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La via pulchritudinis
delle benedettine di Orselina

«V enite e vedrete» (Giovanni 1, 39) ripetono spesso le suore di Orselina, in Canton Ticino: non basta un’occhiata a un sito web, occorre venire, entrare, fermarsi. Quella che Gesù offrì ai primi discepoli è condivisione di un’intimità domestica, che colpisce l’intelligenza e i sensi, inizio generativo di molte cose nuove. Continua ad accadere: astrarre forme e colori dalla vita di una casa è molto difficile, specie se l’ora et labora et noli contristari ne fa una fucina di carismi spirituali, artistici, artigianali.

Il lavoro delle benedettine di Santa Ildegarda sorge da una stabilitas loci che solo in seguito inonda di bellezza la liturgia di chiese e cattedrali d’Europa. «La nostra occupazione quotidiana è di distaccarci dall’effimero e di lasciarci guidare verso Dio. Solo così la vita è interessante, quando diventiamo consapevoli che essa ci conduce a Dio. Se nella preghiera siamo con Cristo, sappiamo intuitivamente che tutto ciò che in noi è disordinato differisce da Cristo. Egli farebbe tante cose in un altro modo». Fraternità, canto, impegno quotidiano tra seta, cucito, telai. Vestire il “fatto a mano” rinvia chi presiede l’eucaristia a corpi impegnati giorno e notte col mistero: la via pulchritudinis è diversa dalle rotte commerciali, estranea alle logiche “usa e getta” arrivate fin sull’altare. Ne parlo con don Nicola Zanini, rettore del Seminario e direttore del Centro liturgico diocesano di Lugano. «Giunte a Orselina, piccolo centro sopra Locarno, a metà degli anni Cinquanta, le benedettine si trovarono immediatamente inserite in un contesto favorevole. La sensibilità artistica e il carisma religioso della fondatrice, la tedesca Hildegard Michaelis, si sposò perfettamente con l’attività di riforma, nello spirito del movimento liturgico, animata dal grande precursore don Luigi Agustoni. Professore di liturgia in seminario, in stretti rapporti con le abbazie di Solesmes e Maria Laach, raffinatissimo maestro di gregoriano, fu promotore di un congresso liturgico internazionale a Lugano nel 1953 e divenne, poi, parroco a Orselina, villaggio che gli consentiva di proseguire studi e ricerca. Fu lui a favorire il lascito di un terreno e di una piccola casa, perché dal 1957 trovassero posto in Ticino madre Michaelis e le sue sorelle: nasceva la Fondazione Orsa Minore, poi riconosciuta come Monastero di Santa Hildegardis». Quella che don Nicola tratteggia è l’atmosfera vivace del concilio, partecipata da una Chiesa locale che, pur mantenendosi popolare e fedele alla tradizione, osava percorrere vie di rinnovamento, complice la posizione strategicamente singolare di crocevia tra nord e sud delle Alpi. «Il rapporto tra la comunità monastica e la diocesi è stato interessantissimo. Per quanto le suore sviluppassero contatti e collaborazioni con mezza Europa, in Ticino si giocava una partita decisiva per la loro stessa sensibilità. Attente ai bisogni locali, venivano elaborando uno stile che sempre più piaceva sia loro sia al territorio. Grazie a don Valerio Crivelli, successore di Agustoni, divenne fortissimo il rapporto col liturgista della diocesi: per decenni, le benedettine hanno garantito alle grandi celebrazioni il meglio che si potesse cercare; a ogni cambio di vescovo intervenivano a offrire casula e mitra dell’ordinazione; parroci e comunità parrocchiali hanno conosciuto e accolto il loro lavoro. Un servizio reso pressoché gratuitamente, come gratuito è il bello. Erano inizialmente gli anni di Paolo vi, quando l’apertura all’arte e a nuove forme espressive era davvero totale. Le suore si sono sentite confermate dalla Chiesa nella loro coraggiosa ricerca. Contemporaneamente, in molte parrocchiali della diocesi si provvedeva all’adeguamento dei poli liturgici col medesimo spirito, optando per soluzioni di notevole qualità». Chiedo a don Zanini se i tempi non siano però cambiati, anche ai piedi delle Alpi: correnti fredde hanno ovunque smorzato il fervore conciliare, spesso per reazione a molti abusi o eccessi, proprio in campo liturgico. 

Oggi, poi, con un Papa della sobrietà, che sospinge verso le periferie e relativizza le forme e i riti, è ancora plausibile una proposta in continuità con quegli anni? «Le vesti liturgiche create negli atelierdel monastero rispondono perfettamente alla riforma del concilio Vaticano ii, che chiede: “i riti splendano per nobile semplicità”. Una riforma, quella conciliare, per molti versi ancora da attuare. È vero: si è tornati a cercare spesso, sull’altare, più nobiltà che semplicità. Si fanno coincidere, equivocamente, gusto ottocentesco e solennità dei segni. D’altra parte, molto male fa la trasandatezza, la confusione tra sobrietà e bruttezza. Invece, il lavoro delle monache sui colori, la genuina attenzione ai materiali, un rigoroso attenersi al non banale, la risonanza d’intuizioni maturate in preghiera: tutto conduce a un’essenzialità che rende nobili i loro manufatti innovativi. Non solo un’educazione al bello, ma un’offerta di teologia attraverso i paramenti: dietro alle immagini e ai colori ci sono studio e meditazione, non mero estetismo. Si tratta di icone, dentro i loro tessuti». Ogni pezzo unico può richiedere da alcuni giorni a diversi mesi di dedizione, in un concerto di competenze che vede oggi, fianco a fianco, anziane religiose e giovani laiche: comunque donne, a servizio di una Chiesa colma di luce e di colore, riflesso della bellezza di Dio.

di Sergio Massironi

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19 gennaio 2020

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