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Come pietre vive

· A Monreale il segretario di Stato chiude le celebrazioni anniversarie della dedicazione del duomo ·

Dinanzi alla «magnificenza dei mosaici e dell’intera costruzione» del duomo di Monreale, il cardinale Pietro Parolin ha sottolineato che i cristiani non possono «essere pietre vive rimanendo nell’isolamento, sconnessi dalla comunità» e che «non si vive nella Chiesa come atomi indipendenti ed autoreferenziali». Il monito è stato lanciato giovedì pomeriggio, 26 aprile, durante la messa con cui si sono chiuse le celebrazioni per il settecentocinquantesimo anniversario della dedicazione della cattedrale.

Per la prima volta un segretario di Stato ha visitato questo «scrigno di fede che si è fatto pietra e mosaico» dopo che nel lontano 25 aprile 1267 esso fu consacrato dal cardinale francese Rodolfo Grosparmi, vescovo di Albano e legato pontificio di Clemente iv.

Con il cardinale Parolin hanno concelebrato i porporati siciliani Paolo Romeo e Francesco Montenegro e quindici tra arcivescovi e vescovi, fra i quali l’ordinario locale Michele Pennisi — nel quinto anniversario del suo ministero monrealese — oltre all’abate di San Martino delle Scale, per il profondo legame con le origini benedettine del duomo.

«Dio creatore degli astri» (duomo di Monreale)

All’omelia il segretario di Stato, dopo aver recato alla comunità diocesana e ai presenti il saluto e la benedizione di Papa Francesco, ha elogiato «l’armoniosa e radiosa concentrazione di perfetta bellezza» dell’edificio, in cui «lo splendore di ori e di figure indirizza l’attenzione sul Pantocrator, il Cristo onnipotente e benedicente del catino absidale». Tante personalità, tra cui il porporato ha ricordato Romano Guardini e David Maria Turoldo, «furono toccate da questo incanto», in cui «le energie e l’ingegno profusi per la costruzione del tempio sono al servizio dell’azione della preghiera della comunità».

Inoltre, per il cardinale Parolin, «il fulgore della cattedrale» di Monreale permette di «risalire alla fede che lo rese possibile». Del resto, «la grande arte cristiana è insieme alla testimonianza del martirio e alla carità operosa, la prova più convincente del fatto che Cristo non è un personaggio relegato nel passato, ma è il Risorto vivente, che guida la storia». E questo duomo davvero «invita a prendere sul serio la rivelazione cristiana, perché una tale cascata di bellezza rimanda alla fonte che l’ha ispirata, a generazioni di credenti che seppero, attraverso la pietra e il mosaico, manifestare la gioia interiore del discepolo redento». Da qui la consegna ai monrealesi, «in ragione dell’inestimabile valore spirituale ed ecclesiale oltre che storico-artistico» del tempio, «a compiere ogni sforzo per custodirlo e mantenerlo rifulgente di luce e di bellezza» con «speciale cura, premura e generosità».

Associando poi le letture della messa alle immagini musive, il cardinale Parolin ha evidenziato il legame tra la chiesa di pietre e il popolo di Dio che vi si raduna, perché — ha spiegato — «al magnifico edificio materiale corrisponde quello spirituale». Di conseguenza, «le realtà più importanti non sono le mura mosaicate, ma le persone che si riconoscono come “pietre vive” di un edificio spirituale, che presenta una bellezza di santità che le pietre non possono esprimere». E ciò richiede lo sforzo «di creare armonia, di fare coro, per diffondere un concerto melodioso che moltiplichi le energie al servizio del bene».

Il celebrante ha poi commentato il brano degli Atti degli apostoli letto durante la liturgia della parola, «dove vengono presentati i pilastri fondamentali della Chiesa delle origini e, di riflesso, di ogni comunità veramente ecclesiale, che si esprime nella perseveranza, vissuta nella concordia, e nella condivisione dei beni». In proposito ne ha individuati quattro: «il primo pilastro — ha detto elencandoli — è l’insegnamento degli apostoli da interiorizzare con un impegno serio e continuato»; il secondo «è la comunione, che rende visibile l’unione spirituale dei credenti»; il terzo è «lo spezzare il pane con i fratelli nell’Eucaristia in letizia e semplicità di cuore, esercitando la virtù dell’umiltà, partecipando alle gioie e ai dolori della comunità, facendo della liturgia la principale fonte della carità». L’ultimo pilastro è «l’assiduità alle preghiere nel tempio, specialmente in alcuni momenti significativi». Infatti, ha osservato il cardinale Parolin, «nel riunirsi dei fedeli, Dio opera segni e prodigi, rinsalda e fa crescere la comunità e disperde le forze disgregatrici. Ne nasce una vita bella e gioiosa, che sa affrontare le vicende umane, nella loro alternanza tra gioie e dolori, alla luce del Vangelo, senza fughe dalla realtà, ma con la gioia pasquale nel cuore, che irradia una speranza indistruttibile».

Infine il segretario di Stato ha affidato la celebrazione all’intercessione della Madre di Dio, alla quale con il titolo di Maria nascente è dedicato il duomo di Monreale, di san Castrense e di tutti i santi di questa arcidiocesi, assieme ai siciliani santa Rosalia, sant’Agata e al beato padre Pino Puglisi, che — come ha ricordato l’arcivescovo Pennisi nel saluto rivolto al porporato — proprio in questa cattedrale ha celebrato la sua ultima eucaristia». Il presule ha anche sottolineato che «nella plurisecolare storia dell’arcidiocesi diversi Papi concessero indulgenze in occasione di sinodi diocesani» e che «nel 1926 Pio xi elevò la cattedrale alla dignità di basilica minore». Fino alla speciale concessione di Papa Francesco, che ha fatto sperimentare la misericordia del Signore attraverso l’indulgenza giubilare.  

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