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La pornografia
ci parla di una tragica assenza

· La Chiesa e la necessità di riempire un vuoto: di educazione e di valori ·

Tra le nuove frontiere lungo le quali la Chiesa è chiamata a essere “ospedale da campo” ci sono quelle del mondo digitale. Proseguendo nella riflessione a livello teologico e pastorale avviata su queste pagine, pubblichiamo un articolo che presenta analisi e proposte del gesuita Giovanni Cucci, scrittore della rivista «La Civiltà cattolica» ed esperto della materia.

«Noto che il mio lavoro porta molti cattolici a comprendere i dogmi della loro religione. Su questo dobbiamo essere onesti: la maggior parte dei cattolici non comprende questi dogmi ai quali spesso obbedisce, o non obbedisce affatto, però in ogni caso senza capirne fino in fondo il significato. È vero, in teoria, che la Chiesa è esperta in umanità, nel senso che ha tutto il bagaglio per esserlo, ma in realtà i cattolici molte volte non sono affatto eredi di quest’esperienza». Parole dure. Ma non banali. A pronunciarle è Thérése Hargot, sessuologa, atea, nel saggio intitolato «Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)».

Quello della sessualità ai tempi di internet è un tema che figura a pieno titolo in una ideale lista di emergenze per le quali la nostra cultura non ha ancora predisposto misure strutturate. Un tema che richiede, richiederebbe, quindi un “ospedale da campo”.

La Chiesa ci prova. E scopre che le sue considerazioni, il recupero dell’umanità nelle relazioni sono il risultato cui naturalmente convergono analisti, esperti e persone comuni. Anche perché il primo sintomo di un fenomeno inquietante come quello della pornografia online è anzitutto un’assenza, di valori prima di tutto. La rivista «La Civiltà Cattolica» ha dedicato a questo tema estremamente complesso e delicato alcuni interventi scritti dal gesuita Giovanni Cucci. I primi due, dedicati rispettivamente a «Il cybersex: una dipendenza insidiosa» e «Affrontare la piaga del cybersex» sono stati pubblicati negli ultimi due numeri. Il terzo, intitolato «Il cybersex per un percorso educativo con i più giovani», nel quale viene appunto citato il saggio della Hargot, lo sarà prossimamente.

La Hargot, scrive Cucci nel suo articolo, «pur non volendo entrare in merito alla problematica religiosa, riconosce che le conclusioni del suo libro vanno nella medesima direzione della morale cattolica, in particolare circa il valore centrale della castità, della corporeità e del suo intimo legame con il sacro e la trascendenza, punti fondamentali per la disintossicazione dal cybersex». Insomma, secondo la stessa Hargot, la cui esperienza deriva da un decennio di incontri con gli adolescenti nelle scuole di Parigi, Bruxelles e New York, alla fine i concetti di sacralità del corpo, del valore delle relazioni affettive, propri della morale cattolica, sono proprio ciò che i giovani chiedono con nostalgia.

Il porno online, come è noto, è industria fiorentissima. L’incremento della diffusione di siti pornografici, scrive «La Civiltà Cattolica», è impressionante: nell’anno 2018 un solo sito ha registrato quasi 34 miliardi di visitatori (92 milioni al giorno), con un aumento di 14 milioni rispetto al 2017. Si parla in tutto di oltre 150 milioni di siti, di cui almeno 5 milioni specializzati in pedopornografia. È difficile avere dati precisi, ma sembra che il porno occupi il 30 per cento del traffico internet, e ogni minuto registri 63.000 visitatori, con un guadagno di almeno 5.000 dollari al secondo.

Un vero impero. In un contesto come quello appena descritto è legittimo domandarsi se il problema che si pone, soprattutto riguardo all’educazione dei più giovani, sia quello di riportare questi ultimi al concetto di una autentica realtà affettiva e di relazione con l’altro o addirittura di ricostruire una realtà sempre più modellata intorno ai comportamenti veicolati attraverso la rete. In altre parole, se dobbiamo insegnare ai nostri figli che la realtà del sesso non è quella illustrata sul web o se addirittura bisogna ricostruirla questa realtà, dato che linguaggio, gesti e aspirazioni della realtà sono molto spesso mutuati da tipici scenari pornografici. «Il vero problema in questo ambito — scrive Cucci — non è che il ragazzo o il giovane sia incuriosito e affascinato dal mondo di internet e dalla sessualità a buon mercato. Questa è l’insidia propria dell’età; ciò che soprattutto preoccupa in questi racconti, è l’assenza degli adulti, per lo più smarriti perché incompetenti o alle prese con le medesime difficoltà. Internet rivela dei “navigatori” sempre più livellati da un approccio adolescenziale alla vita, caratterizzato dall’immediato, dall’instabilità affettività, dall’emotività e dall’incapacità di accettare la fragilità e trasmettere la norma». Questo perché, scrive Cucci in uno dei saggi già pubblicati, «Internet non ha creato la pornografia, così come non ha creato la dipendenza, il bullismo, la violenza, il gioco d’azzardo, l’isolamento sociale»: «Il virtuale manifesta in modo più evidente quanto era già presente prima del suo avvento». «Il cybersex, non a caso, attecchisce solitamente in personalità che manifestano difficoltà nella vita ordinaria, insieme a ferite del passato, in particolare circa la stima di sé e le relazioni. I racconti dei pornodipendenti manifestano un profondo malessere interiore, una sensazione di biasimo e di disprezzo di se stessi, al punto che la ripetuta navigazione sui siti pornografici viene avvertita come una forma di brama e insieme di condanna per quanto si sta compiendo: è la dinamica delitto/castigo propria del senso di colpa». Un percorso terapeutico, in questa ottica, non può non prescindere dalla necessità di una presa di coscienza della propria sofferenza, da condividere nei luoghi appropriati. Ciò è tanto più necessario quando le scelte della vita abbiano condotto anche alla rinuncia ad avere legami sentimentali.

Quella dell’atea Hargot, citata all’inizio di questo articolo, è, scrive ancora Cucci nel suo saggio di prossima pubblicazione su «La Civiltà Cattolica», «una constatazione triste ma in gran parte veritiera. Molti purtroppo, anche all’interno della Chiesa, ritengono che la sua proposta morale sia retrograda e fuori moda, salvo poi scoprire che essa viene apprezzata in sede antropologica e psicologica. Papa Francesco, rispondendo ai giornalisti durante il viaggio di ritorno a Panama, auspicava la necessità di una adeguata educazione in materia sessuale: “Il sesso è un dono di Dio per amare, non è una cuccagna... anche se qualcuno lo usa per guadagnare soldi o per sfruttare altre persone: questo è un altro problema […]. Occorre fare una educazione sessuale che sia oggettiva, senza colonizzazione ideologica. Se si fa un’educazione sessuale piena di ideologia, allora si distrugge una persona. Il sesso, come dono di Dio, ha bisogno di essere educato, non con rigidità ma tirando fuori il meglio delle persone, accompagnandole nel cammino». È davvero auspicabile, scrive Cucci, «che queste tematiche siano oggetto di una adeguata attenzione pastorale da parte della Chiesa italiana, una pastorale capace di mostrare la morale sessuale come un cammino di libertà e di tenerezza. Il silenzio su tali temi, anche da parte nostra, ha lasciato campo libero alla pornografia, diventata di fatto un “magistero” indiscusso che ha colonizzato le menti e i cuori, mostrando il peggio di sé».

Cucci quindi prova a dare qualche suggerimento, frutto dell’esperienza di studi compiuti sul tema, destinato ai giovani in primo luogo. Anzitutto, «ogni genitore dovrebbe essere consapevole che la pornografia è un problema gravissimo che riguarda tutte le età, e che può entrare in ogni casa nella maniera più sottile e invasiva. Se riconoscere di avere un problema è il primo e più difficile passo del dipendente, per i genitori la cosa più ardua è ammettere che il proprio figlio posso essere vittima di dipendenza». Uno studio condotto dall’Università dell’Indiana ha mostrato che su 600 famiglie più della metà era del tutto ignara del fatto che i propri figli (di età tra i 14 e i 18 anni) guardasse regolarmente porno. «Sono sempre più soli, anche perché vedono gli adulti alle prese con le loro stesse difficoltà», scrive Cucci. In secondo luogo, occorre educare al digitale, anzitutto stabilendo l’età in cui se ne fa uso: «Colpisce — continua — sapere che i creatori della strumentazione digitale pongano limiti estremamente rigidi ai propri figli: di solito nessuno di loro accede a iphone e smarthpone prima dei 14 anni, e si può usare per una precisa quantità di tempo al giorno (di solito 30 minuti), discutendo sempre coi genitori ciò che hanno visionato... Chi ha creato il web, evidentemente, ne conosce bene anche le insidie». Ancora, bisogna «mettere opportuni filtri. Ormai ogni apparecchiatura elettronica offre questa possibilità ed è dunque molto facile poterla installare. Se si vuole contattare il proprio figlio con il cellulare, se ne può dare uno senza l’accesso a Internet. Ma è indispensabile che se ne spieghi il perché». Infine, «occorre parlare della sessualità con i propri figli, leggendo insieme alcune pubblicazioni. Non si deve aver timore di affrontare l’argomento; come più volte notato, a 10-11 anni ne hanno sentito parlare, per questo è importante che abbiano le corrette informazioni dai genitori. Se c’è un clima di confidenza e fiducia sarà possibile che il bambino stesso parli ai genitori di essersi imbattuto nella pornografia. Ciò richiede la capacità di trascorrere tempo con i figli, semplicemente per il piacere di stare con loro e di conoscere cosa li interessi o li preoccupi. È la cosa insieme più facile e più difficile».

Anche perché la conclusione più triste della ricerca condotta dell’Indiana University è che i ragazzi, quando pensano alla sessualità, avvertono «la nostalgia di qualcosa di bello che è stato loro sottratto, costringendoli a vivere di espedienti». Da qui il rimpianto per una modalità diversa di vivere il sesso ma che nessuno ha saputo proporre loro. Una studentessa di 18 anni ha confidato che «le sarebbe piaciuto avere un posto — la famiglia, la scuola, un programma di educazione sessuale — per imparare a conoscere il sesso. Invece lo aveva imparato dal porno».

di Marco Bellizi

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15 settembre 2019

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