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La preghiera è l'anima del sacerdozio

· Il cardinale Bertone a San Paolo fuori le Mura per l'incontro internazionale dei presbiteri ·

I rapporti del presbitero con la preghiera, con il celibato e con il peccato sono stati al centro della riflessione del cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, durante la messa celebrata a San Paolo fuori le Mura, giovedì mattina, 10 giugno, in occasione dell'Incontro internazionale dei sacerdoti a conclusione dell'Anno a essi dedicato.

Nella basilica edificata presso la tomba dell'Apostolo delle genti, la seconda giornata del raduno convocato per la chiusura dello speciale Anno voluto da Benedetto XVI nel 150° del dies natalis di san Giovanni Maria Vianney, è stata pensata per favorire l'immedesimazione dei preti presenti con il clima spirituale del Cenacolo. Come la meditazione del cardinale Ouellet — che riportiamo a parte — aveva ricordato poco prima della messa, l'icona biblica della Chiesa nascente è rappresentata dagli Apostoli che dopo l'Ascensione di Cristo si stringono attorno alla Vergine Maria, in attesa del dono dello Spirito Santo. «Sappiamo bene — ha commentato il segretario di Stato all'omelia — quanto sia fondamentale e prioritaria la dimensione orante del nostro ministero e del nostro stesso essere. Siamo costituiti nel sacerdozio ministeriale anzitutto per innalzare preghiere a Dio, in favore di tutto il popolo a noi affidato». E in proposito ha evidenziato come tale dimensione costituisca «non soltanto un compito, ma la stessa “nervatura” della nostra esistenza, la sua anima e il suo respiro».

Riguardo al secondo tema, il cardinale Bertone ha parlato dell'«esigenza del celibato per il Regno dei cieli», come «condizione della integrale e definitiva consacrazione che l'ordinazione sacerdotale comporta». Il celibato «è segno e insieme stimolo della carità pastorale e fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo», ha spiegato citando il decreto conciliare del Vaticano II, Presbyterorum Ordinis (n. 16). Tanto che «il suo valore è ben presente e tenuto in grande onore alla stessa tradizione delle Chiese orientali, che pure conoscono anche la possibilità di un ministero uxorato», ha puntualizzato il segretario di Stato.

Infine, quanto al peccato commesso da membri della Chiesa, il celebrante è partito dal presupposto che «Maria e Pietro hanno ricevuto da Gesù stesso uno specifico compito di custodia e di guida nei confronti della Comunità, e in modo speciale dei suoi ministri, che sono gli Apostoli e i loro successori, come pure i presbiteri». Si potrebbe dunque parlare «di una maternità di Maria e di una paternità di Pietro verso la Chiesa, e segnatamente verso i ministri ordinati. Entrambi infatti sono, in modi diversi, custodi della comunione ecclesiale». In questo senso ogni singolo prete «chiamato ad essere uomo di comunione — nell'accezione più profonda, teologica e gerarchica, del termine communio — riconosce nella Santa Vergine, da una parte, e nell'Apostolo Pietro e nei suoi Successori, dall'altra, i due principali punti di riferimento per la sua azione e, prima ancora, per la sua stessa identità ministeriale». Ne scaturisce quindi «una nuova forma di parentela» che lo stesso Paolo, nel discorso all'Areopago, definisce come il nostro essere «stirpe di Dio» ( Atti degli Apostoli , 17, 29). Di conseguenza i seguaci di Cristo in generale e i suoi ministri ordinati in particolare, hanno «la grande possibilità di diventare “parenti del Signore”, suoi intimi. Questa nuova e impensabile comunione nasce dall'obbedienza alla sua parola, che un ascolto autentico necessariamente implica». Di contro, invece «la disobbedienza alla divina volontà e il mistero dell'iniquità e del peccato generano, ben lo sappiamo, una estraneità tanto più dolorosa e irragionevole, quanto più pressante è l'invito del Signore alla comunione». Per il cardinale Bertone, infatti «essere “fratelli” del Signore significa condividere la sua stessa vita, spezzare con Lui ogni giorno il Pane eucaristico, avvertire la sua costante Presenza, capace di inesauribile consolazione, di sicuro sostegno, di sempre nuova e fedele spinta missionaria».

Naturalmente — è stata la conclusione del segretario di Stato — «questa nuova parentela, questa nostra “consanguineità” con Gesù, chiede di essere costantemente alimentata nella preghiera. Se infatti essa — ha concluso tornando all'origine delle sue riflessioni — è il respiro indispensabile di ogni vita cristiana, lo è in modo peculiare dell'esistenza sacerdotale».

La meditazione del cardinale Marc Ouellet

Quattrocentomila preti, un carisma, una missione

La Chiesa cattolica conta 408.024 preti sparsi nei cinque continenti. Poco più di quattrocentomila preti per oltre un miliardo di cattolici. Quattrocentomila preti e tuttavia un solo sacerdote, Cristo Gesù. È partito da queste constatazioni il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec, nell'introdurre la meditazione su «Cenacolo: invocazione dello Spirito Santo con Maria, in comunione fraterna» ai numerosi presbiteri radunati nella basilica di San Paolo fuori le Mura, giovedì mattina 10 giugno. «Oggi — ha denunciato all'inizio il porporato — assistiamo all'irrompere di un'ondata di contestazione senza precedenti sulla Chiesa e sul sacerdozio, a seguito della rivelazione di scandali di cui dobbiamo riconoscere la gravità e porre riparo con sincerità alle conseguenze. Ma aldilà delle necessarie purificazioni meritate dai nostri peccati, occorre anche riconoscere nel momento presente un'aperta opposizione al nostro servizio della verità e degli attacchi dall'esterno e anche dall'interno che mirano a dividere la Chiesa. Noi preghiamo insieme per l'unità della Chiesa e per la santificazione dei sacerdoti, questi araldi della Buona Novella della salvezza». Rivolgendosi ai preti il cardinale ha ricordato la figura e l'opera del santo curato d'Ars e ha sottolineato come la Chiesa sia il sacramento della salvezza. «San Giovanni Maria Vianney ha confessato la Francia pentita, lacerata e straziata dalla rivoluzione e da ciò che ne è venuto. È stato un prete esemplare e un pastore pieno di zelo. Ha riportato la preghiera al cuore della vita sacerdotale» «Lo Spirito Santo — ha aggiunto — assicura la nostra unità d'essere e d'agire con l'unico Sacerdote, noi che siamo pur sempre quattrocentomila. È lui che fa della moltitudine un solo gregge, un solo Pastore. Poiché se il sacramento del sacerdozio è moltiplicato, il mistero del sacerdozio rimane unico e identico, proprio come le ostie consacrate sono molteplici, ma unico e identico è il Corpo del Figlio di Dio in esse presente». Per mezzo dei sacerdoti Cristo è presente come «nel primo giorno e ancor più che nel primo giorno, poiché ha promesso che noi avremmo fatto cose più grandi di lui». Come Cristo andava incontro ai fratelli camminando verso la croce, allo stesso modo — ha sottolineato il cardinale — i suoi ministri vanno verso i fratelli nel suo nome e nella sua potenza di Risorto. «Possiamo noi conservare — ha aggiunto — una viva coscienza d'agire in persona Christi, nell'unità della persona di Cristo. Senza di ciò, il nutrimento che offriamo ai fedeli perde il gusto del mistero e il sale della nostra vita sacerdotale diventa insipido». «Che la nostra vita — ha quindi auspicato — conservi il sapore del mistero e per questo sia in primo luogo un'amicizia con Cristo: “Pietro, mi ami? Pasci le mie pecore”. Vissuta in quest'amore, la missione del sacerdote di pascere le pecore sarà allora compiuta nello Spirito del Signore e nell'unità con il successore di Pietro». Il porporato ha poi invitato a riflettere sul «segreto e sconosciuto fondamento» della santità sacerdotale, dove convergono tutti i misteri del sacerdozio: «Nell'intimità spirituale della Madre e del Figlio in cui regna lo Spirito di Dio». «Eccoci dunque con lei al cenacolo — ha detto — noi sacerdoti della Nuova Alleanza, nati dalla sua maternità spirituale e animati dalla fede nella vittoria della Parola sulla morte e l'inferno». Il cardinale Ouellet ha poi ricordato la missione del presbitero, quella di essere alter Christus. «Noi portiamo dentro di noi poveri peccatori — ha messo in rilievo — le ferite dell'umanità straziata dai crimini, dalle guerre e dalle tragedie. Noi confessiamo i peccati del mondo nella loro crudezza e nella loro miseria con Gesù crocifisso, convinti che sono la grazia e la verità a rendere liberi. Noi confessiamo i peccati nella Chiesa, soprattutto quelli che sono motivo di scandalo e d'allontanamento dei fedeli e di coloro che non credono. Sopra ogni altra cosa, noi confessiamo, Signore, il tuo Amore e la tua misericordia che irradia dal tuo cuore eucaristico e dall'assoluzione dai peccati che noi elargiamo ai fedeli». Il porporato ha concluso con l'invocazione allo Spirito Santo con Maria, in «comunione fraterna, preghiamo per l'unità della Chiesa. Il permanente scandalo della divisione dei cristiani, le ricorrenti tensioni tra chierici, laici e religiosi, la laboriosa armonizzazione dei carismi, l'urgenza d'una nuova evangelizzazione, tutte queste realtà chiamano sulla Chiesa e sul mondo una nuova Pentecoste».

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17 novembre 2019

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