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La questione del primato

· Sei secoli fa durante il concilio di Costanza veniva eletto Martino V ·

La festa di oggi è anzitutto un’occasione per ricordare con gioia l’unica elezione di un Pontefice avvenuta a nord delle Alpi, e più precisamente quella, svolta in conclave durante il concilio di Costanza, del non ancora cinquantenne Oddone Colonna, che prese il nome di Martino V. Non solo la sua elezione pose fine al grande scisma, ma, dopo quasi quarant’anni, la Chiesa ebbe di nuovo un capo riconosciuto. Come sottolineò Paolo VI nel suo messaggio all’arcivescovo Hermann Schäufele in occasione del cinquecentocinquantesimo anniversario del concilio di Costanza, a quel concilio viene giustamente attribuito il merito di aver ripristinato la compromessa unità della Chiesa, e ciò soprattutto attraverso l’elezione papale di Martino V: «Per il fatto che questa elezione era seguita a tempi molto difficili, il ministero di sommo pastore si è rivelato ancora una volta fondamento dell’unità della Chiesa e come tale è stato generalmente riconosciuto. Così il concilio spicca come segno di fedeltà alla Chiesa e al tempo stesso al Successore di San Pietro, sul quale Cristo ha costruito la Chiesa».

Antonio Baldana, «L’incoronazione di Martino v» (XV secolo, particolare)

L’elezione unanime di Papa Martino V l’11 novembre 1417 è stata il vero atto storico del concilio di Costanza e gli conferisce la sua autentica importanza storica.

È merito di Papa Paolo VI aver detto apertamente e sinceramente — durante la sua vista, nel 1967, a quella che allora era la Segreteria per l’unità dei cristiani — che la questione del papato costituisce uno dei problemi ecumenici più importanti: «Il Papa è, lo sappiamo bene, senza dubbio l’intralcio più grande sulla via dell’ecumenismo» (documentato negli «Acta Apostolicae Sedis» 59, 1967, 498).

La distinzione fondamentale tra la natura del primato del vescovo di Roma e la forma concreta del suo esercizio è stata affrontata diverse volte anche da Papa Benedetto XVI, che ha così rinnovato l’invito all’ecumenismo a essa connesso, per esempio durante il suo incontro con i rappresentanti delle Chiese ortodosse a Friburgo in Brisgovia il 24 settembre 2011: «Noi sappiamo che è soprattutto sulla questione del primato che dobbiamo continuare, con pazienza e umiltà, gli sforzi nel confronto per la sua giusta comprensione. Penso che qui le riflessioni circa il discernimento tra la natura e la forma dell’esercizio del primato come le ha fatte Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint (n. 95), possono ancora darci fruttuosi impulsi».

In questo senso, Joseph Ratzinger già nel 1976 aveva suggerito con lungimiranza che, per la riunificazione, Roma dall’Oriente non doveva pretendere «più dottrina del primato di quella formulata e vissuta nel primo millennio».

Il primato del vescovo di Roma è il primato dell’obbedienza di fede al Vangelo, come ha affermato la Congregazione per la dottrina della fede nel 1998, sotto la presidenza dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, nelle sue considerazioni sul primato del Successore di Pietro nel mistero della Chiesa: «Il Romano Pontefice è — come tutti i fedeli — sottomesso alla Parola di Dio, alla fede cattolica ed è garante dell’obbedienza della Chiesa e, in questo senso, servus servorum. Egli non decide secondo il proprio arbitrio, ma dà voce alla volontà del Signore, che parla all’uomo nella Scrittura vissuta ed interpretata dalla Tradizione; in altri termini, la episkopè del Primato ha i limiti che procedono dalla legge divina e dall’inviolabile costituzione divina della Chiesa contenuta nella Rivelazione».

Il vescovo di Roma, il cui compito primaziale consiste nell’impegnare la Chiesa all’obbedienza alla Parola di Dio, è chiamato a dimostrarsi obbediente in modo esemplare. Per questo non può intendersi come regnante nel senso di una monarchia di tipo politico, che dipendendo da monarchi terreni seguirebbe solo una volontà autonoma. Anche questa è una lezione duratura dei tempi del concilio di Costanza. Il vescovo di Roma non può però nemmeno limitare il proprio servizio a una mera precedenza onoraria. Il suo primato è piuttosto un servizio definitivamente vincolante alla fede e un servizio credibile alla carità, e quindi servizio all’unità della Chiesa e anche servizio all’unità dei cristiani.

In questo senso, Papa Francesco durante la sua visita al Patriarca ecumenico Bartolomeo i a Istanbul il 30 novembre 2014, nella chiesa patriarcale di San Giorgio, ha assicurato «che, per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e della esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze: l’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità”, è la comunione con le Chiese ortodosse». Lo stesso obiettivo vale, naturalmente, anche per le Chiese e le comunità ecclesiali protestanti.

di Kurt Koch

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