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La quiete dopo la tempesta

· ​E' morta sister Mary Ann Walsh ·

Era uno storico pomeriggio di marzo quando, salite al Gianicolo, entrammo nell’appartamento numero 4 del North American College: ad aspettarci, una delle donne più vulcaniche, determinate e pacate con cui ci sia capitato di dialogare. Era il 2013 e su Roma diluviava: mentre i cardinali, nella Sistina, votavano il successore di Benedetto xvi, noi conoscevamo finalmente di persona Mary Ann Walsh, all’epoca portavoce della conferenza episcopale statunitense. 

Sister Walsh è morta martedì 28 aprile, a sessantasette anni, dopo una serrata battaglia con il cancro, ad Albany, in un hospice che si trova accanto al convento dell’ordine delle Sisters of Mercy of the Americas (Northeast Community), dove la diciassette Mary Ann era entrata nel 1964.
Il giornalismo ha segnato l’esistenza di questa religiosa: «L’ho amato sin da piccola. Da bambina — ci raccontò — la mia eroina era Helen Thomas, una famosa reporter americana. Ho sempre amato scrivere e, come è successo a tanti, fui molto attiva nel giornale scolastico. La mia insegnante ci martellava di continuo su due aspetti: chiarezza e accuratezza. È un’indicazione preziosissima: non solo per chi si muove nel mondo della comunicazione, ma per la vita in genere. Quando sono entrata nella congregazione delle Sisters of Mercy of the Americas — che si occupa di salute, povertà ed educazione — credevo che la fase giornalistica della mia vita fosse finita. E invece... Del resto, anche lavorando nei media e con i media si svolge un apostolato educativo!».
Dopo aver lavorato per «The Evangelist», giornale della diocesi di Albany e, dal 1983, per il «Catholic News Service» (come corrispondente da Roma e come direttore dei media a Washington), sister Walsh è stata la prima donna direttore dei rapporti con i media della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti. Tutto cambiò quando venne scelta come coordinatrice dei rapporti con i media in occasione della giornata mondiale della gioventù che si sarebbe svolta nel 1993 a Denver. All’assunzione le dissero: «Le piace il Papa, le piacciono i giovani, le piacciono i media, è semplicemente perfetta per questo ruolo!». Così sister Walsh iniziò a lavorare con i vescovi statunitensi presso il Media Relations Office, divenendo poi la direttrice.
Autrice di vari volumi, ha scritto — tra le altre testate — per «Huffington Post», «Washington Post», «USA Today», «America magazine», «US Catholic» e «Catholic Digest», ottenendo numerosi premi giornalistici. Basti ricordare il recente e prestigiosissimo St. Francis de Sales Award, massimo riconoscimento della Catholic Press Association.
«Mi piace lavorare con i media — ci disse sister Walsh, che è stata portavoce della conferenza episcopale statunitense in anni estremamente difficili per la Chiesa cattolica locale, abusi e scandali sessuali inclusi — adoro la sfida del confronto. Adoro il mondo del giornalismo, quando esprime una ricerca seria della verità».
Ripeteva di essere entrata nel mondo dei media per aiutare le persone. E così ha fatto, lasciando però anche un bagaglio prezioso per la Chiesa del suo Paese. È stato infatti proprio grazie a sister Walsh che il mondo ha imparato a conoscere un altro volto della Chiesa statunitense: quello di una Chiesa compatta, sorridente, accogliente e orgogliosa, pronta ad aprirsi e a dialogare dopo la tempesta degli scandali.

di Giulia Galeotti

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19 dicembre 2018

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