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La potestà di governo

Nell’ambito della recente riforma del processo matrimoniale canonico è stata introdotta un’innovazione, ad oggi scarsamente commentata, contenuta nel canone 1673 § 1, mediante cui Papa Francesco ha elevato a due il numero di giudici laici che possono concorrere a formare un collegio giudicante di tre. Nessuna limitazione è indicata riguardo i due laici, i quali possono essere indistintamente uomini e donne. Una siffatta disposizione rinvia necessariamente alla questione inerente la potestà nella Chiesa e il suo esercizio da parte non solo di chierici, ma anche di laici. Che donne e uomini battezzati, benché non ordinati, siano abili a cooperare all’esercizio della potestà di giurisdizione, è espressamente indicato tra le norme generali del Codex iuris canonici (cfr. canone 129 § 2). Il motuproprio Mitis iudex dominus Iesus del 7 settembre 2015, sopra citato, stabilendo che addirittura la maggioranza del collegio giudicante può essere costituita da laici, fa cadere l’argomentazione di coloro i quali sostenevano che la potestà esercitata dal laico fosse efficace solo in forza di una decisione presa da un collegio la cui maggioranza era costituita da sacerdoti; tali autori aggiungevano che pertanto il giudice laico non esercitava una vera potestà di giurisdizione.

Un contributo di peculiare valore scientifico a questo ambito di riflessione è apportato da un recente studio storico-giuridico-canonico (oggetto di una tesi dottorale discussa alla Facoltà di diritto canonico della Pontificia università Gregoriana e insignita nel 2016 del prestigioso Premio Bellarmino (cfr. Roberto Interlandi, Potestà sacramentale e potestà di governo nel primo millennio. Esercizio di esse e loro distinzione, Roma 2016).

L’autore, passando in rassegna il primo millennio, mostra come nella prassi della Chiesa, sia in oriente sia in occidente, fosse presente una coscienza pratica della reale distinzione tra una potestà sacramentale e una potestà di governo. Le fonti storiche (non solo liturgiche) prese nel loro insieme consentono, infatti, di riconoscere, già sul finire del ii secolo — quando la distinzione tra laici e chierici era espressa in maniera chiara — una funzione pastorale unitaria, sacramentale e di governo assieme, attribuita sacramentalmente (oggi diremmo munus) che, per essere esercitata, richiedeva ulteriormente la necessaria potestà, quest’ultima, invece, distinta in sacramentale e di governo: della potestà sacramentale, da cui erano radicalmente esclusi i laici, non si poteva essere privati, in quanto originata dall’indelebile sacramento dell’ordine; della potestà di governo, invece, partecipabile anche ai laici, uomini e donne, si poteva essere spogliati.

Solo a partire dal secondo millennio si avvierà un’elaborazione dottrinale in merito, mentre sino agli inizi del xii secolo le testimonianze di una tale distinzione sono da ricercarsi, come evidenzia l’autore con dovizia di esemplificazioni assai interessanti, nella vita liturgica, pastorale, disciplinare, giuridica delle prime Chiese.

«Allegoria del Buon Governo» Ambrogio Lorenzetti (1338-1339)

Risulta estremamente interessante il fatto che sin dai primi secoli, in forza del battesimo, non solo uomini ma anche donne laiche partecipassero all’esercizio della potestà ecclesiastica. La loro partecipazione alla potestà sacramentale era ammessa in maniera ridotta, potendo i laici amministrare il battesimo a determinate condizioni ed essendo considerati essi stessi ministri del sacramento del matrimonio.

Più ampia e degna di nota risulta, invece, sin dal primo millennio, la partecipazione di laici alla potestà di governo: essi avevano parte alla potestà legislativa, data la loro partecipazione attiva a concili importanti dedicati a materie disciplinari e di fede, i quali si concludevano con il varo di vere e proprie norme. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, al concilio di Roma dell’anno 251 e a quelli di Cartagine del 256 e del 411.

I laici esercitavano, inoltre, la potestà giudiziaria dietro mandato del vescovo, soprattutto nell’ambito della episcopalis audientia. Infine, vi sono testimonianze del loro coinvolgimento nell’esercizio della potestà amministrativa, dato che anche laici formavano parte di un elettorato non solo passivo ma anche attivo, considerando la distinzione sempre più evidente tra l’elezione, cui partecipavano i laici, e la consacrazione, riservata invece ai vescovi e al Papa.

Come scrive l’autore, fin dai primi secoli «nella coscienza pratica della Chiesa, pur irriflessa e non dichiarata», era conosciuto il fatto che «mediante l’ordine sacro veniva conferito un plus di potestà sacramentale necessario in linea generale per la lecita e valida amministrazione dei sacramenti; invece, per l’esercizio della potestà di governo era sufficiente il battesimo con cui si entrava a far parte della comunità cristiana ed ecclesiale».

Lo studio di Interlandi offre, pertanto, un contributo scientifico di grande valore per la riflessione in materia di potestà nella Chiesa, costituendo un fondamento ulteriore, sulla base della prassi dei primi secoli, per l’affidamento a laici — oggi indistintamente uomini e donne — di uffici ecclesiastici che comportino esercizio della potestà vera e propria di giurisdizione, come è il caso del giudice nei tribunali per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio.

di Linda Ghisoni

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06 dicembre 2019

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