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La promessa
del piccolo Fernand

· Un libro biografico sull’attore che ha impersonato «Don Camillo» ·

«Tutto comincia con il Don Camillo di Giovannino Guareschi», scrive Fulvio Fulvi in Il vero volto di don Camillo. Vita & storie di Fernandel (Milano, Edizioni Ares, 2015, pagine 200, euro 15). «Perché sono le sue storie che hanno disegnato il personaggio nella nostra immaginazione, ma è un solo attore che in cinque memorabili film l’ha reso vivo, teatrale, carnale, e anche simbolico come una moderna maschera della commedia dell’arte: Fernand Joseph Désiré Contandin, in arte Fernandel».

Attore dalla verve comica eccezionale, amato dal pubblico e dalla critica, dotato dalla natura di una maschera mobilissima e straordinariamente espressiva e di un irresistibile sorriso a trentadue denti («Sono nato sotto il segno del Toro. E del cavallo», amava dire scherzando sul suo buffo physique du rôle) ma perché fu scelto proprio lui per quel ruolo di prete schietto, che ama il suo gregge, fuma il sigaro, mena le mani e, soprattutto, dialoga costantemente con Gesù crocifisso?

I più anziani se lo ricordano, oltre che nei panni del parroco della bassa padana, in uno spot di Carosello in cui pubblicizzava con l’amico Gino Cervi un brandy «che crea l’atmosfera». Ma pochi sanno della sua lunga carriera in Francia — più di centoventi film all’attivo — dei luoghi della Provenza che amava, dell’impegno politico controcorrente — nel 1939 aveva registrato un disco, Francine, che rappresentava una sottile critica alla propaganda hitleriana — della fede cattolica che aveva nutrito, con la semplicità propria del popolo, sin da piccolo nella sua parrocchia nel cuore di Marsiglia.

Di quegli anni parlerà nell’incontro con Pio XII, quando sarà già famoso per aver interpretato don Camillo. Il 21 maggio 1911, a otto anni, Fernand scrive una tenerissima lettera a padre Sardou, del centro pastorale di Boulevard de la Libération: «Io, Fernand Contandin, attraverso il sacerdote della mia parrocchia mi rivolgo a Voi, Dio onnipotente, e mi consacro oggi e sempre al Vostro servizio. Vi prometto la mia vita per onorare un culto speciale, il catechismo, diffuso soprattutto tra i giovani, e di essere sempre il figlio fedele di questa congregazione a Voi dedicata».

Una lettera che, a tanti anni di distanza, suona quasi profetica, perché proprio facendo il suo mestiere Fernand Contandin avrebbe contribuito a dar vita a un catechismo sui generis: poetico e senza tempo, fatto di immagini che non si dimenticano facilmente, diviso in cinque capitoli, i cinque film della saga di Brescello. Dell’eccezionale (e irripetibile) fusione con il personaggio del prete di campagna nato dalla penna di Guareschi si accorsero anche i colleghi: il sodalizio artistico e personale tra gli attori del cast fu talmente profondo che quando Fernandel morì, sul set del sesto film della serie, Gino Cervi si rifiutò di continuare le riprese.

di Silvia Guidi

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17 ottobre 2019

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