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La pesca a prova
di «Laudato si’»

· Per salvaguardare un ecosistema a rischio ·

Don Bruno Bignami è direttore dell’Apostolato del mare in seno alla Conferenza episcopale italiana e, dal settembre scorso, anche direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro. In quest’intervista si sofferma sull’importante contributo dei pescatori all’economia, sulle minacce all’occupazione portate dai cambiamenti climatici, sulle riflessioni imposte dall’enciclica di Papa Francesco Laudato si’.

Nel mondo biblico il mestiere del pescatore non è affatto trascurabile. Oggi si torna a parlare di un settore tutt’altro che secondario dell’economia mondiale. Come mai?

I dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura relativi al 2016 ci dicono che nel mondo i lavoratori impegnati nella pesca e nell’acquacoltura sono 59,6 milioni. Non meno rilevanti sono i dati europei: in alcuni paesi la concentrazione dell’attività della pesca è considerevole. Le quattro nazioni più fiorenti in questo settore sono la Spagna, la Grecia, l’Italia e il Portogallo: insieme raggiungono circa il 73 per cento dei lavoratori. Basti pensare che la Spagna oggi conta un quarto del totale dei pescatori europei. L’acquacoltura offre invece occupazione a ottantamila persone, comprendendo sia l’ambito marino che quello di acqua dolce. La filiera industriale legata alla pesca conta in Europa qualcosa come tremilasettecento aziende. Sono numeri tutt’altro che insignificanti. Del resto, la recente attenzione della Chiesa nei confronti del mondo della pesca nasce dalla consapevolezza che non si tratta di una realtà marginale. Al tema è stato dedicato il XXIV Congresso mondiale dell’apostolato del mare, tenutosi nell’ottobre 2017 a Kaohsiung, grande città portuale nel sud di Taiwan.

Si tratta comunque di un interesse ecclesiale relativamente recente. Perché?

Il magistero della Chiesa giunge solo recentemente ad affrontare il tema della pesca in un’enciclica sociale. Lo fa Papa Francesco nella Laudato si’, pubblicata nel 2015. Nessun documento pontificio si era mai espresso a quei livelli sull’argomento. Ciò può indicare, in negativo, la fatica della Chiesa a sintonizzarsi sulle questioni riguardanti il mondo dei pescatori. In positivo, però, fa capire la prepotente irruzione della pesca nell’agenda internazionale e nel vissuto della Chiesa, sempre preoccupata di condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (Gaudium et spes, 1). Le fragilità e i problemi del nostro tempo non la trovano dunque indifferente e non è un caso che i riferimenti alla pesca in Laudato si’ si trovano quasi esclusivamente nel primo capitolo, quello dedicato all’analisi della situazione odierna. La pesca ha numeri significativi dal punto di vista occupazionale, eppure i lavoratori rischiano facilmente di essere emarginati attraverso forme di sfruttamento e di non riconoscimento, anche a livello salariale. Se a ciò si aggiungono il pericolo e le conseguenze negative che gli addetti pagano a causa della pesca illegale, il quadro è delineato nella sua drammaticità.

Sembra di capire che la pesca paghi il conto di un’economia che tende a esaurire le risorse naturali, comprese quelle ittiche. È così?

Vero. La pesca è, in prima istanza, vittima dei cambiamenti climatici. Essi stanno modificando la geografia e cambiano le carte in tavola. Dove prima si poteva pescare una certa qualità di pesce, ora si assiste a una trasformazione, se non addirittura a un impoverimento, della fauna marina. Proprio l’esaurimento delle riserve ittiche finisce per penalizzare chi vive di pesca artigianale. Le conseguenze sono drammatiche per le famiglie, che rischiano di rimanere senza lavoro e senza dignità. L’enciclica Laudato si’ denuncia al riguardo l’abuso proveniente dal prelievo incontrollato di risorse ittiche. Papa Francesco parla del non senso di una pesca selettiva che finisce per scartare gran parte delle specie raccolte. Si rischia così di minacciare organismi marini poco valorizzati, come certe forme di plancton. Tali organismi invece costituiscono una componente molto importante nella catena alimentare marina e da essi dipendono, scrive il Pontefice, specie che si utilizzano per l’alimentazione umana. Una pesca condotta con metodi distruttivi, tramite l’utilizzo di sostanze inquinanti e devastanti, come il cianuro e la dinamite, danneggia l’ambiente e l’uomo stesso. Una simile pesca inquina, distrugge le barriere coralline che diventano sterili e iniziano un lento declino. Eppure le barriere coralline rappresentano una biodiversità fondamentale: esse sono per il mare quello che le foreste sono per la terraferma.

«Laudato si’» propone di ragionare in termini di ecologia integrale. Cosa significa per il mondo della pesca?

Le nostre azioni sulla natura hanno conseguenze che non avvertiamo a prima vista, ma che possono cambiare la geografia e avere un impatto notevole sulla vita umana e sull’esistenza della casa che abitiamo. Laudato si’ mette al centro l’ecologia integrale: i problemi che riguardano l’ambiente sono strettamente connessi a questioni umane e sociali. Occorre far leva sulla responsabilità e sull’onestà affinché si tutelino le persone, gli stati, i beni, le risorse naturali (compresa la fauna e la flora ittica) e si garantisca uno sviluppo nella prospettiva del bene comune. Lo sguardo va all’intera famiglia umana e non a interessi particolari. In conseguenza della scelta dell’ecologia integrale, l’enciclica chiede un impegno in difesa della varietà dei sistemi di piccola scala, come appunto la pesca artigianale.

Dunque, piccolo è bello?

Non proprio. È questione di qualità del prodotto e di legame con il mare. L’economia di scala, infatti, mantiene in contatto diretto persone e territori. Promuove la qualità, valorizza la vocazione di un luogo, favorisce la diversificazione produttiva e la creatività imprenditoriale. Per esempio, ha poco senso che normative uguali riguardino mari differenti: un conto è la pesca in oceano, un conto è in un mare chiuso come il Mediterraneo. Si tratta di salvaguardare gli ecosistemi e di rafforzare i legami tra i pescatori e i territori. È un modo per vivere il comando biblico di coltivare e custodire. Una felice alleanza.

di Giovanni Zavatta

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12 novembre 2019

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