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La realtà marginale secondo Walker Evans

· Mostra a Parigi sul fotografo americano ·

Pochi fotografi hanno avuto un impatto tanto rilevante nella cultura dell’immagine quanto Walker Evans che, con i suoi scatti in bianco e nero, ha innovato il modo di vedere la realtà e di rappresentarla. La sua è un’eredità importante. Non solo ha offerto un enorme contributo alla nobilitazione del genere fotografico di documentazione — indimenticabili i suoi scatti sull’America della Grande Depressione — ma ha anche sperimentato il rapporto tra immagine e scrittura, aprendo inoltre la strada a quella che decenni dopo sarebbe stata la Pop Art, ritraendo insegne pubblicitarie e banali oggetti della quotidianità per dar loro una dignità artistica.

«Joe's Auto Graveyard»

A questo maestro il Centre Pompidou di Parigi dedica fino al 14 agosto una grande retrospettiva che, sotto la guida di Clement Chéroux, propone ben 400 opere tra fotografie, cartoline, disegni, quadri e riviste. Un allestimento non cronologico ma tematico, che tuttavia parte dalle istantanee scattate a Parigi nel 1926. Qui infatti Evans, classe 1903, si trasferì dagli Stati Uniti per un breve soggiorno che però lo portò a scoprire i lavori fotografici di un altro innovatore, Atget, conosciuto grazie a Berenice Abbott, assistente di Man Ray. Un’introduzione niente male alla fotografia, dunque, tanto da farlo propendere per questa disciplina a scapito della letteratura — prima passione, peraltro mai abbandonata — studiata al Williams College, in Massachusetts.
Tornato in America, Evans divenne un protagonista della vita culturale newyorchese a cavallo degli anni Venti e Trenta. Fu assunto come redattore dalla rivista «Fortune» ed elaborò la forma dei “foto saggi”, articoli composti da fotografie e testi su argomenti da lui stesso individuati, sviluppati e impaginati. Ma a dargli notorietà furono una serie di lavori — commissionatigli tra il 1935 e il 1937 dalla Farm Security Administration, programma governativo legato al New Deal — dedicati a volti e luoghi della lunga crisi economica seguita al crack di Wall Street nel 1929.
Lo sguardo del fotografo percorre i paesi sperduti dell’Alabama soffermandosi su particolari mai prima ritenuti interessanti: le vetrine dei modesti empori, le loro insegne minimaliste, i cartelli pubblicitari, gli oggetti in vendita, ma anche panchine, attrezzi inutilizzati, nonché carcasse di auto e persino spazzatura abbandonata; tutte cose a suo modo di vedere caratterizzanti la provincia americana.
Perché, nella sua visione, il paese andava raccontato non attraverso l’ingannevole apparenza delle grandi metropoli, bensì mostrando la realtà marginale, lontana dalla modernità esibita dai grattacieli; una realtà fatta spesso di strade polverose, di edifici di legno, di dimesse main street di cittadine periferiche, di architetture minime, di fattorie in mezzo al nulla, di paesaggi rurali e contesti popolari.
È la scelta del linguaggio vernacolare, che significa attenzione al locale rispetto al globale, così come — rileva Cheroux — «vernacolare è ogni immagine o oggetto che nasce per servire a funzioni utili, senza alcuna volontà d’arte o stile, ma che viene successivamente ri-visto come tipico di un’epoca storica, di una condizione sociale, di un atteggiamento verso il mondo».
Un linguaggio che diventa di fatto la cifra narrativa di Evans. Che riesce a rendere anche quando ritrae le persone — anonimi contadini, operai, derelitti — i cui volti, attraverso il suo obiettivo, restituiscono una dignità che neppure le difficoltà materiali di una vita di fatica, resa ancora più dura dalla crisi, ha cancellato. Come il ritratto intenso ed espressivo di Allie Mae Burroughs, con il suo viso emaciato, impassibile eppure fiero, divenuto un’icona della narrazione a suo modo epica della Grande Depressione; un racconto tutto americano cui contribuiranno anche altri talenti, come Dorothea Lange, Arthur Rothstein e Russell Lee, che reinventeranno la fotografia documentaria insieme a Evans. I cui scatti confluiranno nella mostra dedicatagli dal Mo.Ma. di New York nel 1938, American Photography, la prima personale in assoluto riservata a un fotografo.
«L’artista — affermava Evans — è un collezionista di immagini che raccoglie le cose con gli occhi. Il segreto della fotografia è che la macchina assume il carattere e la personalità di chi la tiene in mano. La mente lavora attraverso la macchina». E la sua mente non indulge nell’indignazione quando immortala le zone d’ombra dell’America, anche se è consapevole del valore sociale della sua opera di documentazione.

La mostra al Centre Pompidou non solo rende omaggio a un grande fotografo, ma offre l’occasione per avvicinarsi all’opera di una delle personalità artistiche più originali e innovative del secolo scorso, verso cui molti hanno un debito di riconoscenza. Basta confrontare alcuni scatti di Evans con i quadri di Andy Warhol, suo grande ammiratore, per averne conferma. Come dire che negli anni Trenta, grazie a lui, l’America stava già entrando nella sua era Pop. Senza saperlo.

di Gaetano Vallini

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16 luglio 2019

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