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La protezione della sapienza tradizionale

· Per la cura della casa comune ·

I popoli indigeni custodi della natura: l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile

I popoli indigeni dell’Amazzonia come interlocutori a pieno titolo nella cura della casa comune sono stati al centro del seminario svoltosi giovedì pomeriggio, 28 marzo nella sede della Fao a Roma. Organizzato dalla Missione permanente di osservazione della Santa Sede presso le organizzazioni delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, in collaborazione con il Forum Roma delle ong di ispirazione cattolica, l’incontro è stato introdotto da Vincenzo Conso, coordinatore del Forum. Dopo la relazione del cardinale segretario generale del Sinodo dei vescovi — di cui riportiamo buona parte del testo insieme ad ampi stralci delle conclusioni affidate all’osservatore permanente della Santa Sede presso Fao, Ifad e Pam — è intervenuta Silvina Pérez responsabile dell’edizione in lingua spagnola dell’«Osservatore Romano». Quindi hanno parlato Azzurra Chiarini, coordinatrice del programma congiunto Fao, Ifad, Wfp, UfWomen, dell’Empowerment economico delle donne rurali, Pam; Mattia Prayer Galletti, responsabile dei programmi per i popoli indigeni, Ifad; Yon Fernandez de Larrinoa, responsabile per i popoli indigeni, Fao.

Il titolo del nostro evento ci ricorda come i popoli indigeni siano i custodi della natura. Con le parole di Papa Francesco, essi sono «memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della casa comune».

Ma cosa significa esattamente avere cura? Si tratta di qualcosa legato ad un’idea di compassione, a qualcosa che implica un compromettersi. In particolare, potremmo allora dire che l’avere cura della casa comune significa essere in grado di patire con la terra, di spendersi per essa, di saper ascoltare quel suo «grido» di cui scrive così lucidamente il Santo Padre nell’enciclica Laudato si’ (n.49). E chi meglio delle comunità autoctone è capace di ascoltare questo «grido» della terra, proprio a motivo della relazione ancestrale che esse hanno con quest’ultima?

A questo riguardo, diceva il vescovo di Roma, poco più di un mese fa, incontrando proprio in questa sede alcuni rappresentanti del iv Forum dei popoli indigeni convocato dall’Ifad: «I popoli indigeni sono un grido vivente a favore della speranza. Ci ricordano che noi esseri umani abbiamo una responsabilità condivisa nella cura della “casa comune” [...]. La terra soffre e i popoli originari sanno del dialogo con la terra, sanno che cos’è ascoltare la terra, vedere la terra, toccare la terra. Conoscono l’arte del vivere bene in armonia con la terra».

Tuttavia, bisogna riconoscere che lo straordinario patrimonio culturale e spirituale di molti popoli indigeni rischia di essere spazzato via da una sorta di colonizzazione economica e ideologica spesso ammantata da prospettive di sviluppo. Le distinte e diverse qualità delle comunità multiculturali sono minacciate dall’uniformazione e standardizzazione della cultura e del commercio che sono logica conseguenza del processo di globalizzazione. I problemi che derivano dal multiculturalismo e dalla diversità culturale, in particolar modo in quelle società che presentano sia comunità indigene sia comunità di immigranti, richiedono l’attuazione di politiche culturali capaci di bilanciare la preservazione e la protezione delle espressioni culturali, sia tradizionali che di qualsiasi altro genere, con la possibilità di un libero scambio delle esperienze culturali.

Si è soliti ricollegare il termine tradizione a qualcosa di vecchio e immutabile da poter soltanto imitare e riprodurre, ma non è così. L’eredità culturale è un processo permanente di produzione che può creare valori solo quando è continuamente aggiornato e contestualizzato alla realtà del tempo. Deve essere qualcosa che cammina di pari passo con la realtà per poter diventare un valore reale, come gli artisti portano nuove prospettive ed esperienze ai loro lavori così la tradizione può essere un’importante risorsa di creatività e innovazione.

Un altro elemento da sottolineare è la conservazione che consente il mantenimento della diversità biologica nel sistema agricolo, diventando così un valore aggiunto per la comunità. Sappiamo che, ad esempio, i diritti di proprietà intellettuale potrebbero essere utilizzati per produrre quei ricavi che sarebbero atti a sostenere quelle attività che altrimenti sarebbero abbandonate. Basti pensare a quali conseguenze potrebbe avere sulla biodiversità la scelta degli agricoltori di coltivare varietà vegetali di maggior successo, che garantirebbero anche più ricavi e li porterebbero ad abbandonare l’uso delle varietà classiche che coltivavano, generando una sicura perdita della biodiversità. D’altro canto possiamo sottolineare come la possibilità di proteggere queste varietà vegetali attraverso l’uso del Sistema dei Diritti di proprietà intellettuale (iprs) avrebbe un sicuro impatto positivo sia sulla loro conservazione che sullo sviluppo.

Tuttavia i rapporti delle Nazioni Unite e lo studio degli investimenti nel settore della ricerca e dello sviluppo fanno emergere la drammaticità del perseguimento degli interessi commerciali da parte di alcune grandi società transnazionali in quelle aree del pianeta dove vivono le comunità autoctone: si tratta di un atteggiamento spesso spregiudicato, che oltre a degradare l’ambiente costringe i popoli indigeni, e in particolare i giovani, a migrare, sradicandosi così dalle loro terre e pertanto dalle loro origini. Serve invertire questo fenomeno! Come accennava Papa Francesco ai giovani indigeni, serve «tornare alle culture delle origini. Farsi carico delle radici, perché dalle radici viene la forza che vi farà crescere, fiorire e fruttificare». Senza le radici, non può esserci vita. E infatti ciò che spesso avviene è che molti indigeni, sradicati dalle loro origini, si ritrovano in situazioni di povertà e vulnerabilità, diventando così scarti della società, diventando cioè quelle persone che non possiamo e non dobbiamo lasciare indietro, se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030.

Nella strutturazione delle attività economiche che coinvolgono i popoli autoctoni, diventa essenziale pertanto far prevalere il diritto al consenso previo e informato, come previsto dall’art. 32 della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni. Come indicato nel recente rapporto del relatore speciale sui diritti dei popoli indigeni, è essenziale precisare che la necessità di consultare le comunità autoctone non deve essere considerata in maniera disgiunta dagli altri diritti di natura «sostanziale» di cui esse godono, ma al contrario essa emerge proprio dai diritti all’autodeterminazione, alla terra e alle risorse naturali, garantendone la tutela.

In alcuni casi la protezione del sapere tradizionale ha per obiettivo quello di prevenire la «bio-pirateria» e di assicurare la divisione dei vantaggi come previsto dagli articoli 8 (j), 15 e 16 della Convenzione sulla diversità biologica (cbd), piuttosto che stabilire un sistema di appropriazione positivo. All’Organizzazione mondiale del commercio, diversi Paesi in via di sviluppo hanno proposto, all’interno dell’Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (trips), che regola la materia della proprietà intellettuale, l’inclusione di una previsione che stabilisca l’impossibilità di garantire la tutela di quei brevetti che siano incompatibili con la previsione contenuta nell’articolo 15 della Convenzione sulla diversità biologica (cbd). Questa misura, che sembra percorrere una strada innovativa per armonizzare l’Accordo trips con la Convenzione, si basa sulla previsione dell’articolo 15 che richiede una valutazione preventiva per accedere alle risorse e una divisione dei profitti con i fornitori delle materie prime.

La piena partecipazione dei popoli indigeni garantisce perciò il rispetto della loro identità, della loro cultura, delle loro radici e di riflesso, aiuta tutti noi a prenderci cura della nostra casa comune. I popoli indigeni non possono perciò essere considerati come una minoranza ma autentici interlocutori e il loro riconoscimento «ci ricorda che non siamo i padroni assoluti del creato[...]. La loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura».

La Chiesa cattolica da parte sua rivolge un’attenzione speciale a questi popoli, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, e per individuare nuove strade di evangelizzazione, il Santo Padre ha convocato un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica che si svolgerà nell’ottobre di quest’anno.

Vorrei concludere questo significativo evento con una esortazione rivolta a tutti coloro che hanno a cuore la nostra casa comune: avviamo un vero dialogo con le popolazioni autoctone, un colloquio costruttivo, con una apertura vicendevole, dove gli uni imparino dagli altri, con franchezza e senza pregiudizi. Seguiamo l’esempio delle comunità autoctone nel custodire la terra. Custodiamo tutti una cultura della sostenibilità e non del solo e avido sfruttamento. La terra richiama gesti di tenerezza e non esclusivo affarismo. Custodiamo i popoli indigeni per preservare e salvaguardare la terra! Custodiamo tutti coloro che ogni giorno si impegnano nel custodire la natura!

di Fernando Chica Arellano

Ferite che chiedono di essere sanate

Com’è noto, dal 6 al 27 ottobre prossimo si terrà qui a Roma l’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dal tema: «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale». Papa Francesco ha annunciato il tema all’Angelus di domenica 15 ottobre 2017 e precisava che aveva preso questa decisione «accogliendo il desiderio di alcune Conferenze episcopali dell’America latina, nonché la voce di diversi pastori e fedeli di altre parti del mondo».

Egli ha inoltre chiarito che lo «scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta». Dalla sottolineatura «specialmente per gli indigeni» si comprende bene l’attenzione che Papa Francesco vuole rivolgere alle comunità autoctone di quella immensa regione.

Una veduta aerea di un lembo della foresta amazzonica deforestato chimicamente per attività minerarie illegali nel sud-est del Perú (Afp)

Con questo annuncio è iniziato il processo sinodale, che in realtà ha preso le sue prime mosse nel gennaio 2018, in occasione della visita del Santo Padre a Puerto Maldonado in Perù, dove Papa Francesco ha calcato il suolo amazzonico per la prima volta da Pontefice e ha lì incontrato i popoli indigeni. Nello stesso giorno si è tenuta la prima riunione del segretario generale del Sinodo con la Repam (Rete ecclesiale Panamazzonica), per la preparazione dell’evento sinodale.

Vorrei evidenziare che è fondamentale ritenere che l’Amazzonia è “il focus” di questo Sinodo, ma è altrettanto vero che vi sono nel mondo altre “amazzonie”, dove si riscontrano criticità e problematiche ecclesiali ed ecologiche similari; e ciò in particolare nei riguardi dei popoli originari. Basti pensare alle regioni riguardanti il sistema acquifero del Guaranì, il corridoio biologico centroamericano, come pure il bacino del Congo o i boschi tropicali dell’Asia e del Pacifico. In questa prospettiva si comprende perché il Sinodo sarà celebrato a Roma, non come evento che si riferisce solo ad una Chiesa locale, ma tocca l’intera Chiesa universale, con uno sguardo globale al mondo.

Il processo sinodale si snoda in tre fasi successive e complementari.

La prima fase è quella della consultazione: l’ascolto.

Per quanto riguarda l’Amazzonia molte iniziative si sono svolte.

Ne cito tre: 45 assemblee territoriali locali, organizzate dalla Repam nel territorio panamazzonico (a vari livelli: province ecclesiastiche, diocesi, vicariati, decanati, unione di religiosi e religiose ecc.).

Il seminario di studi sul tema «Verso il Sinodo speciale per l’Amazzonia: dimensione regionale ed universale», tenutosi a Roma dal 25 al 27 febbraio scorso, con esperti e specialisti, di carattere scientifico.

Un seminario su «Ecologia integrale: una risposta sinodale a partire dall’Amazzonia e da altri bioma/territori essenziali per la cura della nostra casa comune», tenutosi alla Georgetown University di Washington dal 19 al 21 di questo mese, con la partecipazione di rappresentanti dei cinque continenti. Il materiale raccolto servirà per la redazione dell’Instrumentum laboris, documento di lavoro per i padri sinodali.

La seconda fase è la celebrazione dell’assemblea.

Vi parteciperanno i presidenti delle 7 Conferenze episcopali dell’area amazzonica, tutti i vescovi provenienti dalle circoscrizioni ecclesiastiche della zona, i membri del Consiglio ordinario di segreteria per l’Amazzonia, i capi dei dicasteri della Curia romana che hanno attinenza al tema, 15 religiosi e alcuni altri membri nominati dal Santo Padre. Inoltre, vi parteciperanno: esperti, uditori laici, laiche e religiose, delegati di comunità cristiane, invitati.

La terza e ultima fase è l’attuazione, affidata al dicastero competente della Curia romana, dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale.

Il Sinodo si propone di individuare delle strade, nuovi cammini, per l’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo da parte della Chiesa e anche per un’ecologia integrale rispettosa della bellezza del creato e della dignità delle persone.

In relazione alla trasmissione del Vangelo si porrà l’attenzione alla formazione cristiana e alle varie espressioni della pietà popolare; la promozione della vita sacramentale e liturgica delle comunità locali, l’approfondimento della problematica della ministerialità, che è strettamente collegata con detta promozione.

Per quanto riguarda l’aspetto dell’ecologia integrale, ci si riferirà a una visione dell’ecologia che non si limiti a guardare la “natura” e le sue questioni, ma che «comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali» (Laudato si’, 137). «Integrale», a partire dall’enciclica Laudato si’, vuol dire, proprio questo: basare l’ecologia come una realtà complessiva del nostro mondo, in cui il vivere è tutto connesso (117), natura, uomo e Dio creatore per noi cristiani. Le azioni umane non sono mai chiuse in “compartimenti stagni”, ma anche quelle che sembrano più distanti tra loro, sono in realtà interconnesse e toccano tutti gli ambiti naturali e umani. Di conseguenza, ogni comportamento dannoso per l’ambiente naturale si riflette inevitabilmente su quello socio-culturale e viceversa.

In questo quadro appena descritto si inscrive la realtà dei popoli indigeni e l’attenzione amorevole che il Santo Padre ha verso di loro. Proprio in quell’importante discorso di Puerto Maldonado, il Papa ha rilevato con comprensibile amarezza che «probabilmente i popoli originari dell’Amazzonia non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora» (19 gennaio 2018). Facendo eco alle parole del Papa, il Documento preparatorio del Sinodo così fotografava la situazione: «la ricchezza della foresta e dei fiumi amazzonici si trova minacciata dai grandi interessi economici che si concentrano in diversi punti del territorio. Tali interessi provocano, fra le altre cose, l’intensificazione della devastazione indiscriminata della foresta, la contaminazione di fiumi, laghi e affluenti (...). A ciò si aggiunge il narcotraffico, che, sommato a quanto detto, mette a repentaglio la sopravvivenza dei popoli che dipendono delle risorse animali e vegetali di questi territori» (Dp i,2). Come se questo non bastasse, anche altri elementi costituiscono una minaccia per la regione amazzonica. Ne evidenzio alcuni: le politiche che, pur mirando alla “conservazione” della natura favoriscono gli interessi di pochi; la tratta di persone (donne, bambini); la discriminazione verso i popoli indigeni; la questione dell’energia eolica (Brasile); il suicidio di giovani indigeni.

Queste minacce fanno sì che l’Amazzonia, e i popoli che l’abitano, siano attraversati da profonde ferite che richiedono di essere sanate.

di Lorenzo Baldisseri


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