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La ragazza più corteggiata dal cinema

· Nel sesto centenario della nascita di Giovanna d’Arco ·

Un’interiorità intrisa di fede in un mondo dilaniato da febbrili interessi politici. Una vita breve ma folgorante, dalle umili origini alla gloria militare, fino all’estasi mistica. Bastano pochi cenni per intuire quale interesse possa aver avuto il grande schermo per la figura di Giovanna d’Arco, e per il suo straordinario potenziale drammaturgico e figurativo. Tanto da farne uno dei personaggi più rappresentati fra quelli realmente esistiti.

Il primo tentativo di raccontare la storia della pulzella d’Orléans risale addirittura al 1899, e lo si deve a uno dei fondatori del cinema, George Méliès. Dipinto a mano fotogramma per fotogramma, il suo Jeanne d’Arc dimostra le grandi doti visive del pioniere francese, particolarmente apprezzabili nella scena in cui Giovanna assurge in paradiso. È evidente, tuttavia, come il regista fosse più interessato all’effetto strettamente scenografico che non a trasmettere un particolare messaggio spirituale.

Dopo un altro paio di cortometraggi muti prodotti in Italia, per il primo film di una certa importanza bisogna aspettare il Juan the woman (1916) di Cecil B. De Mille. Scene di massa, spettacolo e molta enfasi per una versione spuria della storia di Giovanna, inserita in una cornice contemporanea riguardante la Grande guerra ancora in pieno svolgimento, e piegata dunque a chiare esigenze propagandistiche per promuovere l’interventismo statunitense. Geraldine Farrar, già nota cantante lirica, è una figura ancora molto lontana da quella che si sarebbe imposta sul grande schermo: poco ascetica e sin troppo femminile, oltre che troppo matura.

Con La passion de Jeanne d’Arc (1928) Carl Theodor Dreyer firma invece uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi. Realizzato verso la fine dell’epoca del muto, vi confluiscono, a livello figurativo, tutte le influenze che avevano attraversato quello che da molti è considerato il miglior decennio della storia del cinema. Dreyer in particolare insiste sulla tensione fra espressionismo, realismo sovietico e un uso astratto della scenografia in chiave quasi brechtiana, nonché su un montaggio che sempre di più nel corso del film si abbandona a giunture spontanee, sulla scorta delle avanguardie surrealiste.

La sua Giovanna — impersonata in maniera impressionante dall’attrice teatrale Renée Falconetti — rimane a tutt’oggi quella emotivamente più instabile. Come accadrà nei suoi film successivi, il regista danese punta infatti a confondere il punto di vista dello spettatore, portandolo a dubitare dell’effettiva bontà della protagonista, così da rendere più catartico lo scioglimento finale.

Un uso biecamente strumentale di questa combattente illuminata da una vocazione superiore non poteva che tornare con il nazismo. Das Mädchen Johanna («La fanciulla Giovanna») firmato nel 1935 da Gustav Ucicky è un prodotto indubbiamente professionale e a tratti persino suggestivo, ma dalla drammaturgia monolitica e tutta protesa verso intenti antianglosassoni, tanto che l’eroina finisce chiaramente per diventare un delirante baluardo della razza ariana.

Hollywood dal canto suo tornerà sull’argomento altre due volte. Nel 1948 Victor Fleming dirige un’ispirata Ingrid Bergman. Il risultato è più sobrio di quanto ci si possa aspettare da un film in costume americano dell’epoca, ma il regista di Via col vento , qui al suo ultimo lavoro, gira senza particolari guizzi, nonostante una splendida fotografia premiata con l’Oscar. Migliore è il Saint Joan (1957) di Otto Preminger, nonostante un taglio più distaccato che passa attraverso il filtro intellettualistico di un’opera teatrale di George Bernard Shaw e dell’adattamento di Graham Greene. Con una Jean Seberg algida, cerebrale ma anche ironica.

Sempre dal palcoscenico era derivato nel frattempo Giovanna d’Arco al rogo (1954) di Roberto Rossellini, trasposizione di un’opera musicale di Paul Claudel e Arthur Honegger che lo stesso regista italiano aveva già portato in teatro. Nonostante negli ultimi decenni sia stato rivalutato come opera strettamente cinematografica, raramente il film si affranca da un’idea di teatro filmato. Ciò non gli impedisce di essere un’opera ispirata e visivamente affascinante. Interpretata di nuovo dalla Bergman e tutta inscritta nell’interiorità del personaggio, la pellicola risulta particolarmente interessante se messa a confronto con la versione di Fleming, di cui finisce per rappresentare una sorta di poetica esegesi. Oltreché un esperimento avanti coi tempi di cinema nel cinema.

Con Le procès de Jeanne d’Arc (1962) dice la sua sull’argomento un altro grande autore, Robert Bresson. Attenendosi meticolosamente ai documenti originali del processo di Rouen, il regista francese arriva forse al culmine del suo stile per rigore, geometria, economia, inserendo la persecuzione di Giovanna nel solco della sua personale poetica. Nonostante gli scrupoli filologici, dunque, l’eroina diventa vittima del male del mondo e del suo mistero, come il prete de Il diario di un curato di campagna (1951) o la Mouchette del film omonimo (1967).

Jacques Rivette nel 1994 celebra Giovanna come eroina nazionale in un’opera fluviale divisa in due parti: Le battaglie e Le prigioni , in cui un’ottima Sandrine Bonnaire dà vita alla Giovanna forse più umana e adolescenziale.

La versione più recente è infine quella di Luc Besson (1999). Bistrattato spesso dalla critica, il film rappresenta un’indubbia macchina spettacolare che va avanti spedita per quasi tre ore nonostante molte cadute di gusto e uno stile ipertrofico non sempre sotto controllo. In ogni caso gli va riconosciuto almeno un merito in sede di scrittura, e cioè di rendere esplicita quella dimensione morale che negli altri film è solo latente, e rappresentata dall’attrito che si crea fra la fede cristiana di Giovanna e il suo dover ricorrere alla violenza, più o meno direttamente.

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