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Quelle tante voci
per una stessa storia

· A colloquio con Teresa Ciabatti ·

Teresa Ciabatti, con La più amata (Milano, Mondadori 2017, pagine 218, euro 18), ottenne il secondo posto allo Strega del 2017, il cui vincitore fu Paolo Cognetti. Ciabatti costruisce romanzi familiari la cui nota distorta, illuminante e contemporanea, è la voce. La più amata ha la voce di un personaggio con lo stesso nome dell’autrice, una Teresa Ciabatti adulta e piena di infantilismi, risentita e viziata, infinitamente delusa. Questa ingombrante presenza dà al libro una identità equivoca, fra memoir e romanzo, che sconcerta e attrae i lettori. Il romanzo è una storia di famiglia fra Orbetello e Roma, nelle cui vicende si insinuano trame nere e P2, automatismi e violenze che illuminano sulla borghesia italiana degli ultimi quarant’anni. Tutti i libri scritti da Teresa Ciabatti, da Adelmo torna da me (Einaudi 2002) a Matrigna, uscito qualche mese fa per Solferino (Milano, 2018, 196 pagine, 16,50 euro), parlano di famiglie silenziose e teatralmente borghesi, di apparenze e di rivelazioni, di privilegi che si rivelano irrilevanti, vani, o che addirittura si rivoltano contro chi ne gode.

Mi sembra che nei tuoi libri racconti su per giù sempre la stessa storia, quello che cambia è la voce che racconta.

Vado per ossessioni, seguo un mio discorso interiore. Torno sempre lì, ad alcuni nodi. Adelmo torna da me l’ho scritto a ventisei anni con la mente di una sedicenne. Ci ho messo diciassette anni per raggiungere lo sguardo che c’è nella Più amata. E al centro c’è sempre la piscina. La piscina della villa di mio padre che ho conosciuto da piccola. All’inizio, in Adelmo, ricostruivo l’idea di una condizione felice, e mi fermavo là. Dopo diciassette anni, ho permesso al resto di emergere. Sotto la piscina è venuto fuori il bunker che davvero stava laggiù. Ne La più amata finalmente scendo nel profondo. Affronto mio padre pidduista. Adelmo era un nascondimento, un racconto ufficiale, la negazione del passato. Ma in fondo scrivo ancora per mitomania, per dare eternità alla casa che ho perso.

Chiedi alla scrittura uno sforzo di verità doloroso, lo fai con una lingua che costeggia il comico, il grottesco. Alla fine, riesci a essere corrosiva verso la narratrice e tutti gli altri personaggi, riesci a denudarli, a far venire fuori da loro il peggio e contemporaneamente susciti nel lettore una pietà quasi amorosa. Com’è il tuo rapporto con la scrittura.

Fino a che c’è stata mia madre ero ansiosissima, avevo difficoltà di concentrazione, scrivendo non avevo mai gioia. Poi mia madre è morta e di colpo mi è passata l’ansia. Era capitata la cosa peggiore che potesse succedermi, così non avevo più niente da temere. Sono diventata calma e ho cominciato davvero a scrivere. È stata felicità, ricongiungimento, liberazione. Quando erano morti tutti, li ho riportati in vita.

La tua prosa è molto attenta, usi con sapienza una retorica semplice, fatta di figure di ripetizione, di terne e di coppie di aggettivi. È una retorica che fa talmente parte della nostra esperienza di lettori che ci sembra scompaia, così la tua scrittura sembra nativa, ingenua. Con questa lingua costruisci personaggi nuovi, radicati in un particolare momento storico italiano, che però ci pare di conoscere da molto, moltissimo tempo. Chi sono i tuoi maestri? Chi ti ha accompagnato?

Prima di tutto Dickens, Grandi speranze. Mi colpiva Miss Havisham intrappolata, ferma nel tempo. Estella, la bambina che lei addestra per vendicare se stessa. Da lì mi viene il modello di “bambina cattiva”. Poi sicuramente Alice nel paese delle meraviglie: da piccola lo leggevo letteralmente, come se tutto finisse lì. A poco a poco, mi sono accorta di come parlasse d’altro, del mondo deforme che c’era dietro. Al mare, passavo giornate di noia e solitudine. Rubavo i libri abbandonati di mia madre. Leggevo Natalia Ginzburg, Calvino, Rodari. A Roma, mia madre ci portava alla libreria Armando Testa e ci comprava tantissimi libri meravigliosi.

Come hai fatto a scoprire la tua voce?

La voce feroce che se la prendeva contro il mondo c’era dall’inizio, poi si è rivolta verso di sé: così è cresciuta. Ne La più amata metto in scena un essere umano orrendo, idiota. Mettersi in scena così non è facile. Quando il libro arriva nelle mani dei lettori sei esposta a un rischio altissimo. La recezione a volte è letterale. Dopo l’uscita del libro, mi faceva impressione che mi si pensasse cattiva, che mi si dicesse che ero una cattiva madre. Per una scrittrice che ha figli, c’è un tema essenziale e non scontato: non mi posso appropriare di mia figlia. Quest’ultimo uscito, Matrigna, è un libro che tocca sempre quei temi, rapporti con i genitori, tra sorelle e fratelli, ma non è sguaiato come l’altro, è più regolare. La storia è stata riportata all’ordine. Avevo bisogno di riprendere fiato. Nel mio prossimo libro invece torno a La più amata, e tento una piccola variazione della storia, come un finto sequel. Anche qui metto in scena la cattiveria, ma la cattiveria non mi sembra un valore, è molto più potente farsi carico.

di Carola Susani

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22 agosto 2019

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