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La ragazza di Nazaret

· Tra contemplazione e nascondimento ·

Nella Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, Papa Francesco volge lo sguardo verso «Maria, la ragazza di Nazaret» (Christus vivit 43-48). Il Dio grande, l’Altissimo, tocca il mondo entrando nelle pieghe della storia di un villaggio della periferia imperiale, abbraccia una ragazza, poco più che bambina, e le dona la sproporzione dell’amore: di ricevere e generare nel tempo il Figlio eterno di Dio. Con la sorpresa dell’eccezione: su di lei, che non conosce l’intimità di Giuseppe, suo promesso sposo, «stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» (Luca 1,35). «Sempre impressiona la forza del “sì” di Maria, giovane. La forza di quell’“avvenga per me” che disse all’angelo. È stata una cosa diversa da un’accettazione passiva o rassegnata. È stato qualcosa di diverso da un “sì” come a dire: “Bene, proviamo a vedere che succede”. Maria non conosceva questa espressione: vediamo cosa succede. Era decisa, ha capito di cosa si trattava e ha detto “sì”, senza giri di parole» (Christus vivit 43-44).

Henry Ossawa Tanner, «L’Annunciazione» (1898)

Così, il Papa ci invita al primo passo: verso la vergine che accoglie Gesù, lo dà alla luce, lo accudisce, lo nutre e lo educa, fino a lasciarlo partire di casa. Incontro misterioso quello di Maria con l’angelo, in cui s’intrecciano l’incoscienza di una ragazzina attratta dall’ignoto con il cuore aperto e sincero di colei che si affaccia all’amore. Ella sa che presto formerà una famiglia con Giuseppe. Il suo sogno è prossimo a compiersi, se Dio lo vorrà. Chissà quante volte ha già rinunciato ad un abbraccio segreto, profondo, intimo col suo fidanzato. Maria è una ragazza che sa aspettare, e conosce il cuore grande di Giuseppe, che con lei sta di fronte all’Altissimo.

Adesso, però, c’è qualcosa di nuovo, d’inatteso, di sconvolgente. L’evangelista Luca in pochi versi ci racconta l’incarnazione. Tutto il resto rimane nascosto nel suo animo di ragazza. Provvidenzialmente, Matteo riporta il sogno di Giuseppe, e così ci protegge dall’immaginare la rabbia di un fidanzato tradito, perché «all’uomo più limpido è capitato l’incidente più scabroso» (Luigi Santucci, Una vita di Cristo). La premura di Dio — che è Padre — prepara colui che sta per diventarlo in maniera diversa: «non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Matteo 1, 20). E Giuseppe «prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù» (Matteo 1, 24). Con queste poche parole è sigillato il segreto della docilità di un giovane provato da un grande amore che lo attraversa e lo supera.

Cosa avviene tra questi due giovani innamorati, tra i quali Dio non s’intromette, ma piuttosto rende più forte il loro abbraccio? Sappiamo del loro coraggio, della fiducia che si accreditano reciprocamente, ma soprattutto conosciamo la determinazione di questa ragazza che non ha paura di affrontare genitori e parenti, di farsi vedere dalla cugina, di partorire in una mangiatoia. Maria non è sola: il Signore è sopra, accanto, dentro di lei. Ella sa che l’ombra dell’Altissimo si è stesa su di lei. Ma come non pensare anche a Giuseppe? «Da questo momento non sapremo più niente di te. Ancora poche pagine e non ti nomineranno più, il Vangelo ti ingoia. Intravvedremo solo le tue mani sulla pialla, udremo il morso ovattato della tua sega, per un numero d’anni che nessuno conosce. Poi ti ritroveremo sugli altari delle chiese, nei quadri a capo del letto, nelle immagini dei devoti, canuto e rugoso come se davvero fossi stato sempre un vecchio; a noi piace dimenticare che fosti vicino a Maria un giovane bello e forte: un giovane innamorato» (Luigi Santucci, ibidem).

D’ora in poi i vangeli lasciano da parte i genitori per dare spazio al figlio. Anche se i vangeli ci mostrano la crescente consapevolezza dell’origine divina di Gesù — «io devo occuparmi delle cose del Padre mio» (Luca 2,49) —, una parte in questa scoperta deve averla avuta anche Maria. Come non preoccuparsi di dire al figlio della sua singolare concezione? Ella sapeva per esperienza che Dio non fa tutto da solo: le aveva chiesto il permesso di entrare in una famiglia umana, e lei aveva collaborato con tutta se stessa. Quindi, in che modo far sapere al piccolo Gesù della sua origine? Immaginiamo questa ragazza alle prese con la delicatezza delle parole, magari ricordando come aveva fatto l’angelo con lei: «Vedi: anche Elisabetta (...) nulla è impossibile a Dio» (Luca 1,36-37). Si tratta del più grande segreto tra madre e figlio, e noi non possiamo entrarvi. Forse anche per questa intima complicità spirituale, Maria rimane accanto a Gesù con la tenerezza di madre e l’ammirazione di figlia. Altrimenti il poeta non avrebbe potuto scrivere: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio» (Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso, XXXIII, 1).

Ed ecco il secondo passo che il Papa ci propone: incontro alla discepola silenziosa e discreta, che guarda, ascolta, segue il figlio sulla via dolorosa fin sotto la croce. «Senza cedere a evasioni o miraggi, “Ella seppe accompagnare il dolore di suo Figlio, (...) sostenerlo con lo sguardo e proteggerlo con il cuore. Dolore che soffrì, ma che non la piegò. È stata la donna forte del “sì”, che sostiene e accompagna, protegge e abbraccia. Ella è la grande custode della speranza» (Christus vivit 45). Maria ha seguito Gesù, prima da vicino poi da lontano, come fa ogni mamma che lascia andare il figlio per la propria strada. Il pensiero che suo figlio potesse formare una famiglia avrà probabilmente attraversato il cuore di Maria. Perché non desiderare la benedizione di Jahvé, che è vedere i figli dei propri figli? In fondo anche Maria aveva avuto un progetto, ma sapeva soprattutto come Dio era stato capace di trasformarlo senza deluderla.

Sente dire di lui, aspetta che torni ogni tanto a casa, lo cerca insieme ai parenti. Non può soffocarlo con le sue ansie, e quando si sporge un po’ rischia domande imbarazzanti — «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Matteo 12,48) —, come era già successo al banchetto nuziale di Cana: «Che ho da fare con te, o donna?» (Giovanni 2,4). Una madre scusa tutto, non dà peso neppure alle risposte scostanti, giustifica sempre. Maria fa così, perché si fida più di lui che di se stessa. La distanza fisica non la fa sentire lontana: troppi ricordi custodisce nel cuore. Emerge qui la dimensione contemplativa di Maria, discepola di Gesù nel silenzio e nel nascondimento. La vera soddisfazione di una madre è sapere che il proprio figlio se la cava, ha amici che gli vogliono bene, che sono la sua famiglia, anche se non ha moglie e figli propri. Ma Maria sa anche che la missione intrapresa da Gesù non è accolta benevolmente da tutti. Lo conosce: prima di tutto viene il Padre suo che sta nei cieli e il suo regno, poi gli ultimi, i peccatori, i più vulnerabili. Non sarà una strada facile, ed è qui che comincia la sua via dolorosa. Con l’ultimo filo di voce, il Crocifisso affida a Maria il discepolo amato — «Donna, ecco il tuo figlio! (...) Ecco la tua madre!» (Giovanni 19,26). È la consegna estrema, l’eredità più preziosa, sua madre. Nasce così, sulla croce, insieme al sangue e all’acqua del costato trafitto di Gesù, la nuova umanità che ha per madre la Vergine santa.

L’ultimo passo che l’Esortazione ci invita a fare è accanto alla madre della Chiesa, in attesa dello Spirito, che accompagna tutti i suoi figli. «Quella ragazza oggi è la Madre che veglia sui figli, su di noi suoi figli che camminiamo nella vita spesso stanchi, bisognosi, ma col desiderio che la luce della speranza non si spenga» (Christus vivit 48). Con la pasqua di Gesù nasce la nuova relazione tra Maria e la Chiesa: come il Figlio è stato innalzato ed esaltato per attirare tutti a sé, così la madre accompagna l’umanità incontro alla vita sanata, elevata, redenta. Gesù ha imparato da Maria, che ha detto “sì” a Dio, a dire “sì” a quel mondo tanto amato dal Padre al quale lui stesso è stato consegnato (cfr Giovanni 3,15). Ora si rinnovano i “sì” di entrambi ad un mondo che attende pace, riconciliazione, salvezza.

di Maurizio Gronchi

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22 agosto 2019

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