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La piccola rifugiata

· Nel libro di Tessa Julià Dinarès e Anna Gordillo Torras ·

Una  tavola tratta dal libro

«Dove andiamo? E perché?». Arrivano al centro del bersaglio le domande — a raffica e martellanti — che la piccola protagonista del libro a fumetti Rifugiata - L’odissea di una famiglia (Milano, Edizioni Terrasanta, 2018, pagine 40, euro 19,50) pone nella notte della fuga. E le immagini — declinate in tutte le tonalità del blu — rincarano la dose. Diventa così veramente difficile archiviare il volume, frutto del lavoro di due donne catalane, come un semplice libro per bambini.
L’insegnante Tessa Julià Dinarès, autrice dei testi, e la disegnatrice Anna Gordillo Torras, alunna del master di Illustrazione per racconti dell’infanzia presso la Cambridge School of Arts, hanno infatti realizzato un’opera che — ricostruendo la drammatica esperienza di chi è costretto alla fuga e diventa profugo — suscita interrogativi e ribalta ottiche. Soprattutto perché la vicenda è vista e vissuta attraverso gli occhi sgranati e immensi di una bambina.
Tutto sta nel confronto tra il disegno che apre il libro, e quello che lo chiude. In entrambi compaiono, nell’angolo destro, tre piccoli che giocano in cerchio, e una dei tre è sempre la stessa bambina. Ma al di là dell’attività compiuta, dell’impegno che vi mettono e della posizione in pagina, tutto cambia.
Nel primo disegno, infatti, i bambini giocano in casa, su un tappetto, circondati da mobili, quadri, una lampada, un vaso di fiori, semplici elementi quotidiani che accompagnano — o dovrebbero accompagnare — ogni infanzia. Nell’ultimo disegno, invece, i tre bambini giocano in strada. Tra le tende di un campo profughi.
«Abito nella casa più bella del paese»: si presenta così la piccola protagonista di Rifugiata. Ma è solo una pagina: volta la carta e, brutalmente, ci troviamo alle spalle di un gruppo di adulti in marcia. Carichi, disperati e silenziosi. Si distingue solo un volto: è quello della bimba protagonista che, saldamente tenuta per mano dalla madre, riversa il suo sguardo atterrito sul lettore.
È infatti proprio attraverso questi occhi terrorizzati, e attraverso le domande continue della bimba, che partecipiamo alla fuga di un’intera comunità. Dai commercianti ai compagni di scuola, dal «bibliotecario antipatico» ai parenti, dalla ragazzina che legge sempre al fruttivendolo «che mi regalava le arance», dal «bambino con la candela al naso» alla dottoressa.
«Perché mi hanno svegliata? Perché ho dovuto alzarmi in tutta fretta? È ancora notte. Stiamo andando via e prendiamo poche cose. Le facce di tutti riflettono paura e tristezza. Il mio papà mi prende per mano con forza e quasi mi fa male. Mi viene voglia di piangere. Ma non voglio piangere. Dove stiamo andando? E perché corriamo?».
Poche, pochissime parole lasciano il campo alle immagini: chiunque abbia un po’ di dimestichezza con i piccoli lettori, sa che molto spesso sono proprio queste le storie che piacciono maggiormente. Perché quel che si incontra pagina dopo pagina non invade la scena, ma può essere integrato dal racconto di chi “legge”; dalla sua esperienza e dalla sua fantasia che, in tanti casi (nel bene o nel male), ne deriva.
Il tono delle tavole è cupo, la bambina è stanca, vuole i suoi oggetti, il suo letto, ma ogni occasione è buona per cercare di giocare nel tentativo di ricostruire scampoli di una quotidianità violata. A un certo punto — dramma nel dramma, fuga nella fuga — la bimba si perde nel mare di persone che stanno perdendo la propria vita. Ma, in questo caso almeno, il sorriso torna sul volto di tutti.
Poi l’arrivo al campo profughi, l’arrivo tra pezzi di tela che saranno casa: un sollievo nella fuga o l’inizio di una nuova tragedia? Parrebbe dominare sovrano lo sgomento, eppure qualcosa riesce a fare capolino: la bimba intravede un gioco; vede un pupazzetto. E dietro quel gioco, dietro quel pupazzetto ci sono quattro piedi: un bambino e una bambina che le chiedono se si vuole unire a loro.
Seppur vissuta e rivissuta — secondo i dati dell’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) quasi 3 milioni di siriani sotto i 5 anni sono cresciuti vedendo solo la guerra — quella di Rifugiata è una storia che non dovrebbe esistere. È il racconto di una realtà per cui non ci dovrebbe essere spazio. Eppure la denuncia del libro, sia pur fortissima, è costruttiva perché fatta attraverso gli occhi di una bambina ancora in grado di essere curiosa. Di sperare. Di porsi domande. Di andare al di là delle grida, delle lacrime e della disperazione degli adulti.
In coda al libro compare una breve descrizione dei progetti sociali per i rifugiati sostenuti dalla Custodia di Terra Santa a Rodi e Kos, a favore dei quali sono destinati i proventi dell’opera. Rifugiata - L’odissea di una famiglia è infatti anche un’iniziativa per i profughi e i rifugiati animata da fra John Luke Gregory nelle due isole greche, dove i frati minori francescani sono presenti da secoli. Se Rifugiata riesce dunque a essere un libro di speranza, ciò avviene anche grazie alla presentazione di questa iniziativa alimentata dalla Custodia.
A Rodi il centro per rifugiati, situato nell’ex mattatoio dell’isola, ospitava a fine 2017 un centinaio di persone, tra cui tanti minori non accompagnati. Il progetto di assistenza, con un occhio di riguardo proprio a costoro, è seguito personalmente da fra John Luke. Dal canto suo a Kos, investita in pieno (come noto) dall’arrivo di persone in fuga (con punte di cinquantottomila richiedenti asilo), esiste un centro per l’accoglienza, l’identificazione e lo smistamento: progettato per seicento persone, talvolta arriva a gestirne tremila. Perché la piccola Rifugiata, purtroppo, non è sola.

di Silvia Gusmano

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06 dicembre 2019

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