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La politica interpellata

· Movimento antifinanza negli Stati Uniti ·

«Vorrei un futuro»: iniziano quasi tutti così i messaggi in rete dei giovani di Occupy Wall Street, il movimento di protesta contro la grande finanza americana. Perché di futuro, in effetti, si tratta. Futuro per i disoccupati, per le famiglie, per gli studenti colpiti dai debiti universitari, per i pensionati, per gli insegnanti, per i veterani. Futuro per un’America che ora s’interroga seriamente sulla leadership della politica. Sta proprio qui il nocciolo della protesta: le giovani generazioni — ma non solo — chiedono di togliere alla politica il bavaglio della finanza.

Nella sede del movimento, Zuccotti Park, a metà strada tra Ground Zero e la sede della Federal Reserve, si mescolano tutte le idiosincrasie del mondo figlio dell’11 settembre e del fantasma di Lehman Brothers. I cronisti entusiasti si aggirano per le strade di Manhattan inneggiando a una nuova piazza Tahrir, al sogno di libertà che dalla primavera araba inonda le plaghe a stelle e strisce, o a un revival delle grandi marce del movimento per i diritti civili e della lotta contro la guerra nel Vietnam. Certo, il sostegno ricevuto da Ben Bernanke, presidente della Fed, e da Tim Geithner, segretario al Tesoro, stona un po’, ma a rinsaldare gli animi ci ha pensato Noam Chomsky, il filosofo e linguista paladino della sinistra liberal.

In realtà, nelle facce dei manifestanti travestiti da zombie di fronte al New York Stock Exchange c’è poco o nulla della rabbia dei ragazzi egiziani o tunisini. Poco o nulla di simile nel rispettivo uso di twitter, facebook o google. L’assalto all’ambasciata israeliana al Cairo lo scorso 9 settembre dimostra che il movimento riformista egiziano non controlla più le piazze, che le divisioni tra gruppi stanno prevalendo. I membri di Occupy Wall Street pensano che «il potere di Washington sia compromesso dall’alta finanza» e puntano ad attirare l’attenzione sull’iniziativa, tanto da voler portare le loro richieste fino alla Casa Bianca. E sono pronti a sbarcare oltreconfine, in Canada e perfino in Giappone. Manifestano a New York, Boston e Washington: sono figli dello stesso sistema contro il quale protestano. Ma è fin troppo facile definirli qualunquisti.

Sotto la rabbia, infatti, c’è qualcosa di più, ovvero la consapevolezza che il rapporto tra politica e finanza debba essere invertito, che una politica dominata dal mercato non possa funzionare. È il paradosso che questa crisi sta rivelando: i signori delle Borse hanno fatto il danno — il buco della bolla dei mutui subprime — e ora chiedono alla politica di metterci una toppa agendo secondo i loro dettami. Sta accadendo in Europa, dove ormai le mosse dei Governi possono essere anticipate scorrendo i listini. Sta accadendo anche in America, dove le grandi banche hanno già smorzato gli effetti della riforma finanziaria.

Le trentamila persone che nei giorni scorsi hanno sfilato nelle strade di Manhattan chiedono che il business faccia la sua parte, e solo quella. La protesta è trasversale, riguarda ogni categoria.

Il vero interrogativo, adesso, è come risponderà la politica, soprattutto ora, alla vigilia della nuova corsa alla Casa Bianca. Su questa strada la maggiore sfida riguarda il lavoro: nonostante i recenti segnali positivi, il tasso di disoccupazione resta ancorato al dieci per cento. I dati fanno capire che la ripresa è troppo lenta. L’indice manifatturiero dell’Ism nel mese di settembre è salito al 51,6 per cento, un punto percentuale in più rispetto ad agosto. L’attività economica nel settore non manifatturiero è aumentata in settembre per il ventiduesimo mese consecutivo, con l’indice che si è attestato a 53.

Bernanke ha ammesso che «la politica monetaria non è una panacea» e che «ci sono aree in cui la politica può contribuire». Per trasformare la rabbia della piazza in energia positiva serve una politica forte, capace di prendere posizioni nette, soluzioni chiare. Solo allora il futuro avrà un’identità.

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20 ottobre 2019

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