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La provocazione di Gesù a credenti e non credenti

· In un libro di don Armando Matteo ·

È in libreria da lunedì 11 aprile Nel nome del Dio sconosciuto. La provocazione di Gesù a credenti e non credenti di don Armando Matteo, assistente nazionale della Federazione universitaria cattolica italiana (Padova, Messaggero di sant’Antonio editrice, 2011, pagine 110, euro 9, «Il cortile dei gentili», 2). Ne pubblichiamo l’introduzione affidata al direttore del «Messaggero di sant’Antonio».

«Si dà spesso troppo poca importanza alla ricerca del Dio che Gesù ha predicato. Si crede di sapere ormai anche senza Gesù chi sia Dio e che cosa esiga dall’uomo»: questa constatazione, fatta più di quarant’anni fa dal teologo J.F. Schierse, toglie ogni dubbio sulla legittimità d’introdurre e illustrare la figura di Gesù qualora si intenda entrare in dialogo con i non credenti. Non solo. Gesù Cristo è spesso e volentieri sconosciuto tra i suoi, in casa propria, e la recita a ritmo di marcia del Credo domenicale non garantisce adesione piena e consapevole a verità per altro non facili da comprendere. Eppure Gesù è del cristianesimo il fondatore e il fondamento, e la sua vicenda terrena va letta e riletta per carpire lo stile di Dio, per entrare in sintonia con il suo mistero di trascendenza e condiscendenza, per guardare volti, cose, vicende terrene, contraddizioni e slanci dell’umano con gli occhi stessi dell’Eterno. Ha ragione don Armando quando avvisa il lettore che «due occhi non bastano», perché troppo facilmente il nostro sguardo si arrende di fronte al labirinto sempre più impressionante della complessità, e non riuscendo a reggerla imbocca scorciatoie, finendo col vedere quello che tutti vedono: idoli piccoli e grandi che si lasciano apparentemente addomesticare infondendo false sicurezze; basta allungare la mano e per un po’ la novità — non raramente high tech — anestetizza la fame di vita.

«Il cristianesimo è la religione che parte da e torna sempre daccapo a Gesù», sostiene don Armando cogliendo la necessità e l’urgenza di baricentrare la vita cristiana e di offrirne a quelli di fuori una visione meno dispersiva e depressiva, nel senso di un genericismo che fa rima con buonismo e di un’insistenza sul negativo — i ripetuti «no» della Chiesa — che qualcuno legge come spietata diffida nei confronti dell’umano e volontà di potenza. Partire da Gesù e a lui tornare sarebbe a dir poco sconvolgente a fronte di una situazione, come quella di oggi, di omologazione trasversale: «Non è vero che tutti i membri della Chiesa, tutti i cristiani battezzati, vivono la loro esistenza come l’ha vissuta Gesù Cristo — annota il teologo milanese Giuseppe Colombo —. È vero il contrario; e il contrasto è evidente e clamoroso. Oggi il modello di vita dei cristiani non è quello fornito da Gesù Cristo, ma generalmente quello imposto dalla cultura ambientale, che omologa tendenzialmente cristiani e non-cristiani nelle medesime forme e nel medesimo stile di vita». Accettando come vera questa disincantata analisi, non vi è che da prenderne stimolo per individuare percorsi in grado di rivitalizzare il discorso su Gesù, senza piegarlo subito a corrispondenze troppo facili — sia consolatorie che meritorie o miracolistiche — e mettendolo al sicuro da strumentalizzazioni anche raffinate: se, infatti, veniamo da tempi nei quali l’affermazione «Cristo sì, Chiesa no» ci lusingava nella prima parte e come cristiani ci spingeva a fare meglio nella seconda, oggi c’è chi afferma «Cristo no, Chiesa sì», posizione sospetta anche solo nella formulazione, visto che ogni cortocircuito del linguaggio è preludio di poco chiare conclusioni.

Per parlare di Gesù a credenti e non, l’autore sceglie un leitmotiv intrigante, vale a dire la presentazione del Figlio come uomo «infinitamente contento di stare al mondo». Togliendo ogni dubbio sul fatto che la fede, la vita vissuta al cospetto di Dio, sia una sorta di «dopo lavoro dell’esistenza», quasi un suo doppione, fatto di culto dovuto, riti e opere buone, collocato in parallelo alla vita vera — insomma uno dei retro-mondi, esangui e malati, di cui parla Bonhoeffer. Inoltre, quella di Gesù è un’amabilità che attesta come l’uomo è sotto la benedizione divina che ripete per ognuno la formula originaria della creazione: «Tu sei buono!». Per cui l’amabilità di sé, che oggi i più faticano a recuperare e che vanno cercando in molte direzioni (dal wellness fatto religione — che mette insieme well being e fitness — alla chirurgia estetica estrema, dal viaggiare compulsivo e cosmopolita ai tradizionali percorsi psicanalitici) ha radici in cielo e in Cristo attestazione e concreta visibilizzazione. «L’intera vicenda di Gesù — troviamo a circa metà del libro — può essere riletta alla luce del suo tentativo di riattivare l’autorizzazione ad amarsi in ogni uomo e in ogni donna che ha incontrato. E non ha lasciato fuori nessuna possibilità dell’umano: il peccatore, il malato, il ricco, il povero, il potente, il ferito, l’uomo in ricerca, lo straniero. Nessun umano è a-teo, cioè privo di quella benedizione divina che autorizza la benedizione di sé». C’è da dire che quello della gioia, quindi della vita piena e buona, è un tema che la Chiesa italiana ha lanciato come cifra del nuovo decennio pastorale, consapevole che su questo punto si giocano le chances di un cristianesimo in evidente contrazione più qualitativa che numerica. Gesù non è solo portatore della gioia e della «vita buona», ma la sua è innanzitutto una vita contenta di esistere e una vita ben vissuta. Senza questa convinzione potrebbe prevalere la proclamazione di una pienezza di vita della quale gli stessi annunciatori sono i primi a diffidare, incapaci di tenere in unità ciò che in Gesù si salda e armonizza: l’umano e il divino. Mentre ogni evangelizzazione non può che scaturire — come dice ancora Giuseppe Colombo — dal riferimento all’esistenza umana «felice» di Gesù, alla Chiesa come «“luogo” nel quale l’esistenza umana ha la possibilità di essere vissuta nel modo più felice». Pretesa facile da contestare, non si può che ammetterlo, senza che questo induca a escludere la messa a frutto del fattore «possibilità», di cui nella Chiesa non mancano preclari esempi. Tutto questo gran parlare di gioia, vita buona, pienezza, rimanda spontaneamente a considerare i tempi anche lunghi in cui la vita è segnata dallo smacco e dal fallimento, abbrutita dal male morale e fisico, schiacciata nell’angolo dal vuoto e dal non senso. Inutile nascondersi il fatto che l’esistenza umana, che pure ha spalle forti, è accerchiata d’ogni parte dalla contingenza. Ora, scrive il teologo domenicano Edward Schillebeeckx, «l’esperienza della contingenza umana può portare a Dio come a negarlo, a non sentirlo affatto. Sia il teismo che l’ateismo non possono essere provati. Appartengono all’esperienza interpretativa della realtà. Mi rifiuto di dire che gli atei non credono e che solo i membri di una religione sono credenti. Tutti sono credenti, ma la credenza ha un altro contenuto. C’è chi coglie attraverso l’esperienza della contingenza la gratuità di Dio e c’è chi nella contingenza fa l’esperienza del nulla, del vuoto. L’esperienza della contingenza pone l’uomo di fronte alla scelta: o la fede nella gratuità di Dio o il rifiuto di un Dio, che tace». Questo sfondo propizia una delle domande più serrate nei confronti del cristianesimo di ieri e di oggi: questi ha saputo e sa accompagnare gli uomini nell’affrontamento dell’esperienza del dolore e della croce? Oppure la croce e una certa retorica che ne consegue hanno prevalso sul Crocifisso, sulla proclamazione di una totale fedeltà a Dio e al bene degli uomini che per coerenza non ha potuto sottrarsi alla via crucis che attende al varco ogni amore per inverarlo? L’autore è chiaro sul fatto che non la croce rende grande Gesù, ma anzi che quest’ultimo riscatta infine — ed è il passaggio esistenzialmente e teologicamente più duro — la croce stessa. Non la addomestica né la subisce: la sua è una consegna nella libertà, che perciò smaschera ogni processo troppo umano di vittimizzazione e ogni giustificazione doloristica della sofferenza. «La croce di Gesù — attualizza don Armando — non è dunque una sorta di pedaggio necessario per la sua risurrezione o per la salvezza dei peccati del mondo. È rivelazione! Non guarda a un passato remoto, da cui deve liberarci, ma punta a un futuro possibile, per il quale ci rende liberi e disponibili: è l’incrocio da cui passa il possibile avvenire dell’umanità e la possibile umanità dell’avvenire». La croce che tiene inchiodati al passato, che alimenta barriere e prigioni, che non libera energie vitali, che non apre futuro, non è la croce di Cristo.

Il terzo e ultimo capitolo del libro è dedicato alla verità. Mai tema è stato più controverso, trasformandosi ai nostri giorni in materia di accalorati duelli — anche la parola può farsi randello — tra laici e credenti: solo ammettendo che l’uomo è destinato alla verità la fede cristiana sta in piedi, pensano i cristiani; solo riconoscendo i cedimenti della fede che portano alla sua contraffazione — quando il Vangelo si irrigidisce in dottrina, l’etica diventa un prontuario di regole, l’appartenenza alla Chiesa scade in lobby — si può cominciare a dialogare seriamente, pensano i laici. L’autore, che non ama le contrapposizioni, ancor meno quelle semplicistiche, conduce il lettore a compiere un viaggio per recuperare alla radice il senso della categoria di verità, da intendere sempre in modo analogico. Il sostantivo verità e l’aggettivo vero hanno significati disomogenei a seconda dell’ambito del sapere in cui sono utilizzati: scienza, filosofia, storia, arte, poesia, teologia, letteratura hanno a che fare con la verità a titolo diverso. Per cui è bene essere avvertiti del fatto che ogni volontà d’affermazione in termini assoluti della verità rischia il più delle volte di essere una sua pacchiana mistificazione. Ma voglio chiudere questa breve introduzione, che con gentilezza — atteggiamento di casa nel «cortile dei gentili» — don Armando mi ha richiesto il 31 dicembre 2010 come regalo per l’anno nuovo, con una considerazione. È di Dostoevskij la frase che dice: «Meglio essere nell’errore con Cristo che nella verità senza Cristo». Evidente l’utilizzo magistrale del paradosso, anche se per gusti e attitudini personali la mia preferenza va al convergere di Cristo e verità, senza costrizioni e forzature. Come noterete, anche don Armando predilige, nelle pagine del libro, detta convergenza. Che per questo mi abbia affidato di accordare fin dall’inizio la tonalità del discorso?

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