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Perfidia cancellata

· Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia ·

Non è una ricerca sull’antisemitismo Giudaica perfidia. Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia (Bologna, Il Mulino, 2014, pagine 247, euro 22) di Daniele Menozzi, o almeno non è soltanto questo, dal momento che dell’antisemitismo analizza soltanto un tòpos a lungo presente nella liturgia, in particolare nella preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo, quello della “perfidia giudaica”.

Pieter Lastman, «Il trionfo di Mordechai» (1624)

È quindi una storia attenta e rigorosa di questa formulazione liturgica, del modo in cui ha influito sulla mentalità dei fedeli, del modo in cui il termine “perfidia” è stato tradotto e interpretato, come anche della sua contrastata scomparsa nella seconda metà del Novecento.

Oremus et pro perfidis Judeis, iniziava infatti la preghiera per gli ebrei nella versione del Missale Romanum del 1570, invitatorio che proseguiva subito, senza la genuflessione tipica di questo genere di orazioni, con l’orazione: Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam Judaicam perfidiam a tua misericordia non repellis. La preghiera per gli ebrei era la penultima di nove preghiere solenni che costituivano il nucleo della liturgia della mattina del Venerdì santo.

Il primo tentativo di modificare la liturgia risale al 1870 quando due ebrei convertiti, i fratelli Lémann, sacerdoti entrambi, fanno circolare con il permesso del Papa al concilio Vaticano i una bozza firmata da cinquecento Padri in cui chiedevano che alla preghiera per la conversione degli ebrei si unissero non improperi ma sentimenti di carità. L’interruzione del concilio pose fine anche a questa richiesta. Nel 1915 il benedettino Ildefonso Schuster, successivamente cardinale e arcivescovo di Milano, pubblicava presso la Tipografia Vaticana, con l’approvazione papale, il testo con traduzione italiana delle preghiere solenni del venerdì santo. Nella sua traduzione, l’Oremus et pro perfidis Judaeis era reso con «preghiamo per gli infedeli giudei» e la parola perfidia spariva anche dalla traduzione dell’orazione. Il caso resta unico, mentre altri messali bilingui dell’epoca sono fermi alla traduzione “perfidia”.

Il cambiamento decisivo avvenne nel 1959, nella riforma liturgica voluta da Giovanni XXIII, con l’abolizione del termine “perfidia” e dell’aggettivo “perfido” nella preghiera del Venerdì santo e in tutte le formulazioni liturgiche. Nel 1962 il nuovo Messale sanciva questa modifica. 

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