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La radice dell’ottimismo

Nel momento in cui Benedetto XVI è divenuto, come lui si è definito, «un semplice pellegrino  che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio su questa terra» è stato impossibile non ricordare la sua omelia del 16 aprile 2012 (giorno del suo ottantacinquesimo compleanno): «Mi trovo di fronte all’ultimo tratto della mia vita e non so cosa mi aspetta.  So però che egli è Risorto, che la sua luce è più forte di ogni oscurità; che la bontà di Dio è più forte di ogni male di questo mondo. Questo mi aiuta a procedere con sicurezza».

Colpisce sempre in lui il senso della drammaticità della vita vissuto tra  meraviglia e  realismo. Questo suo sguardo, così profondamente umano e realista di fronte al mistero della vita, sempre  accompagnato da una forma di ottimismo radicale perché fondato sulla esperienza di un bene presente.

I ricercatori che amano porre  domande e desiderano  allargare la ragione hanno sempre riconosciuto nella testimonianza di Benedetto XVI, professore e pastore, un metodo affascinante e costruttivo essenziale nell’ambito  della ricerca scientifica. Fin dai tempi delle sue lezioni carinziane egli correggeva  le posizioni nichiliste e senza speranza con una forte testimonianza di positività:  «Il mondo non è un prodotto dell’oscuro e dell’assurdo. Viene dal comprendere, viene dalla libertà e viene da una bellezza che è amore. E vedere questo ci dà il coraggio che ci fa vivere».

Nel  suo discorso nel  cinquantesimo di fondazione della facoltà di medicina della università cattolica  del Sacro Cuore nel maggio 2012, rifacendosi al suo intervento  al collège des Bernardins  del 2008, sottolineava che «la ricerca  scientifica  e la domanda di senso zampillano da un’unica sorgente, quel Lògos che presiede all’opera della creazione e guida l’intelligenza della storia (...). Vissuta nella sua integralità, la ricerca è illuminata da scienza e fede e da queste due ali trae impulso e slancio».  In tutto il suo insegnamento  fino alle sue encicliche egli ha guardato, e chiesto agli studiosi di guardare,  sempre alla realtà intera dell’uomo. In modo non “spiritualistico” ma attento anche ai suoi tratti biologici. «La vita biologica di per sé è un dono,  eppure è circondata da una grande domanda. Diventa un vero dono  solo se insieme ad essa si può dare una promessa che sia più forte di qualunque sventura».

Sebbene impedito di parlare all’università La Sapienza  di Roma, nel testo diramato successivamente (ove cita  la reciprocità tra scientia e tristitia in  sant’Agostino) abbiamo potuto leggere «il semplice sapere, rende tristi perché  il sapere deve cercare la verità  la cui conoscenza ha come scopo la conoscenza del bene (...) è questo l’ottimismo della fede cristiana perché ad essa è stata concessa la visione del Lògos che nell’incarnazione di Dio si è rivelata come il Bene, come la Bontà stessa».

Questa è la radice dell’ottimismo e della scelta che Benedetto XVI  ha voluto fare per quel Bene di cui lui fa esperienza e chiede a tutti noi di imparare ad amare:  Cristo risorto e la sua Chiesa. Come ha scritto Isacco il Siro «Esiste un solo peccato, non credere al Cristo risorto. Tutti gli altri peccati sono niente perché Dio ci ha dato il pentimento per espiarli».

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