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​La più antica rappresentazione
delle donne al sepolcro

Lontano da Gerusalemme, ma anche da Roma, sul limes dell’impero, nell’antico centro di Dura Europos sull’Eufrate, obliterato dai romani nel 256, si scoprì, nella meravigliosa città carovaniera, una domus trasformata, negli anni ’30 del III secolo, in edificio di culto cristiano, tanto da essere definita domus ecclesiae e, comunque, da considerare il più antico complesso chiesastico di una comunità cristiana. Non lontano da una sinagoga, interessata da una sala sorprendentemente dipinta con le storie del Vecchio Testamento, la cosiddetta domus ecclesiae di Dura Europos propone un’articolazione semplice, ma ben definita e provvista di un ambiente, sicuramente adibito a battistero, come mostra la vasca, situata nella parete di fondo e sormontata da un ciborio-baldacchino, da intendere come un manufatto segnaletico e protettivo del luogo più importante della stanza, laddove si praticava, ancora in maniera sobria ed essenziale, il rito della iniziazione cristiana. 

Frammento di intonaco  con la rappresentazione  delle pie donne al sepolcro (Dura Europos, III secolo)

La funzione di questo primo ambiente si desume anche da quanto rimane dell’apparato pittorico, che interessa il soffitto e parte delle sue pareti, a cominciare dallo splendido firmamento, costituito da un fondo azzurro costellato di stelle luminose, per alludere al mistero battesimale dell’illuminazione. Nella lunetta di fondo, poi, si riconoscono il buon pastore con il gregge, per rievocare la parabola della pecorella smarrita, e, in modulo minore, i protoparenti nudi ai lati dell’albero dell’Eden, per tradurre in figura il sottile concetto della felix culpa, che innescò il piano salvifico divino.
Lungo le pareti, si snodano gli episodi relativi alla guarigione del paralitico e al momento in cui Pietro è salvato dai flutti, ma anche la lotta tra Davide e Golia e il sintetico quadro della samaritana al pozzo. Ma l’episodio più suggestivo ed enigmatico interessa tutte le porzioni basse dell’ambiente e propone una monumentale teoria di figure femminili che si avviano verso un curioso sarcofago di grandi proporzioni, ancora non decodificato in maniera univoca.
Ma andiamo con ordine: la scena, molto lacunosa, prevede una teoria di tre figure femminili, che si dirigono verso il sarcofago impreziosito da due grandi stelle, disposte sugli acroteri del coperchio e un’altra teoria di cinque donne che incedono verso una porta con i due battenti semiaperti. La megalografia, ritenuta da alcuni iconografi come la rappresentazione della parabola delle vergini stolte e prudenti (Matteo 25, 1-13), va invece riferita al momento in cui le pie donne si recano al sepolcro di Cristo. Per questa ultima lettura divengono dirimenti la porta dischiusa e il singolare sarcofago. Quest’ultimo è confrontabile con le arche litiche monumentali diffuse nella regione di Dura Europos e in tutto il vicino Oriente paleocristiano. Le due grandi stelle possono alludere — secondo la cultura giudeo-cristiana siropalestinese — a due simboli angelici. La porta dischiusa rappresenterebbe l’ingresso del sepolcro di Cristo, mentre le due sequenze di figure femminili andrebbero interpretate come due “fotografie” consequenziali del momento in cui le pie donne si recano verso la tomba, provviste di torce e unguenti, e di quello in cui queste valicano la soglia del sepolcro vuoto. Quest’ultimo, adeguandosi alla prassi funeraria locale, viene rappresentato — come si è anticipato — secondo una virtuale camera funeraria nella quale era collocato il grande sarcofago.
L’organizzazione iconografica è estremamente originale, in quanto precoce e non ancora fissata secondo lo schema, che si concretizzerà soltanto un secolo dopo nella plastica funeraria occidentale, negli anni centrali del secolo IV, nella produzione dei cosiddetti sarcofagi di passione o dell’anastasis. Questi sarcofagi, concepiti in un atelier romano, per attutire la tensione e la violenza delle scene di arresto, giudizio e condanna, rispettivamente dei principi degli apostoli e del Cristo, accolgono, al centro della fronte, il labaro sormontato da una corona campita dal cristogramma, affiancato dai due soldati, che si accasciano dinanzi all’accecante simbolo della resurrezione.
Più tardi, entrano nell’immaginario iconografico paleocristiano, scene più aderenti al momento della scoperta della tomba vuota da parte delle pie donne. La rappresentazione tiene conto della pianta centrale del Santo Sepolcro fatto erigere da Costantino, come un sacro edificio circolare, delimitato da colonne e collegato — tramite un ampio atrio — al martyrium, ossia ad un grande edificio di culto, capace di accogliere le grandi folle dei pellegrini, che provenivano da tutto il mondo cristiano antico.
Già in una delle formelle della porta lignea della basilica romana di Santa Sabina, da riferire alla prima metà del v secolo, incontriamo l’apparizione dell’angelo a due delle pie donne, sullo sfondo di un sepolcro con tetto a doppio spiovente, ma negli stessi anni la scena spunta negli avori, a cominciare dal dittico Trivulzio, ora conservato al Castello Sforzesco di Milano. Il pannello eburneo è suddiviso in due quadri, dei quali, quello superiore mostra i due militi romani addormentati dinanzi al sepolcro, già a pianta centrale, sotto ai simboli apocalittici degli evangelisti Matteo e Luca (l’uomo e il toro). Il quadro inferiore “fotografa” le due Marie al cospetto dell’angelo seduto e colto nel gesto della parola. Sullo sfondo, troviamo la parete di un mausoleo, con cortina laterizia, due piccole finestre e una porta monumentale. Quest’ultima mostra i battenti dischiusi e istoriati con la resurrezione di Lazzaro, l’episodio di Zaccheo sul sicomoro e la guarigione dell’emorroissa.
Ancora ai primi decenni del V secolo risale uno dei quattro pannelli di una pisside eburnea del British Museum, con le guardie dormienti dinanzi al Santo Sepolcro, rappresentato secondo l’icnografia della rotonda costantiniana, con il monumentale portone dischiuso, dal cui spiraglio si intravede il sarcofago vuoto. Ai lati si stagliano le figure delle due Marie, sedute, ammantate, con le mani portate al mento, secondo l’atteggiamento dell’humor malinconicus.
Se ci inoltriamo nel secolo VI, troviamo la scena della resurrezione del Cristo in alcune ampolle metalliche, provenienti dalla Terra Santa – perlopiù conservate ora a Monza e a Bobbio – utilizzate per raccogliere l’olio, che ardeva nelle lucerne accese presso i luoghi santi e, forse, proprio dinanzi al Santo Sepolcro. In queste raffigurazioni, estremamente semplificate, si riconoscono, in un’unica realtà iconografica, le due donne al sepolcro e la crocifissione.
Nello stesso frangente cronologico, l’abbinamento della crocifissione, che appare per la prima volta nella porta lignea di Santa Sabina già nel V secolo, e delle donne al Sepolcro torna nei codici miniati e, in particolare nel Tetravangelo di Rabbula, datato al 586. In questo foglio, la Visitatio sepulcri si sviluppa sotto ad una vivace scena di crocifissione, secondo una organizzazione in due quadri: nel primo vediamo le donne che dialogano con l’angelo; nel secondo ancora le pie donne che incontrano il Cristo risorto.
La scena, nel tempo, ha una grande fortuna, a cominciare dal coperchio del reliquiario del Sancta Sanctorum del VI secolo e, facendo un passo indietro, sino agli esordi del V secolo, in un frammentario quadro della volta musiva del battistero napoletano di San Giovanni in Fonte.
La rappresentazione delle donne al sepolcro, che — come abbiamo potuto constatare — si affaccia all’orizzonte iconografico paleocristiano della prima ora, nella cosiddetta domus ecclesiae di Dura Europos, conosce una lenta evoluzione iconografica, specialmente per quanto attiene la forma della “sepoltura eccezionale” del Santo Sepolcro, che, con i Costantinidi, subì una profonda trasformazione, per la creazione della rotonda, che, da un lato, monumentalizza il centro nevralgico della devozione cristiana del IV secolo e, dall’altro, propone l’adiacenza con il martyrium, che accoglierà il popolo di Dio, il quale, dopo lunghi e faticosi viaggi, approdava al luogo suggestivo ed emblematico del mistero pasquale, che avvolge un edificio capace di contenere simultaneamente il Golgota e il Santo Sepolcro e, dunque, i luoghi della morte e della resurrezione del Cristo, del buio e della luce, di un faro, che ora si oscura ed ora si illumina in maniera accecante, stordente, inaspettata e sorprendente.

di Fabrizio Bisconti

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16 luglio 2019

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