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La profetessa Anna

La menzione della profetessa Anna nel vangelo dell’infanzia di Luca risulta effettivamente sorprendente. I motivi sono piuttosto diversi: non ci sono precedenti biblici per questa persona e il suo ruolo, tale come l’autore lo descrive, non presenta i tratti caratteristici dei profeti: la vocazione, gli oracoli di giudizio, i messaggi di consolazione, le azioni simboliche, le visioni... Chi è allora la profetessa Anna? E perché l’autore la nomina in questo modo? Era davvero una profetessa? Anna appare, nel vangelo secondo Luca, insieme al vecchio Simeone che accoglie Gesù nella presentazione al Tempio (cfr. 2, 22-38). Si tratta del momento della circoncisione, un rituale comune tra gli ebrei, che viene realizzato all’ottavo giorno su ogni bambino maschio, secondo la prescrizione della Legge. Maria e Giuseppe portarono quindi il bambino a Gerusalemme «per offrirlo al Signore» (2, 22). In questa espressione, l’evangelista introduce il lettore nel cuore del rituale della circoncisione il cui senso profondo consiste infatti nell’appartenenza al Signore. Così è scritto nella Legge: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (Luca 2, 23; cfr. Esodo 13, 2.12.15).

Insieme a Maria e a Giuseppe ci sono nel Tempio due figure luminose: il giusto Simeone e la profetessa Anna; un uomo giusto e una donna profetessa, dunque due figure diverse unite da un compito — il riconoscimento — straordinariamente significativo. Infatti la loro lode emerge dal profondo della loro fede e della loro speranza. Ambedue, Simeone e Anna, molto anziani, sono abitati dallo Spirito santo. Ed è proprio questo Spirito che ispira la loro lode, fatta di canto e profezia, che nessuno, fino a quel momento della narrazione evangelica, era stato capace di proclamare. I due anziani però reagiscono in modo diverso nella presentazione del bambino, ognuno secondo il proprio ruolo.

Ambrogio da Fossano detto il Bergognone (1453–1523)

Simeone è l’uomo dell’attesa (cfr. Luca 2, 25). Nel Tempio vegliava e attendeva il compimento della promessa messianica (cfr. 2, 26) annunciata dagli antichi profeti (cfr. Isaia 40, 1; 52, 9). Il suo cuore gioisce, perché è capace di comprendere che Gesù è la salvezza promessa da Dio. In altre parole, la promessa divina si è realizzata in quel bambino offerto al Signore. Immerso nello Spirito, Simeone è capace di vedere e capire il significato profondo di quello che sta vivendo: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Luca 2, 30). L’evangelista Luca ci offre la chiave per comprendere i fatti narrati: il riconoscimento di Gesù come realizzazione della promessa messianica dipende dalla comunione con lo Spirito santo, per mezzo del quale ci è donata la capacità di vedere in profondità (cfr. Isaia 52, 10).

La profetessa Anna condivide pienamente questo sguardo che nasce dalla profondità, e tuttavia l’autore la presenta come una figura molto singolare: una donna profetessa, vedova anziana, figlia di Fanuel della tribù di Aser e che vive nel Tempio della città santa. Queste referenze non sono casuali. Fanuel richiama il nome Penuel (“volto di Dio”), che Giacobbe dà al luogo in cui avviene la sua lotta interiore nella notte con l’angelo (cfr. Genesi 32, 31). La tribù di Aser invece richiama un’ascendenza di prestigio, cioè il figlio della matriarca Lia (cfr. Genesi 30, 13). Anna è, dunque, una donna con importanti riferimenti biblici, strettamente collegata alla storia di Israele. Quello che sorprende di più è che, diversamente da Simeone, l’autore non le fa dire niente, semplicemente la descrive. Anna non irrompe come Simeone in un canto di lode, dove sono richiamate e celebrate le speranze messianiche d’Israele. Dobbiamo vederla e immaginarla lì, al Tempio, insieme a Simeone, Maria e Giuseppe, attraverso la presentazione velata dell’evangelista.

È da notare un particolare: Anna «non si allontanava mai del Tempio» (Luca 2, 37). Cosa vuole dirci Luca con questa immagine: una vedova che faceva del Tempio la sua casa? A nostro parere, è un modo per dire che Anna ha trascorso la sua lunga vita (aveva ottantaquattro anni) in preghiera e quindi in comunione con Dio. Non è lì per caso, è lì perché aveva eletto quel posto — l’abitazione di Dio — come sua dimora abituale: il Tempio era il centro della sua vita. A questo punto, l’evangelista aggiunge una ulteriore informazione: Anna serviva Dio «notte e giorno con digiuni e preghiere» (Luca 2, 37). È un’affermazione impressionante, l’anziana vedova era “sempre” impiegata nello stesso servizio, cioè aveva una dedicazione di sé piena e totale. L’affermazione colpisce ancora di più quando ci si rende conto che niente di simile è stato mai detto, prima o dopo, di un’altra donna, neppure di Maria o Elisabetta. Ambedue appaiono in un’ambiente familiare. Non si distaccano dalla loro attività quotidiana, pur rimanendo concentrate sulla propria interiorità e capaci di aprirsi alla sorpresa di Dio. Anna invece ha fatto del Tempio casa sua. Lì rimane notte e giorno, lodando, digiunando e pregando continuamente. Possiamo intuire che per Anna questa lode continua è diventata il senso della sua vita, la ragione d’essere della sua esistenza. Pur essendo una donna fragile, in quanto anziana e vedova, essa sperimenta in carne propria la gioia autentica e inesauribile che solo il Signore può donare.

Non sappiamo perché l’evangelista la chiami profetessa. La comprensione che abbiamo dei profeti è piuttosto collegata all’ascolto interiore, all’annuncio della salvezza e alla denunzia dei misfatti; insomma, al parlare esplicitamente in nome di Dio. Questo, Anna non lo fa. Il lettore rimane stupito davanti al silenzio di Anna, non riesce a capire che una profetessa non profetizzi. E subito gli viene in mente Culda, la profetessa che, oltre a confermare l’autenticità del rotolo trovato nel tempio durante il regno di Giosia, annunciò la caduta del regno del Sud (cfr. 2 Re 22). Allora, come mai non ascoltiamo la voce di Anna? Perché tace davanti al salvatore del mondo? Orbene, le risposte a queste domande si devono cercare nel modo di raccontare di Luca. Egli presenta la profezia in modo diverso da come la presentano gli autori dei libri profetici. Per Luca la profezia si svolge, non nella piazza pubblica o nella corte dei monarchi, ma nella presenza e nel rapporto intimo di Dio, diventando così una totalità di vita, come nel caso della nostra profetessa. Anna risponde perfettamente a questo “nuovo tipo” di profezia.

Proprio in questo consiste la dimensione profetica di molti cristiani, dei primi e di tutti tempi. Detto diversamente, la profezia è una decisione libera di essere e di rimanere in un rapporto personale e intimo con Dio; un rapporto di amore da dove emerge la testimonianza eloquente di fede e di lode. Forse l’autore ha capito che alla testimonianza di Simeone mancava quella di Anna; alla parola profetica di Simeone che annuncia a Maria il drammatico destino di suo figlio e di lei come madre (cfr. Luca 2, 34-35), mancava la testimonianza di fede di Anna, maturata nell’incommensurabile interiorità di una vita. Anna è la prima di un lungo elenco di profeti e profetesse che svolgeranno un ruolo fondamentale nell’annunzio di Gesù Cristo, pur rimanendo fino a oggi ignorati e sconosciuti da molti cristiani.

Come Elisabetta e Maria, Anna è una donna che comunica una verità che non si confonde con le altre: il riconoscimento di Gesù come dono di salvezza ha bisogno di un cuore capace di attendere nel silenzio e nell’interiorità notte e giorno. Il ruolo di Anna non ha la novità di quello di Elisabetta o la grandezza di quello di Maria, però in lei si anticipano i tratti più rilevanti dei discepoli e delle discepole di Gesù. Come profetessa, Anna continua la lunga tradizione delle donne profetesse nell’Antico Testamento la cui presenza, benché molto discreta, è attestata in diversi scritti biblici e va interpretata all’interno del contesto generale della profezia in Israele. Pensiamo a Miriam, la sorella di Mosè e di Aronne (cfr. Esodo 15, 20), una figura molto ammirata nella letteratura rabbinica; a Deborah, profetessa e giudice, che annunciò a Barak la vittoria di Israele per volontà di Dio (cfr. Giudici 4, 4.9); a Culda, di cui abbiamo parlato prima (cfr. 2 Re 22, 14); o perfino alla moglie di Isaia, detta la profetessa (cfr. Isaia 8, 3). La nostra protagonista, però, nel fare del Tempio casa sua, oltrepassa la soglia dell’Antico Testamento, anticipando il ruolo delle donne profetesse dei primi tempi della Chiesa (cfr. Atti degli apostoli 2, 17; 21, 9; 1 Corinzi 11, 5). La sua benedizione consiste in lodare Dio e parlare del bambino «a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (Luca 2, 38). Infatti, Giuseppe e Maria, nel loro desiderio di obbedire alla Legge riguardo alla circoncisione del bambino e alla purificazione della madre, ricevono la benedizione di Dio tramite Simeone e Anna. Tuttavia, quello che viene sottolineato è il loro atteggiamento di attesa e di lode. Maria e Giuseppe rimangono all’ombra. Sembra che Luca voglia avvertire i suoi lettori che sta per iniziare un tempo nuovo, un tempo in cui la lode e l’annunzio prendono il sopravvento.

Il racconto biblico è permeato, da un lato, dalla bellezza del rituale ebraico e, dall’altro, dalla fede di Maria e Giuseppe attraverso le parole di Simeone e la presenza della profetessa Anna. Le parole del vecchio Simeone costituiscono il centro del racconto, nonostante emergano in un contesto segnato da elementi teologici carichi di significato: ubbidienza alla Legge, celebrazione di una nascita, adorazione nel Tempio e riconoscimento che la promessa di Dio si è realizzata. La celebrazione nel Tempio non rappresenta un’intrusione nella loro vita, ma la realizzazione della loro fede. Maria e Giuseppe vivevano in un contesto di alleanza e volevano introdurre loro figlio nello stesso ambiente. Simeone e Anna, sensibili alla presenza di Dio negli eventi del passato d’Israele, rispondono all’ubbidienza di Giuseppe e Maria con parole di benedizione. Questa loro benedizione ha dato alla celebrazione della presentazione del bambino un significato che altrimenti non avrebbe mai avuto. Immaginiamo che Maria e Giuseppe abbiano sempre ricordato questa benedizione, segno di un Dio che è in mezzo a noi, ma questo rimane mistero indicibile. Gesù è un Dio che è venuto nella storia per darci la gioia, ma rimane in attesa della nostra intimità e speranza.

di Luísa Maria Almendra

L’autrice

Luísa Maria Almendra insegna presso la facoltà di teologia, dell’Università cattolica portoghese, dottorato in teologia biblica, nell’area Scritti sapienziali. Tiene corsi e seminari sull’Antico e il Nuovo Testamento e insegna lingue bibliche. È membro della Society for the Study of Biblical and Semitic Rhetoric, dell’Association Catholique Française pour l’étude de la Bible e della Society of Biblical Literature. È responsabile del corso di teologia della facoltà e dei rapporti internazionali della stessa facoltà.

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08 dicembre 2019

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