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La poesia parola comune fra l'uomo e Dio

· Cent'anni dalla nascita di Pierre Emmanuel ·

Poeta di spicco del XX secolo, Pierre Emmanuel (1916-1984) è un uomo non etichettabile, dalla forte personalità, che sembra essersi ingegnato a confondere le piste e a tracciare il suo cammino lontano dalle mode e dalle consorterie. Per celebrare il centenario della sua nascita, numerosi sono stati gli omaggi e i congressi, le pubblicazioni e le riedizioni, com’era giusto che fosse, ma senza che gli organi ufficiali, né i media nel loro insieme, ne siano stati particolarmente colpiti.

Di fatto Pierre Emmanuel ha il dubbio privilegio di essere allo stesso tempo conosciuto e riconosciuto — vincitore di un premio per la poesia fin dal suo primo libro, del gran premio della poesia dell’Académie Française, e lui stesso accademico all’età di 52 anni, dottore honoris causa di molte università e presidente di commissioni o di istituzioni culturali prestigiose — ma anche stranamente ignorato. Come se le diverse attività di giornalista, di uomo della radio e della televisione, ma anche di esponente pubblico delle politiche culturali francesi per oltre quarant’anni, impediscano di vedere chi era veramente; a meno che non sia l’originalità dei suoi discorsi a disorientare o che non si voglia ascoltare ciò che dice. Lo si ammira da lontano, ma, tutto sommato, dopo la gloria dei suoi anni giovanili e del periodo della Resistenza, lo si legge poco.
Non è certamente un bene, se si cerca l’approvazione dei propri contemporanei, aver avuto troppo spesso ragione troppo presto. I testi di Pierre Emmanuel sulle periferie, le donne, la scuola o l’evolversi delle nostre società sono ancora oggi di una attualità sconcertante. Ma non è meglio neanche anteporre le proprie convinzioni a tutte le altre considerazioni. Incapace di accettare qualunque compromesso con ciò che riteneva essere la verità, appassionatamente innamorato della libertà, Pierre Emmanuel non ha mai potuto fare completamente parte di un clan, di un partito politico, o anche di una Chiesa. Uomo di rottura e di contraddizione, si è allora ritrovato molto spesso solo e bersaglio dei potenti del momento e delle idee dominanti e ha capito quale poteva essere il prezzo di non urlare con i lupi.
Così, nel 1947, mentre troneggia con Aragon ed Eluard nel pantheon dei grandi poeti della Resistenza, dopo un viaggio nei paesi dell’est, osa criticare il sistema sovietico in cui ha riconosciuto, scrive, «il regno abietto della paura». I suoi amici comunisti rompono subito con lui. Ma Pierre Emmanuel è recidivo e nel 1951 Babel, un raccolta poetica magnifica, denuncerà lo stesso totalitarismo distruttore della persona umana, con le due facce di Hitler e di Stalin. Riesce allora nell’impresa di passare in Francia per un agente della Cia e insieme di farsi negare, per comunismo, i primi visti per gli Stati Uniti. In effetti non è tenero neppure con il totalitarismo più insidioso dell’economia di mercato e della società dei consumi. Fino alla sua morte, ha proseguito la sua lotta contro tutti i totalitarismi: ideologici, commerciali o religiosi, di destra o di sinistra.
Lo s’inquadra quindi male politicamente, ma non è solo questione di politica. Pierre Emmanuel detesta lo spirito di parte e la buona coscienza di quanti si considerano definitivamente dal lato giusto della storia. E non si tratta di relativismo. Lui non confonde il bene e il male, la vittima e il carnefice, ma rifiuta la classificazione definitiva tra buoni e cattivi. I giusti, quelli che si levano dinanzi al tiranno, Elia dinanzi ad Acab, Mosè dinanzi al faraone, quelli che resistono dinanzi ai nazisti, devono sapere che, dentro di loro, nel profondo, sono simili a quanti combattono, e che aver resistito una volta alla vertigine del male non dà il brevetto eterno di resistenza. Bisogna ri-scegliere ogni volta la verità, la libertà e la giustizia, a volte addirittura contro se stessi o contro il proprio campo. Giustifica così le sue dimissioni dall’Académie Française nel 1975 dopo l’elezione di Félicien Marceau, condannato per collaborazionismo: «Lascio (l’Académie) con profonda tristezza» — scrive sul giornale «Le Monde» — ma «mi considererei infedele alla parola umana e al ricordo di quanti, per amor suo e della verità, sono morti nell’Europa di Hitler, se accettassi questa elezione e questa maggioranza com’è consuetudine».
Anche sul piano spirituale va spesso controcorrente. È cristiano e si dice cristiano in un’epoca che proclama la morte di Dio e profetizza la fine delle religioni. Cattolico, ha però imparato a leggere la Bibbia con i pastori protestanti e i rabbini ebrei e frequenta le chiese ortodosse. Traccia così il suo cammino un po’ a margine, appassionatamente legato alla figura di Cristo. Ma il suo Cristo a volte assomiglia a Orfeo e le sue poesie mescolano a posizioni gnostiche miti induisti e un erotismo nero che lasciano molti cristiani perplessi.
Nel campo della poesia la sua voce è altrettanto originale. Non sottostà a nessuna moda del tempo, non fa parte di nessuna scuola e non si rifà ad alcuna disciplina, anche se riconosce maestri come Pierre Jean Jouve e anime sorelle come Baudelaire a cui dedica un libro nel 1967. È troppo tradizionale nella scelta dei suoi temi e della sua versificazione per piacere ai moderni, ma è anche troppo libero per piacere ai classici. Seduce e sconcerta e non è mai là dove lo si aspetta.
Perché per lui la poesia non è mai una questione di estetica. Quanto meno quella che non usurpa il suo nome e mira nientemeno che al bello, che non ha nulla a che vedere con il grazioso o l’affascinante, ma che è «quell’inizio del terrore che si può appena sopportare» come dice Rilke.
La poesia di Pierre Emmanuel è bella. Esigente, potente, inebriante quando ci trascina nei chiaroscuri di Orfeo o nella notte di Giacobbe o della lotta con l’Angelo, è affascinante quando ci pone di fronte all’emergere del vivente nei poemi dell’Origine che aprono gran parte dei suoi libri. Affilata come la lama di una spada quando smaschera i nostri compromessi con il male, all’opera in noi e nel mondo, nei poemi della Resistenza, in Babel o nel Libro di Caino di Le grand oeuvre, abbagliante nell’esprimere la meraviglia dell’amore nell’incontro costantemente ripreso di Adamo ed Eva, ma crudele nel denunciarne i travestimenti e le impasse in Le livre de l’homme e de la femme o in Sophia. Sa farsi contemplazione e lode nei Cantos o nelle Chansons du dé à coudre, quei piccoli poemi presenti fin dall’inizio della sua opera, che chiuderanno sistematicamente tutti i grandi libri dopo la rivelazione di Jacob nel 1970. Dal mutismo ottuso della materia dell’origine, che risveglia lo spirito, al silenzio luminoso dell’incontro, è la storia comune del mondo, degli uomini e di Dio a essere raccontata dal poema.

Da Élégies, il primo libro pubblicato in Belgio il 9 maggio 1940, alla vigilia dell’invasione del paese, che diverrà noto solo nel dopoguerra, a Le grand oeuvre, l’ultimo libro pubblicato nel 1984, tre settimane prima della morte del poeta, questa opera magnifica persegue la stessa ricerca. Quella di una parola che sia un «Dice dell’uomo» e gli dia accesso al suo stesso essere. Per Pierre Emmanuel, il poeta non ha il compito di abbellire il mondo, ma di rivelarlo. Per lui non si tratta di fuggire, come Baudelaire, Any where out of the world, ma di abitarlo veramente.

di Anne-Sophie Constant

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20 agosto 2019

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