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La profezia
di John Donne

· Nel libro «Gli uomini non sono isole» di Nuccio Ordine ·

Quando Albert Camus apprese, nel 1957, che avrebbe vinto il Premio Nobel per la Letteratura, prese carta e penna e scrisse una delle sue lettere più commoventi, che consegnò al mondo.

Era indirizzata al suo maestro Louis Germain.

Una scena del film «Per chi suona la campana» (Sam Wood, 1943)

«Senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che io ero forse non ci sarebbe stato nulla di tutto questo», scrive Camus rivelando le sue umili origini e quel meraviglioso sentimento di riconoscenza che conservò nel suo cuore tutta la vita. Era nato da una famiglia povera di Algeri e cresciuto senza padre (morto in guerra) con i sacrifici di sua madre, quasi analfabeta e sorda, e della sua terribile nonna, caparbia, e abituata a una educazione severa.

Pare strano come siamo ancora oggi — noi tutti — collegati a quel gesto. Capaci di tendere “quella mano affettuosa” oppure di riceverla. Perché Gli uomini non sono isole (Milano, La Nave di Teseo, pagine 320, euro 15), come sostiene l’ultimo libro di Nuccio Ordine, professore di letteratura italiana presso l’università della Calabria.

Una sorta di viaggio letterario attraverso i grandi scrittori, per affermare la forza della fratellanza tra gli uomini.

Ordine continua così, dopo i precedenti L’utilità dell’inutile e Classici per la vita, la sua battaglia personale della diffusione della conoscenza attraverso citazioni celebri. Convinto che la letteratura sia fondamentale per rendere l’umanità più solidale e perfino il mondo economico più giusto. Poiché la sua tesi sostiene che un’equa ridistribuzione della conoscenza possa generare una più equilibrata distribuzione della ricchezza.

Un libro ispirato, fin dal titolo, dagli scritti del celebre poeta e predicatore inglese John Donne, nelle sue Devozioni per occasioni di emergenza (1624), dal quale prese spunto anche un altro famoso testo Per chi suona la campana di Ernest Hemingway (1940). «Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso; ciascuno è un pezzo del continente, una parte dell’oceano», scrive Donne. «La morte di qualsiasi uomo mi diminuisce, perché sono preso nell’umanità, e perciò non mandar mai a chiedere per chi suona la campana; essa suona per te».

Un’esortazione a non voltarsi dall’altra parte: c’è bisogno di aumentare il livello di umanità di ciascuno di noi in un’epoca come la nostra, segnata dalla ripresa dei razzismi, dalla paura dello “straniero” e dalle forti disuguaglianze economiche e sociali.

Ordine sottolinea come la letteratura possa venire in aiuto, per ricordarsi che vivere solo per se stessi non dona la felicità.

«Fasto, ecco la tua medicina: esponiti a tutto quello che i miseri sentono, così da poterti spogliare del superfluo e darlo a loro, e mostrare un cielo più giusto». Dice così re Lear di Shakespeare che, nel pieno di una gelida tempesta — per un momento — si commuove pensando a quei “poveri disgraziati nudi”, e si domanda come fanno con «quei fianchi digiuni e i buchi e le finestre di quegli stracci» a difendersi da una stagione così avversa.

Ecco che re Lear, in quel preciso istante, impara ad accorgersi dei mali del mondo, e comprende che «nessun uomo è un’isola» in mezzo al mare, ma «ciascuno è un pezzo del continente» direbbe Donne — che come il protagonista della tragedia del Bardo si sente il tassello mancante di quel dolore provato dai più bisognosi.

Così come lui, tanti altri uomini d’ingegno lo hanno capito sapendo che il senso dell’umanità non potrà mai andare perduto fino a quando esisterà fratellanza e amicizia tra gli esseri umani, come sostiene anche Hannah Arendt ne L’umanità nei tempi bui, un piccolo e potente libretto scritto dalla filosofa tedesca che torna a essere di grande attualità.

Non è un caso neppure la scelta di citare John Donne, per l’evidente richiamo insulare, che riporta alla tragedia quotidiana degli immigrati, migliaia e migliaia di uomini che attraversano il mar Mediterraneo per mettersi in salvo dalla fame, dalla guerra, dalla violenza e dalle poche risorse, sperando in un futuro migliore. Quando si vedono approdare le loro barche, dopo aver letto il libro di Ordine, non potremo più dimenticare che non siamo “onde, ma l’oceano” come scrive anche Virginia Woolf, ispirandosi a Donne, perché siamo “presi nell’umanità” e non “siamo esseri separati, soli”.

Di povertà si muore ogni giorno, Che fare dunque? il saggio di Tolstoj, scritto nel 1886, tocca come sempre le corde giuste del cuore, come i grandi scrittori sanno fare e discende negli inferi delle aree urbane degradate e, cercando di dare voce a chi normalmente non ce l’ha, crea personaggi indimenticabili.

«Ho capito che l’uomo per essere felice — scrive Tolstoj — al di là di perseguire il proprio vantaggio personale, deve perseguire anche il bene altrui».

Ecco perché, spiega infine Nuccio Ordine: «Solo quando viviamo per gli altri possiamo vivere per noi stessi».

di Andrea Camprincoli

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16 luglio 2019

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