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La proposta
di una via sapienziale

· Una riflessione sulla cultura contemporanea ·

Vivevamo placidamente nell’Eden fino a quando non fece la sua apparizione il serpente, insinuando la differenza: «Dio sa che il giorno in cui mangerete di questo albero, i vostri occhi si apriranno, e sarete come Lui». Adamo ed Eva mangiarono il frutto di quell’albero e i loro occhi si aprirono, ci dicono le Sacre Scritture: sapendo che erano nudi, si coprirono con foglie. Il paradiso della natura era andato perduto e cominciava — lo sappiamo tutti — la storia della cultura. L’unità tra Dio e l’uomo era infranta; aveva inizio il dramma della differenza.

Tiziano Vecellio, «Adamo ed Eva» (1565)

Ogni ideologia, e ogni religione riproduce il ruolo del serpente del paradiso: denuncia la differenza (tra i sogni e la realtà) e promette l’unità («sarete come dei») tra l’uomo e la natura. La tentazione primordiale è di naturalizzare il mistero, ossia di conservare l’unità con la madre terra, di restare nel calore e nella sicurezza dell’utero materno. Com’è logico, questo si può fare solo attraverso l’insinuarsi, sottile e sfrontato, di un Dio paterno e tiranno, giudice e legislatore, attraverso la contrapposizione tra legge e grazia. La vera tentazione, tuttavia, è quella di ridurre tutto alla dualità unità-differenza, facile da equiparare a buono-cattivo. In questa logica duale ci sono inevitabilmente innocenti e colpevoli, e perciò la ricerca di un capro espiatorio.
Tutte le ideologie, totalitariste per definizione, sono tentativi disperati di recuperare questo mito materno nella Modernità. Non creano un inferno escatologico — come fece magistralmente a suo tempo la Chiesa cattolica — ma elaborano il proprio inferno intra-storico, capacissimo di competere con l’eterno. Marx, per esempio, cade in questa trappola proponendo un paradiso senza classi, per il quale occorre estirpare la borghesia, il suo capro espiatorio. È ovvio che lo stesso si può dire del nazismo con il suo sogno infantile di una razza pura, per il quale Hitler ha bisogno di sterminare gli ebrei. Ancora una volta la non accettazione della differenza; ancora una volta la tentazione dell’uniformità. Marxismo e nazismo — entrambi invenzioni tedesche — sono ideologie chiaramente materne che, non potendo sopravvivere senza il lato virile, sostituiscono l’istanza paterna con la figura di uno Stalin, di un Duce, di un Führer. Il persistere di queste mitologie ai nostri giorni sta rivelando la loro colossale forza religiosa e archetipica. Solo leggendo la storia del xx secolo in questa chiave mitologica si può capire la nostra tragedia.
Di fronte a queste brutali invenzioni, tipicamente germaniche, prospera oggi lo psicologismo soft importato dal Nord America. Le promesse sono le stesse del marxismo e del fascismo, ma adattate a una mentalità postmoderna. I movimenti della New Age e l’orientalismo dominante si devono comprendere da tale prospettiva. Solo questo spiega l’attuale frenesia delle terapie, che sono un tentativo di ridurre il cristianesimo a un progetto di pienezza umana.
Di fronte al mito materno, e come reazione a esso, si erge il mito paterno, che consiste nel rinunciare al sogno dell’unità e della natura e nel razionalizzare la cultura e la fatalità. Per i suoi più insigni rappresentanti (Pessoa, Adorno, Pavese…) questo porta solo a separazione e solitudine. Per loro, tutto è proiezione di un’unità che non esiste né esisterà e la religione è solo legge. O uccidiamo il padre — dicono — o il padre uccide noi (Kafka). O siamo vittime dell’istinto di vita o eros — dicono anche — o di quello della morte o thánatos (Freud).
La letteratura contemporanea negli ultimi cento anni si è mossa tra questi due estremi, sebbene a prevalere sia stata di gran lunga l’ideologia paterna. Autori come Sartre, Pirandello o Camus, solo per citarne alcuni, offrono un sguardo nudo sulla nudità dell’esistenza. Siamo condannati a essere liberi (Sartre). L’esistenza è priva di consistenza (Camus). La vita è un gioco di maschere (Pirandello). Siamo un grido senza eco (Munch). Lontani dal barocchismo ma molto espressivi, le loro opere sono laceranti radiografie dell’individuo e della società. Mancano di ermeneutica, ma in compenso possiedono l’affascinante precisione della fenomenologia. Sobri e onesti per principio, questi scrittori trasformano la simbologia in sintomatologia, al punto che ogni cosa è per loro segno di una malattia.
Questo sguardo sbieco e diffidente, questo sospetto continuo che ci ha inoculato la Modernità è già in tutti noi, anche nei credenti. Abbiamo interiorizzato questo modo di pensare e vediamo, sempre e inevitabilmente, il prezzo che si deve pagare, il lato oscuro o negativo, le contropartite, le minoranze, ciò che è marginale…. Heidegger, Freud e Joyce ricorrono costantemente alle figure della tragedia greca (a Sisifo, Edipo, Prometeo, Ulisse…), tornano al mito, sì, ma senza crederci; e lo fanno per dimostrare che la promessa della pienezza (il fuoco degli dei, la cima della montagna …) è vana e che il futuro è quindi in sospeso. Soffocata ogni possibile fede, l’arte è per loro l’unica speranza, l’unica roccaforte per un mondo migliore.
Tra la naturalizzazione e la razionalizzazione del mistero, come terza via, la postmodernità letteraria indica l’ironia, che è un po’ come un esistenzialismo light. Robert Musil, Thomas Mann o James Joyce sono degni rappresentanti di questo nuovo ateismo estetico, più che ideologico. Con il suo Ulisse, per esempio, Joyce trasferisce la mitologia greca alla giornata di un uomo comune. Mann, da parte sua, scherza con la Bibbia nel suo Giuseppe e i suoi fratelli. Infine Musil in L’uomo senza qualità ironizza sul nichilismo tramite un raffinato gioco di semiotica. La festa dell’arte non è più quella del simbolo, bensì quella del mero segno. I romanzi di Umberto Eco sono, in tal senso, puri inviti al gioco. Non è un caso che Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault e L’isola del giorno prima si situino in ambienti esplicitamente cristiani e siano splendidi intrecci di citazioni. In questi romanzi si postula sempre che il mondo non ha senso e che la verità risulta opprimente. Si propone sempre la costruzione di un proprio sistema di riferimenti ipotetico, ludico, provvisorio….

Queste tre vie culturali, simboleggiate nelle figure della madre, del padre e del gioco, affrontano il mistero della vita, sintetizzato nella dialettica unità e differenza.

di Pablo d'Ors

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23 marzo 2019

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