villaggi, uccidono i civili, distruggono e saccheggiano. E nessuno protegge veramente la popolazione inerme».

Eminenza, la Chiesa cattolica della Repubblica Centrafricana è in prima linea nel promuovere percorsi di pacificazione e riconciliazione per portare finalmente il paese fuori dalla crisi. Che cosa state facendo in particolare?

La Chiesa in Repubblica Centrafricana ha sempre avuto un ruolo importante. Ogni volta che i vescovi si incontrano e diffondono un messaggio è tutta la popolazione che lo attende. Siamo intervenuti su molti temi “sensibili”: mal governo, tribalismo, nepotismo, corruzione. E anche rispetto alla grave crisi che ha interessato il paese in questi ultimi anni abbiamo più volte giocato il ruolo di “sentinelle” per tenere desta la popolazione, ma anche e soprattutto per stimolare i leader del paese ad assumersi pienamente le proprie responsabilità. I vescovi hanno interpellato il governo sulla deriva del paese, sulla situazione di grave abbandono. Solo per fare un esempio, gli ospedali non hanno medicine, specialmente nelle regioni dell’interno: si ha l’impressione che siano luoghi di morte non per curarsi. Nel paese, inoltre, l’insicurezza diventa più grande. E le condizioni di vita della gente sempre più difficili.

La recente crisi, cominciata nel 2012, con l’avanzata dei miliziani Seleka e con il colpo di stato del marzo 2013, non ha fatto che peggiorare la situazione. Il suo paese è considerato tra i più poveri e meno sviluppati al mondo e oggi, dopo più di quattro anni di instabilità, è ancora più ferito e diviso...

L’ultima crisi ha avuto una progressione folgorante e ha visto il concorso di mercenari venuti dal Ciad e dal Sudan, gente che non parla né la lingua nazionale, il sango, né il francese, ma l’arabo. Qui c’è stato il primo fraintendimento e la gente è stata indotta a fare un’equazione pericolosa: si è cominciato a dire che tutti i Seleka erano musulmani e che tutti i musulmani erano Seleka. Chiaramente non è così. Lo stesso vale per i cristiani, che non sono tutti anti balaka, ovvero appartenenti alle milizie di autodifesa: basti vedere come vanno in giro ricoperti di amuleti. La connotazione etnico-religiosa che ha preso la crisi centrafricana non ha fatto altro che peggiorare le cose, cosicché ancora oggi è particolarmente difficile portare avanti il processo di pacificazione e di riconciliazione.

Per questo ha deciso di creare una Piattaforma interreligiosa?

Un giorno il pastore protestante Nicolas Guérékoyame-Gbangou, presidente dell’alleanza evangelica, e l’imam di Bangui Oumar Kobine Layama, sono venuti a incontrarmi per discutere su cosa avremmo potuto fare insieme di fronte a una situazione tanto grave. Non volevamo che la guerra prendesse una connotazione religiosa. Nel nostro paese la diversità religiosa anche all’interno di una stessa famiglia è ricorrente. Nel mio caso, per esempio, mia madre è protestante e mio padre cattolico. Non ci sono mai stati conflitti in casa. Così come ci sono famiglie con cristiani e musulmani che vivono tranquillamente insieme. Questo per dire che da noi l’accettazione e il rispetto dell’altro nella sua diversità di religione è una cosa normale. Purtroppo il conflitto ha seminato paura, diffidenza e odio. Circolavano discorsi politici che incitavano i cittadini ad armarsi per contrastare il nemico che veniva a islamizzarci. Noi abbiamo pensato che dovevamo contrastare quei discorsi, facendo appello non alla forza delle armi, ma alla forza della Parola di Dio. Preti, pastori, imam — i soli punti di riferimenti rimasti in molte aree del paese — hanno chiesto alla gente di essere fedeli al Vangelo e al Corano. Noi tre in particolare — io, l’imam di Bangui e il reverendo Nicolas — abbiamo iniziato a viaggiare un po’ in tutte le regioni.

A che scopo?

Innanzitutto per incontrare i nostri fedeli, le nostre comunità. E per metterci in ascolto. Ci siamo resi conto che la prima cosa che la gente desidera è essere ascoltata: il potersi esprimere è già di per sé una specie di terapia. Si sentono finalmente liberi. Inoltre, permette di far emergere la verità, spesso offuscata da chiacchiere e strumentalizzazioni. Solo su questa base è possibile far incontrare di nuovo le persone e far cadere i muri che le tengono separate: muri del pregiudizio e della menzogna, dell’ostilità e della violenza. E promuovere nuovamente il dialogo.

Anche a livello internazionale, la Piattaforma interreligiosa è riconosciuta come una delle realtà più significative della Repubblica Centrafricana. Nel 2015, le è stato assegnato il prestigioso premio Sergio Vieira de Mello e voi tre leader siete stati ricevuti alle Nazioni Unite, dal presidente francese e dal parlamento britannico, oltre ovviamente che da Papa Francesco...

L’obiettivo principale del nostro impegno è riportare l’unità nel Paese e la coesione sociale. Lavoriamo soprattutto per la pace, la riconciliazione e lo sviluppo della popolazione del Centrafrica, cercando di promuovere la comprensione reciproca pur nelle differenze. Attualmente, la Piattaforma ha elaborato una Carta, un regolamento interno e un piano strategico che sono stati adottati dai rappresentanti di sedici prefetture. In particolare, stiamo cercando di lavorare su quattro assi concreti: istruzione, sanità, media (attraverso programmi radiofonici) e sviluppo. Vorremmo, soprattutto, creare opportunità di formazione professionale e di lavoro per i giovani, affinché non diventino facili bersagli dei gruppi armati che continuano a reclutare ragazzi che non hanno prospettive di futuro.

Ma com’è oggi la situazione del paese? Recentemente sono arrivate notizie di attacchi a Bocaranga dove sono state uccise 18 persone e presa d’assalto la missione dei cappuccini, ma anche a Bambari e in altri villaggi ci sono state violenze e distruzione...

Fuori dalla capitale non c’è nessun controllo né da parte delle autorità civili né da parte delle forze dell’ordine. E allora vari gruppi di ribelli spadroneggiano dove e come possono: dagli ex Seleka ai gruppi di autodifesa anti balaka, dai pastori peul ai miliziani dell’Esercito di liberazione del Signore. Chi ha le armi le usa per controllare il territorio, per taglieggiare e sottomettere la popolazione e soprattutto per sfruttare le risorse minerarie del paese, come nel caso di Bambari: oro e diamanti, in particolare, ma anche uranio e petrolio. Non c’è una vera e propria autorità che controlli il paese fuori dalla capitale. Alcuni prefetti non hanno neppure i gendarmi o, se li hanno, non sono armati.

L’esercito non protegge la popolazione? E la missione dell’Onu?

Il mio paese non ha ancora un vero e proprio esercito. Ci sono 350 militari in formazione, ma le Nazioni Unite hanno confermato l’embargo perché ritengono che il nostro governo sia ancora troppo debole. Quanto alla missione dell’Onu per il Centrafrica, la Minusca, è stata fortemente criticata e contestata dalla popolazione in passato; oggi, tuttavia, è vista con maggior favore, specialmente là dove protegge veramente le persone e previene le violenze. Purtroppo, però, in molte parti del paese non è sempre così.

Una speranza per il futuro del Centrafrica?

Il tempo di quaresima è un tempo di conversione e di condivisione. Ci dice che non bisogna perdere la speranza, perché l’uomo può cambiare, e può farlo veramente. Penso che molte persone si aspettino dei cambiamenti in noi e attorno a noi per intraprendere il cammino di Dio. Anch’io ho fatto un cammino in questi anni. All’inizio della crisi, pure io ho avuto paura, avevo il timore di andare incontro ai miei fratelli che rischiavano la vita. Ma nel momento in cui mi sono affidato al Signore, mi sono sentito libero. In quel momento ho sentito che potevo andare. È anche un cammino di passione e un travaglio interiore, perché si può incontrare l’incomprensione. Quando dicevo: «Bisogna tendere la mano agli altri», molti non capivano o si rifiutavano di farlo. Così come molti non hanno capito il mio gesto di ospitare per sei mesi l’imam con la sua famiglia, perché erano in pericolo di vita. Ma penso che questo sia il mio ruolo di pastore: dire che Dio ci tende sempre la mano, e anche noi, a nostra volta, dobbiamo tendere la nostra mano agli altri. Solo così potremo camminare insieme verso un futuro di pace e coesione.

da Milano Anna Pozzi

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12 dicembre 2019

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