Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La piccola vedetta
di Formia

Entusiasmo e riconoscenza. Sono i doni che gli oltre duemila pellegrini della diocesi di Benevento, radunati nella basilica di San Pietro, hanno portato a Papa Francesco per ricambiare la visita fatta dal Pontefice lo scorso 17 marzo a Pietrelcina. «È un grazie che viene dal profondo del cuore — ci ha detto l’arcivescovo Felice Accrocca — per quell’incontro che è stato una pietra miliare per la storia della nostra comunità. Provvidenziale, in particolare fu l’appello di Francesco all’unità: lo abbiamo accolto e meditato a più riprese come traccia per un giusto cammino in un territorio che invece spesso rischia di frantumarsi in campanilismi deleteri».

Un’altra significativa presenza dal sud dell’Italia si è avuta nell’aula Paolo VI con i pellegrini provenienti da San Giorgio Lucano, in Basilicata. Hanno portato con loro la venerata immagine della Madonna degli Angeli, detta “Madonna del pantano”, che è stata poi benedetta dal Pontefice. La statua raccoglie nelle sue forme barocche e nei suoi colori intensi una religiosità e una devozione che hanno nutrito generazioni e generazioni di fedeli locali.

Da oltre oceano, da New York, è invece giunto Anthony D’Urso per raccontare al Papa una storia che risale agli anni della seconda guerra mondiale, dell’occupazione nazista in Italia e della persecuzione degli ebrei. Suo padre, Giuseppe D’Urso, tra l’8 settembre 1943 e il 17 maggio 1944, nascose e protesse nei pressi di Formia due famiglie di ebrei di Napoli. All’epoca Anthony aveva 5 anni, ma i suoi ricordi sono molto netti. «Scappammo dal paese per paura dei bombardamenti — ci ha raccontato — e ci rifugiammo nelle montagne. Ricordo che con la scusa di badare a un piccolo gregge io facevo da vedetta e avvisavo quando c’era il pericolo di presenze naziste. Portammo con noi le famiglie Sinigallia e Ascarelli, altrimenti destinate alla deportazione». Insieme condivisero paure e ristrettezze del momento: «A Pasqua riuscimmo a rimediare solo due orecchie d’asino da bollire e da dividerci per il pranzo...».

L’amicizia generosa e coraggiosa di Giuseppe D’Urso fu poi ricambiata dalla famiglia Ascarelli che, dopo la guerra, ospitò per diversi mesi il piccolo Anthony, malato e bisognoso di un soggiorno salubre nei pressi del mare. Sulla base dei diari della famiglia Ascarelli — una copia è stata donata al Papa — oggi è aperta l’inchiesta per inserire il nome di Giuseppe D’Urso fra quelli dei “Giusti tra le nazioni”.

Parole di speranza hanno ricevuto i genitori dei bambini malati oncologici in cura presso l’ospedale Salesi di Ancona. Sei famiglie giunte a Roma con il loro carico di dolore e di ansie. «La speranza — ci ha detto Enrico, uno dei loro accompagnatori — è l’unica cosa che li aiuta e li sostiene. E per loro oggi ricevere la benedizione del Papa è fonte importantissima di aiuto spirituale e psicologico».

Fra i tanti doni ricevuti dal Pontefice, c’era anche un pallone ovale da rugby: le firme che lo punteggiavano richiamavano i tanti volti sorridenti ed emozionati dei ragazzi e ragazze della Barnhall Buffaloes, una squadra londinese di atleti disabili giunti a Roma per una partita organizzata da Special Olympics Italia. Il club inglese, ha spiegato l’allenatore, festeggia quest’anno cinquant’anni di storia e di impegno per l’inclusione e la solidarietà. (maurizio fontana)

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE