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La realtà è un continuo sussulto

· ​Fotografie e componimenti poetici di Giovanni Chiaramonte in mostra a Milano ·

Un sacco a pelo sull’Etna e il ricordo vivo di una notte di cinquant’anni fa: Giovanni Chiaramonte è come avvertisse ancora distintamente la roccia vulcanica tremare sotto il proprio corpo disteso. Sussulti, a intervalli regolari, che da allora si prolungano nella sua coscienza di artista collocato tra la terra e il cielo. La Via Lattea, contemplata in quell’ora di rivelazione, divenne quasi l’anticipo della sua misura: fotografo dei grandi spazi, esposto all’infinito. Ancorato, però, a una materia vibrante, mai anonima e a luoghi, colori, forme che compongono la mappa della civiltà occidentale. 

Milano 2011

Abituato a utilizzare macchine di medio formato su cavalletto e al tempo lungo dell’attesa, il maestro presenta in questi giorni a Milano una serie di scatti inconsueti, a sviluppo istantaneo, rimasti a lungo inediti. Non, dunque, la veduta ampia, la luce eterna, la città col suo mistero: Salvare l’ora — titolo della mostra in corso (fino al 20 dicembre) presso la galleria Expowall e di un prezioso volume edito da Postcart (Salvare l’ora, Roma, 2018, pagine 236, euro 35) — nasce dall’esperienza chiusa del male di vivere e della malattia del corpo, quando il tempo nega apparentemente ogni apertura verso il futuro. Solo l’istante presente, infinitesimo, diventa luogo vitale, nel chiuso di una casa o di un giardino accanto a essa. I processi come la Polaroid hanno permesso di realizzare piccole immagini che chiedono al visitatore di chinarsi attento e pieno d’amore sulla scala minore del mondo.
Come evidenzia Chiaramonte stesso, «la luce radente dell’alba o del tramonto, come i bassi raggi del sole d’inverno, originano spesso apparizioni improvvise, uniche e irripetibili. Possono essere libri e vasi dimenticati nell’angolo di una stanza, sassi e muschi di un sottobosco, arborescenze sulla riva di un fiume, oppure petali di fiori sparsi dal vento per strada e frammenti di architetture in cimiteri abbandonati». Nei periodi più oscuri della vita, dunque, l’attenzione può venire improvvisamente catturata da quanto in altre stagioni le sfugge. Confessa il fotografo: «Nell’istante di questa illuminazione, ogni cosa non sembra più avere un aspetto inanimato, ma assume una consistenza viva che si rivolge verso di noi. Ciò che un attimo prima giaceva inerte, non visto nell’indifferenza superficiale dello sfondo, appare improvvisamente dotato di un’identità propria irradiando una forma che attrae e consola lo sguardo per la propria presenza».
Se le immagini di Salvare l’ora rinviano a una prima esperienza di malattia, apparentemente senza speranza, ad accompagnarle sono decine di brevissimi componimenti poetici, frutto di un passaggio di Chiaramonte da un’ulteriore drammatica lotta per la vita. Ora che la salute è nuovamente ritrovata, il maestro è come avvertisse più intenso il bisogno di vivere l’essenziale, comunicando la sua gratitudine con linguaggi di profonda contemporaneità. La mostra risulta così un inno alla vita, senza alcun cedimento alla retorica.
Racconta il poeta Umberto Fiori, amico d’antica data: «Per anni, da Giovanni Chiaramonte mi sono arrivate molte splendide immagini, nelle quali mi sono di volta in volta immerso e direi sprofondato, per cercare le parole che in loro fermentavano. Di recente, invece di una nuova serie di fotografie, ho cominciato a ricevere da lui un’affascinante sfilata di brevissime, fulminee poesie. La cosa mi ha sorpreso, ma non più di tanto: sapevo bene, per esperienza diretta, che la visione di Giovanni è segretamente, direi pudicamente animata di parole».
Nonostante con la loro misura metrica e la tipica tripartizione, le poesie di Salvare l’ora rinviino alla forma giapponese dell’haiku, a dominare non sono qui gli elementi del mondo — montagne, fiumi, fiori, animali, stagioni — presentati come enigmi “naturali” che sospendono il ragionamento. «In questi brevissimi componimenti di Chiaramonte, a prevalere è la riflessione, la meditazione in forma di aforisma. I termini ricorrenti sono tempo, spazio, universo, abisso, nulla, Dio, infinito, silenzio. E poi ancora cuore, anima, ombra, pensiero, respiro, luce. E, naturalmente, sguardo: “Lo sguardo chiama / L’infinito ci ascolta / Si fa trovare”. Qui si ha l’impressione di avere di fronte un’esposizione lampante della poetica del fotografo». Per il maestro, infatti, «lo sguardo non è passiva ricezione dei dati del mondo, loro fredda registrazione: lo sguardo chiama, è una voce».
Si tratta, quindi, di una disposizione attiva, essenziale: quella che fa la differenza nell’umano e che ciascuno ha la responsabilità di non abbandonare, né anestetizzare. Al punto che l’infinito, sul quale proprio da fotografo Chiaramonte ha a lungo meditato e scritto, «non è un elemento tecnico, ottico, della visione: è ascolto di quella voce che lo sguardo è; anche qui, non un ascolto passivo, un meccanico udire, ma un accogliere, un farsi trovare. L’occhio cerca, chiama; l’infinito gli risponde, gli corrisponde per sua benevolente, misteriosa, altissima disposizione».
Ciò che Fiori rileva nei componimenti dell’amico trova un immediato riscontro nelle piccole fotografie, esposte tra le poesie del loro autore. «A poco a poco, nella raccolta, affiorano (come nell’haiku giapponese) le parvenze del mondo: ecco la pioggia, le nuvole, l’azzurro, la neve, un sentiero, degli alberi, un gelsomino, un merlo (unica presenza animale), case, vetri, gocce, asfalto, brezza, mare, sabbia, conchiglie... Ma noi ora sappiamo, sentiamo, che queste figure nascono dall’ascolto che l’infinito dà allo sguardo». Chiaramonte indica così, al fondo della sua fotografia, l’essenziale esperienza di un «esterno del mondo» che, nelle forme visibili con cui si offre, «ci accoglie come in una dimora». Si tratta di un incontro in cui il soggetto è tutt’altro che passivo. Ed è come se l’obiettivo fotografico, che oggi lo smartphone mette a disposizione di tutti, costituisse la provocazione a una continua messa a fuoco, quindi all’attivazione, alla ricerca, al non lasciar scivolare via ciò che ci è dato una volta soltanto.
L’esterno — scrive il fotografo — «nello sguardo che lo coglie, illumina la profondità del cuore, aprendo finalmente la porta ancora sbarrata del nostro mondo interiore. Inscape è il nome che il poeta inglese Gerard Manley Hopkins ha dato a questa dimensione della forma e della visione che ha sempre sostenuto il mio vivere, soprattutto nei momenti bui dell’esistenza». Il contrario di escape, di una fuga cioè da circostanze che, seppur difficili, sono “per” e mai “contro” di noi. Quella di Chiaramonte è una testimonianza, non la dimostrazione di un teorema. Come ancora riconosce Umberto Fiori, che riflette sul passaggio dell’amico dalla fotografia alla parola scritta, negli haiku «il visibile ha trovato una lingua; la voce dello sguardo parla italiano.
È come se Chiaramonte ci rivelasse la parola che tace al fondo delle sue immagini. Una parola che chiama, che invoca, che si sporge oltre se stessa, cercando il proprio limite. Cosa c’è, oltre quel limite? “Dove il pensiero / Si interrompe in frantumi / Inizia l’altro”». La lingua materna, allora — quella che ci àncora a una cultura diversa da tutte le altre — è l’unica in cui esprimere ciò che lo sguardo ha accolto: la propria parola, quella di nessun altro. Come la fotografia, che sottraendo alla dimenticanza quanto una sola volta a occhi unici si è dato a vedere, lo rende immortale. La realtà è un continuo sussulto.

di Sergio Massironi

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25 aprile 2019

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