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La quercia e il tiglio

· «Le Metamorfosi» di Ovidio e il mito gentile e senza tempo di Filemone e Bauci ·

Un autore classico, se davvero possiede tutti i crismi della classicità, innalza «un monumento più perenne del bronzo», secondo l’orgogliosa affermazione di Orazio ( Odi, III, 30). È coevo ad ogni epoca. Lo si può persino considerare, richiamandosi a Giuseppe Pontiggia, un «contemporaneo del futuro».

Un auctor e un opus magnum della letteratura latina saldamente insediati nella dimensione del nostro presente, e proiettati in quella del nostro futuro, sono in particolare Publio Ovidio Nasone (Sulmona, 43 antecedente l’era cristiana - Tomi, Ponto Eusino, 17 o 18) e il suo capolavoro, le Metamorfosi . Varcata da oltre un decennio la soglia del ventunesimo secolo, vediamo oggi inverata nell’intensità degli studi filologici e nella copiosità delle pubblicazioni un’intuizione profetica di quell’insaziabile lettore-ermeneuta dei classici che fu Italo Calvino. Nelle sue ormai leggendarie Lezioni americane (Garzanti, 1988), accompagnate dal significativo sottotitolo Sei proposte per il prossimo millennio , Calvino privilegiava, come opere della latinità destinate a influenzare la temperie culturale del terzo millennio, il De rerum natura di Lucrezio e, con ulteriore sottolineatura di predilezione, appunto le Metamorfosi ovidiane. È noto che i cinque «valori o qualità o specificità» elevati dallo scrittore ligure a paradigmi su cui fondare la «fiducia nel futuro della letteratura» sono: «leggerezza», «rapidità», «esattezza», «visibilità», «molteplicità». E non è un caso che di ben due di queste categorie, «leggerezza» e «molteplicità», venga eletto antesignano l’Ovidio metamorfico.

Per l’antico poeta abruzzese è dunque scoccata l’ora del riscatto, del pieno recupero al vertice che gli compete, dopo secoli di penombra seguiti al giudizio in chiaroscuro di Seneca e Quintiliano, che gli rimproveravano un insufficiente autocontrollo nel disciplinare il suo sorgivo, esuberante ingenium . Certo, la frequentazione delle scuole di declamazione in voga nella Roma di epoca augustea aveva fatto di Ovidio, già per natura dotato di un’inesauribile vena immaginativa, un artista della parola retoricamente cesellata. Governati da una tecnica raffinata, pensieri, passioni e sentimenti spesso superficiali o soltanto emozionali si disponevano nell’aurea misura del distico elegiaco (esametro + pentametro) con una fluidità, una flessibilità, una musicalità strabilianti. Sponte sua carmen numeros veniebat ad aptos, / et quod temptabam dicere versus erat , «la poesia veniva spontaneamente nei suoi giusti ritmi / e diventava verso quanto provavo a dire», rievocò durante l’esilio sul Mar Nero ( Tristia iv, 10, vv. 25-26).

Alcune riserve permangono tuttora riguardo alla produzione giovanile, diramata nei generi dell’elegia erotica ( Amores ), della precettistica galante ( Ars amatoria , Remedia amoris ), della pseudo-epistolografia mitica ( Heroides ): scritti fortunatissimi, che promossero Ovidio a idolo dei salotti mondani, in una società incline a contraddire nei suoi comportamenti amorali la severa restaurazione dei valori repubblicani, primo fra tutti la fedeltà coniugale, varata da Augusto. E proprio con la pruriginosa Ars amatoria va probabilmente identificato il carmen che, sommandosi al coinvolgimento in qualche scandalo di corte ( error ), indusse il princeps , nell’anno 8, a scagliare il fulmine della relegatio nella remota Tomi (odierna Costanza in Romania). Né più generosa può risultare la valutazione dei Fasti , l’incompiuto epos dedicato alle festività romane, e dei Tristia che, con le altrettanto lacrimose Epistulae ex Ponto , danno voce alla nostalgia dell’esule.

Sempre più rifulgono invece, sotto i riflettori dei latinisti e dei lettori colti, le Metamorfosi , frutto di un tour de force creativo che ha del prodigioso anche solo in termini statistici: 15 libri composti in breve giro d’anni, all’incirca 12.000 esametri, oltre 250 fabulae («storie», «racconti») attinte alla sterminata tradizione mitologica greco-latina. Poema polimorfo, che all’interno dei miti trascelti si concentra a rappresentare con plastica evidenza il processo di trasformazione attraverso il quale, di norma, il corpo umano assume forme animalesche o vegetali, il complesso delle Metamorfosi si configura esso stesso come un’ininterrotta, grandiosa, variegata trasformazione della materia letteraria, grazie a giochi d’incastri, avvicendamenti di voci narranti, strutture «a scatole cinesi» che non cessano di suscitare in noi stupore e ammirazione. E che suggeriscono agli studiosi definizioni ingegnose: «opera-mondo» capace di «convertire in territorio di grazia e teatro di sventura l’intero spazio fisico», secondo Alessandro Barchiesi, nell’Introduzione che apre il primo volume, da lui curato, dell’edizione in progress allestita dalla Fondazione Lorenzo Valla (Libri i-ii, Mondadori, 2005); «il grande poema delle passioni e delle meraviglie» (Concetto Marchesi); «quasi un processo di ri-creazione della realtà» (Emilio Pianezzola).

Ma la caratterizzazione più sorprendente è quella cui approda il saggio introduttivo di Edward J. Kenney nel quarto volume delle Metamorfosi , pubblicato di recente con il marchio della Fondazione Valla (Libri VII-ix, traduzione di Gioachino Chiarini, Mondadori, 2011, pagine lXXII-496, euro 30): «Il suo tratto più distintivo è l’ humanitas , un senso di fraternità analogo alla carità. Ovidio crede nella sostanziale bontà (o, almeno, rispettabilità) degli esseri umani. Le Metamorfosi sono prima di tutto un’epica dello spirito umano». «Un’epica dello spirito umano»: a prima vista, un clamoroso paradosso, in riferimento a un’opera che, centrata sulla mutazione della corporeità, raffigura ripetutamente, in termini a volte crudi, la violenza (anche sessuale) e la sofferenza della carne. Eppure, al di là dei fenomeni fisici, il poeta tende perlopiù a preservare la dignità di coscienze che l’aggressione della metamorfosi ferisce ma non umilia. E non di rado apre squarci di humanitas , persino — si direbbe — di caritas pre-cristiana, dove lo «spirito umano» celebra piccoli, decisivi trionfi.

Una di queste gemme, forse la più luminosa di tutto il poema, brilla al centro del quarto volume mondadoriano: è, esteso ai versi 611-724 del Libro VIII, il mito «gentile» di Filemone e Bauci, su cui generazioni di studenti del liceo classico si sono curvate con un sorriso di tenerezza, magari rivolgendo un pensiero affettuoso, per analogia, ai propri nonni. Se poi lo si rilegge in età adulta, si ha la riprova della fondatezza di una diffusa opinione critica: il «piacere del testo» sprigionato dalle Metamorfosi è, in un assaggio frammentario, non meno godibile che in una lettura globale.

A riassumere la trama del breve episodio possono qui bastare solo poche righe. Giunti in Frigia sotto spoglie mortali, Giove e Mercurio, bisognosi di riposo, bussano invano a mille porte. Trovano infine ospitalità in una misera casupola: la dimora di Filemone e Bauci, anziani sposi coetanei, «uniti fin dagli anni della giovinezza, / invecchiati... alleviando la povertà / con l’accettarla». L’acribia descrittiva di Ovidio, prodiga di dettagli illuminanti, si sbizzarrisce nell’illustrazione dello zelo, dell’umiltà, della sollecitudine che ispirano i gesti compiuti dai due coniugi a beneficio dei loro ospiti: la raccolta di verdure, la cottura di una spalla di maiale, la sistemazione della tavola traballante, l’inseguimento dell’oca sacrificale... Finché, rivelata la loro natura divina, Giove e Mercurio mostrano a Filemone e Bauci, dalla cima di un monte, che le acque di un lago hanno sommerso, per inesorabile castigo, tutte le altre case della vallata, lasciando intatta solo la loro, che miracolosamente si trasforma in un tempio. Secondo il loro desiderio, marito e moglie ne diventano i custodi, e avranno la consolante sorte di poter morire nello stesso istante. La loro morte coinciderà infine con una duplice metamorfosi vegetale, giacché saranno mutati in una quercia e un tiglio. Qui coluere coluntur , «chi onorò è onorato», chiosa Ovidio con un aforisma in forma di calembour .

È impossibile, evidentemente, sottrarsi alla suggestione dei nitidi quanto involontari echi biblici che affascinarono tanti interpreti ovidiani del medioevo cristiano e che, ancora oggi, non finiscono d’incantarci: il parallelismo con l’ospitalità offerta da altri due vecchi molto speciali, Abramo e Sara, ai tre misteriosi personaggi che incarnano il Signore, apparendo alle Querce di Mamre, nel capitolo 18 della Genesi ; il possibile rispecchiamento tra il Diluvio universale ( Genesi 6-8) e l’inondazione punitiva in Frigia; il premio dell’ingresso nel Regno assegnato dal Figlio dell’uomo ai giusti che non lo avevano riconosciuto nel fare del bene ai suoi «fratelli più piccoli» ( Matteo 25, 31 sgg.) come termine evangelico di paragone con il destino di eterna serenità elargito a Filemone e Bauci in virtù della purezza e generosità del loro amore.

Anche alla luce di questa sensibilità «spirituale», non è lecito ridurre a mera espressione di vanagloria il presagio d’immortalità che imprime alle Metamorfosi il sigillo finale (XV, 878-879): perque omnia saecula(...) vivam , «e per tutti i secoli(...) vivrò».

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17 settembre 2019

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