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La pluralità della croce

Anonimo pugliese, «Cristo crocifisso» (secolo xii, San Nicola di Tremiti, verso)

Molti sanno che su stadi e circhi sono sorti in passato edifici di culto, al punto che è nato persino il termine di basilica circiforme: a Roma la basilica di San Pietro sul circo Neroniano o di Caligola, Sant’Agnese in agone e Nostra Signora del Sacro Cuore sul circo o stadio di Domiziano, la Sinagoga o Tempio maggiore, Santa Maria in Publicolis e San Tommaso ai Cenci, oltre alle scomparse Santa Maria de’ Calderari e San Bartolomeo de’ Vaccinari sul circo Flaminio, con San Gregorio della Divina pietà e San Carlo ai Catinari poste ai suoi estremi.

Pochi però sanno che a Roma c’è stato ultimamente anche un caso contrario, di uno stadio sorto su una chiesa: si tratta dello stadio Flaminio, edificato approssimativamente sulla basilica di San Valentino, presso le catacombe omonime. Quando il moderno stadio progettato da Pierluigi Nervi fu costruito per le Olimpiadi del 1960, la basilica era perduta da secoli e non se ne conosceva neppure l’esatta ubicazione. Una chiesa omonima, in dimensioni minori e in forma moderna, è stata poi riedificata più a nord, su progetto di Francesco Berarducci.

Questa chiesa rappresentava una delle tappe della processione del 14 settembre lungo la via Flaminia, al ponte Milvio e oltre, che con ogni probabilità nel tempo era stata molto ridotta per evitare che richiedesse una intera giornata di cammino, forse sostituendo a Malborghetto il monte “Malo” o Mario, ben più prossimo al Vaticano, sulla cima del quale nel 1470 sotto Paolo ii, il veneziano Pietro Barbo, Pietro e Mario Millini fanno costruire la cappella della Santa Croce, demolita nel 1877. Sorgeva poco distante dall’attuale osservatorio e non va confusa con altri edifici prossimi al Don Orione e alla statua della Madonna alla quale sono recentemente cadute le braccia.

Dal 1913, nella ricorrenza dell’editto di Milano, il raggiungimento di questa tappa resa così più prossima, ma che richiedeva comunque una ripida ascensione, viene ulteriormente agevolato dalla costruzione della chiesa della Santa Croce in via Guido Reni, già via dei Settanta.

Così il ricordo periodico della battaglia di ponte Milvio ha avvicinato addirittura al di qua del ponte il percorso di Costantino verso Roma prima della battaglia: poche ore di cammino da Malborghetto presso Sacrofano, Prima Porta, Saxa Rubra, Grottarossa ove verosimilmente la battaglia ha avuto inizio (e ove forse sotto il monte delle grotte sorsero le sepolture dell’esercito di Massenzio, forse estese sino alla necropoli militare di Tor di Quinto rinvenuta col tracciato della consolare antica nella caserma dei carabinieri) e infine ponte Milvio.

Nella tradizione delle diverse confessioni del cristianesimo la solennità della croce si festeggia o si festeggiava in varie date, non certo come esaltazione di un patibolo, strumento crudele di supplizio, ma come accettazione e addirittura lode della morte da la quale nullu homo vivente pò scappare: non solo per il fatto di essere destino comune e inesorabile, non solo per la speranza e la fiducia nella promessa di giustificazione, redenzione, e con esse risurrezione e salvezza prima di tutto da la morte secunda, quanto anche perché a questo certo termine per tutti sarebbe saggio guardare, per considerare e riflettere, per comprendere il senso più profondo della vita, per non perderla.

Tralasciando quelle della Quaresima e della settimana di Pasqua, le ricorrenze sono almeno tre. In ordine di importanza il 14 settembre, il 3 maggio e il 1° agosto. Con diversi nomi si trattava prima di tutto del rinvenimento (“invenzione”) delle reliquie della vera croce e della loro traslazione, quindi strettamente legate alla tradizione processionale, da cui trae anche origine il termine “esaltazione”, ostensione che così denominata origina non pochi fraintendimenti, tanto più in un periodo di necessaria ricerca della mitezza.

A queste date si potrebbe aggiungere almeno la notte tra il 27 e il 28 ottobre, data della visione o del sogno di Costantino alla vigilia della battaglia di ponte Milvio contro Massenzio.

La semplicità della storia della salvezza, dall’infanzia alla morte di ciascuno, può sintetizzarsi così, con le parole dell’Ulisse dantesco: «Sol con un legno».

Su questo stesso giornale, il 26-27 giugno 2017, Adriano La Regina così ha scritto dell’arco quadrifronte suburbano, restaurato grazie agli studi e alla determinazione di Gaetano Messineo, trasformato nel medioevo nella chiesa Sanctae Mariae de arcu Virginis, quindi in fortezza e infine in casale: «Si conserva un altro arco quadrifronte, quello di Malborghetto, situato al xiii miglio della via Flaminia. Unico elemento di cronologia certa, emerso dalle indagini eseguite durante i restauri (...) dopo il 1982, è un bollo laterizio, datato tra gli anni 292-305, rinvenuto tra materiali di reimpiego: (...) abbiamo solo un terminus post quem. Il monumento è attribuito comunemente all’età di Costantino essendo in evidente relazione con la battaglia di Saxa Rubra: non avrebbe senso, altrimenti, un arco onorario in quella ubicazione. Si è sostenuto che sia stato fatto costruire da Costantino nel luogo del suo accampamento a ricordo della visione del segno della croce. Questo appare tuttavia [cronologicamente] alquanto improbabile: è certo che Costantino non lo avrebbe costruito durante la sua permanenza a Roma dopo la battaglia, perché non sembra che la leggenda della croce all’epoca si fosse già consolidata, né egli avrebbe avuto particolare interesse a farlo negli anni più tardi del suo regno. Più di Costantino, Costanzo ii fu tenace fautore del cristianesimo, e si devono a lui numerosi e severi editti per la repressione dei culti pagani. Prima di entrare a Roma, nell’aprile del 357, Costanzo ii attraversò Otricoli: proveniva dunque dalla via Flaminia e passò certamente per il luogo ove 45 anni prima Costantino si era accampato alla vigilia della battaglia contro Massenzio. È quindi possibile riconoscere nell’arco di Malborghetto un monumento onorario voluto da Costanzo ii per accreditare la leggenda della visione di Costantino. L’impianto architettonico è identico a quello dell’arco al Velabro».

La dedica della chiesa medievale della quale è stata recentemente rinvenuta la fondazione dell’abside (che per orientamento dovrebbe essere successiva al 1054) sorta incorporando le rovine dell’arco, conferma che nella ricorrenza del rinvenimento delle reliquie della croce si guardava anche al dolore e allo smarrimento ai piedi della croce, a Maria, a Giovanni e alle pie donne. Mentre ovviamente si contemplava il luogo del riposo prima della battaglia, della visione o del sogno in hoc signo vinces.

Ricavando così un segnale di una vittoria diversa da quelle del potere. Di fronte alla croce e alla morte, cosa possiamo dire, cosa possiamo chiedere? Di essere liberi dal male certamente, dalla tentazione meno verosimilmente.

L’arte medievale, nella sua semplice essenzialità, ha già detto tutto. Lo insegna. Vedere per credere: si può guardare in questa occasione ai monumenti sotto questo profilo maggiori, come ad Arezzo, o in Vaticano, ma anche a quelli altrettanto maggiori, benché non universalmente noti, dalla Croce di Lucca alla Croce delle Tremiti. Quest’ultima in particolare è meno lontana dalla Toscana di quanto si possa immaginare se consideriamo la cerchia di artisti legati a Nicola Apulo, più noto come Pisano. Nel recto e nel verso raffigura il supplizio del pastore e l’agnello. Non sia quindi motivo di scandalo una esplicitazione di quanto in queste opere è sottinteso.

Se il pastore immolato è l’altra faccia dell’agnello vivente, se il sovrumano si fa umano, si accede non — come pare — alla precarietà, alla miseria, alla sofferenza e alla durezza del vero, nella fragilità della vita, ma semplicemente alla sua moltiplicata pluralità. Al continuo variare di esperienza e di ruolo.

di Francesco Scoppola

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19 novembre 2018

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