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La psicanalista e il monaco

· Nel libro di Marie Balmary ·

A dire la verità i libri che si propongono di riconciliare psicanalisi e cattolicesimo non mi hanno mai convinto. Mi sembra infatti che questi tentativi partano da un progetto armonizzatore al quale tutto viene subordinato, senza mai affrontare i veri problemi di fondo che dividono - o qualche volta improvvisamente uniscono - due sistemi di interpretazione dell’essere umano e dell’esistenza molto diversi tra loro. Non è questo il caso di un libro della psicanalista francese Marie Balmary, uscito nel 2005 (Paris, Éditions Albin Michel) e nel 2008 pubblicato in Italia dalle Paoline: Il monaco e la psicanalista . L’autrice narra un dialogo fra una psicanalista ebrea - che è stata gravemente malata, e quindi si trova a ripensare il suo rapporto con la vita e soprattutto con la morte - e un monaco che l’aveva conosciuta quando entrambi erano studenti di medicina.

Il dialogo non è però una trattazione astratta. È una sorta di corpo a corpo fra due persone che cercano, che conoscono la sofferenza e che vogliono arrivare alla verità. Le parole della Bibbia, in quanto testo che unisce ebraismo e cristianesimo, anche se fino a quel momento poco praticato dalla psicanalista, servono da terreno di riflessione e di scoperta. All’inizio la contrapposizione sembra netta e il dialogo inizia con una polemica. Ruth, la psicanalista, accusa la Chiesa di avere tradito l’insegnamento evangelico, e Simon, il monaco, risponde che «il rinnegamento di Pietro mi sembra una base più sicura rispetto a una purezza e a una perfezione all’origine del cristianesimo», perché si riferisce a una «eredità accettata insieme al debito che comporta».

Ma poi l’analisi dei termini che escono spontaneamente dalle loro labbra  - guarire, salvare, grazia - e addirittura l’evocazione e l’ascolto di brani musicali, insieme alle parole di filosofi e di poeti amati da entrambi, aiutano l’approfondimento del discorso.

Il punto più emozionante del dialogo giunge con il disvelamento del sacrificio di Abramo. Al Dio che sembra esibire un’arbitrarietà pura, perché si presenta ad Abramo chiedendogli il sacrificio del figlio, si contrappone un altro Dio che gli trattiene la mano, segnando la fine dei sacrifici cruenti. Tutto l’episodio viene di conseguenza interpretato come una sorta di vaccinazione spirituale. A questo punto i protagonisti del dialogo si trovano ad ammettere che i testi sacri ebraici e cristiani non sono soltanto rivelati, ma sono addirittura rivelanti. E in questa vicenda la psicanalisi si dimostra solo uno dei tanti metodi che l’essere umano ha inventato per arrivare alla verità. Può quindi aiutare a comprendere il grande libro, e in definitiva essere meglio compresa nella sua natura di cura guaritrice.

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21 novembre 2019

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