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La piovra

· ​Matilde Serao e i nefasti effetti del gioco del lotto ·

Il libro di Matilde Serao "Il paese di Cuccagna" uscì originariamente a puntate nel 1890 sul quotidiano «Il Mattino». Con grande maestria, la scrittrice si confermava (ne aveva già dato prova nel 1884, con Il ventre di Napoli) osservatrice geniale del vissuto partenopeo, dominato e guastato dal gioco del lotto che, come un’immensa piovra dai mille tentacoli, aveva finito per avvolgere nelle sue spire tutte le classi sociali e ridurre in miseria anche persone più che benestanti.

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La sua descrizione d’ambiente coglie anche particolari secondari, che si rivelano comunque capaci di restituire le voci chiassose, perfino gli odori che escono dalle case e s’insinuano nei vicoli: da quelli gradevoli delle infinite quantità di gelati, pasticcini, spumoni metà crema metà gelato, granite, emananti dalla casa di Cesarino Fragalà il giorno del battesimo della figlia Agnesina, a quelli forti che si spandevano nei vicoli il giorno dell’estrazione del lotto, quando i facchini dei mercanti, seduti sulla soglia della bottega, «addentavano lungamente una pagnotta di pane, spartita in due, contenente qualche companatico asprigno, zucchette fritte e immerse nell’aceto, pastinache (erbe dalle radici commestibili) in salsa brusca, melanzane condite con aceto, pepe e aglio: e l’odore acuto e grasso del molto pomodoro che condiva tutti quei maccheroni, da un capo all’altro della strada, si univa a quell’odore acuto di aceto aspro e di grossolane spezierie».
Il libro è un canto di amore struggente per Napoli, unito alla rabbia che sale incontenibile per l’acquiescenza totale con cui la città intera si sottomette alla piovra che la strangola inesorabilmente e che con crudeltà ingoia i miseri che le si prostituiscono. È ciò che accade a Gaetano, «il tagliatore di guanti»: la piova lo strangola «sino a fargli rubare il pane dei figli», al punto che l’ultimo di essi, Peppiniello, è costretto a morire «di miseria, in un basso umido e puzzolente, mangiando male e scarsamente, dormendo coperto dei suoi vestitucci, attaccato a sua madre, per aver caldo». Una società che riverisce l’assistito — colui, cioè, che il popolo riteneva fosse protetto e guidato dagli spiriti e perciò in grado di suggerire i numeri vincenti — e l’accoglie anche in ambienti poco consoni alla sua persona. Tutti, infatti, giudicano un «ignobile straccione» il tipo strano e allampanato che al battesimo di Agnesina s’ingozza di dolci e affoga nei vini, biasimando il padrone di casa per avervelo introdotto, tanto che la sua consorte «sentiva le fiamme della vergogna salirle al viso». Ma non appena una voce sussurra quale sia la sua vera identità e la notizia corre veloce tra gli invitati, ecco che, man mano, un cerchio di persone gli si stringe attorno e persino l’usuraio, il ricchissimo Gennaro Parascandolo padrino della bambina, si rivolge al padrone di casa dicendogli: «Cesarino, presentami a questo signore».
Una società in cui sono gli uomini, generalmente, a trascinare al fondo le donne, che si tratti del marchese Cavalcanti, capace di dilapidare il patrimonio messo insieme e custodito da generazioni per secoli fino a causare la morte della figlia Bianca Maria, o di Cesarino Fragalà, che manda all’aria la bella e prosperosa attività di pasticceria ereditata dai suoi, o di Gaetano, responsabile della morte di Peppiniello.
Le donne, da parte loro, non si ribellano come dovrebbero alla pazzia degli uomini (è evidente il dissenso di Serao dalla loro remissività), una pazzia che, in misura minore, investe anche loro, pur mostrandosi esse capaci, con preveggenza, d’intuire l’esito disastroso al quale saranno condotte. In casa Fragalà, nel giorno festoso del battesimo, una volta che gli invitati se ne sono andati e ormai a notte tarda s’è quietato ogni rumore, Cesarino, giunto finalmente nella stanza nuziale, «accostandosi alla sua giovane moglie, vide che ella piangeva, silenziosamente, a grosse lacrime che le si disfacevano sulle guancie». – “Che hai Luisella, che hai?” chiese, abbracciandola, tremante anche lui di emozione. “Niente”, ella disse, piangendo ancora, nel silenzio, nella penombra».
Il miraggio del paese di Cuccagna («gran bella cosa guadagnare venti, cinquanta, centomila lire, in una serata!», esclama Cesarino rivolto al compare Parascandolo, già corroso dal cancro di cui non aveva ancora sperimentato gli effetti) trascina tutti a fondo. «La gran passione del guadagno grosso, immediato, dovuto alla fortuna» alla fine» — troppo tardi, però — rivela il suo inganno. Ieri come oggi.
La città in cui vivo e dove esercito il ministero sacerdotale non è Napoli e non impazzisce, in maniera così diffusa e generalizzata come racconta Serao, per il gioco del lotto. Nondimeno, sembra anch’essa, a tratti, perdersi dietro “gratta e vinci” e slot machine che all’inizio non richiedono cifre considerevoli, ma, una volta che ci si è assuefatti alla droga del gioco, portano a dilapidare interi stipendi. S’inocula così la speranza di poter meglio fronteggiare la crisi con piccole vincite che consentirebbero di giungere più agevolmente alla fine del mese e si finisce invece per produrre disperazione, perché le già scarse finanze sono alla fine dimezzate da ripetuti tentativi che non sortiscono effetto. Sono sicuro che ogni pastore che — come il sottoscritto — esercita la cura d’anime, potrebbe, non solo nella mia città, testimoniare altrettanto. Per questo il libro di Matilde Serao può rivelarsi una lettura, oltre che piacevole, per molti aspetti (non per ogni aspetto) anche istruttiva.

di Felice Accrocca

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07 dicembre 2019

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