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La penisola coreana e la sfida nucleare

· Possibile ripresa dei colloqui a sei ·

I ministri degli Esteri della Corea del Nord, Pak Ui Chun, e della Corea del Sud, Kim Sung Hwan, si sono brevemente incontrati, per la prima volta dopo circa 30 mesi, a margine del Forum regionale sulla sicurezza dell’Asean (Associazione dei Paesi del sud est asiatico) in Indonesia. A spianare la strada a quest’incontro sono stati colloqui ad alto livello sul nucleare avvenuti nella stessa sede tra il rappresentante di Seoul, Wi Sung Lac, e quello del regime comunista di Pyongyang, Ri Yong Ho. Il mini vertice potrebbe rilanciare dopo una pausa di quasi tre anni i colloqui a sei tra Corea del Nord, Corea del Sud, Stati Uniti, Giappone, Russia e Cina che mirano a porre fine al programma nucleare atomico a uso militare di Pyongyang.

E per parlare di questo nuovo dialogo tra le due Coree che giunge dopo un anno di crescenti tensioni tra i due Paesi, a Washington si è recato — su invito del dipartimento di Stato americano — il viceministro degli Esteri nordcoreano, Kim Kae Gwan.

Questi segnali di apertura che giungono dal Paese più isolato del mondo hanno fatto sì che la diplomazia internazionale si rimettesse in moto per cercare di riattivare i colloqui multilaterali, un meccanismo negoziale istituito per arginare i tentativi di proliferazione nucleare di Pyongyang. E gli Stati Uniti hanno subito cercato di verificare con Pechino, principale alleato della Corea del Nord, la reale volontà di dialogo. Il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, reduce dal vertice Asean in Indonesia, lunedì scorso ha per questo compiuto una tappa di poche ore in Cina per esaminare con il consigliere di Stato, Dai Bingguo, il dossier nucleare.

Gli Stati Uniti, infatti, pur esprimendo apprezzamento per gli incontri avvenuti in Indonesia tra i rappresentanti delle due Coree, sostengono che la Corea del Nord deve adottare apposite misure per migliorare le relazioni con la Corea del Sud prima di ogni ipotesi di ripresa del tavolo a sei sull’abbandono del programma nucleare. Pyongyang – ha detto Hllary Clinton – deve ancora dimostrare la reale «volontà di una nuova condotta». Secondo il segretario di Stato «la Corea del Nord deve attuare un cambio di comportamento, compresa la fine di azioni provocatorie, in vista dell’adozione di misure irreversibili sul processo di denuclearizzazione e conformi agli impegni presi».

L’anno scorso le provocazioni nordcoreane – che sono culminate nell’affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan (46 marinai morti) e nel bombardamento dell’isola sudcoreana di Yonpeyong — sembravano scavalcare la soglia dello scontro politico e degenerare in un conflitto militare aperto. Ecco perché condizione indispensabile alla ripresa dei colloqui a sei è il miglioramento delle relazioni tra le due Coree e le voci di imminenti ed eccezionali manovre militari nordcoreane nella zona sensibile del Mar Giallo rischiano di compromettere i tentativi di disgelo.

E a complicare gli sforzi della distensione tra le due Coree, oltre ai gravi incidenti del 2010, c’è stata la rivelazione dell’esistenza di un evoluto impianto di arricchimento dell’uranio nel sito di Yongbyon presentato tuttavia come parte di un programma nucleare pacifico. Ma nel corso dei passati colloqui a sei caratterizzati da un’alternanza di concessioni a volte fruttuose e azioni provocatorie, il regime comunista nordcoreano ha progredito nel proprio programma nucleare, ha lanciato satelliti, ha effettuato — senza molto successo — due test nucleari (maggio 2006 e aprile 2009) e ha costruito un impianto avanzato di arricchimento dell’uranio replicando il modello di centrifughe p2. D’altra parte, oltre ad abbandonare i colloqui a sei dopo le sanzioni decise dall’Onu, le autorità comuniste nordcoreane hanno impedito agli ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) di accedere ai siti nucleari del Paese dal 2009.

Ora, dopo l’appello rivolto all’inizio dell’anno dal presidente sudcoreano, Lee Myung Bak, «riprendere il cammino della pace», questi timidi segnali di apertura al dialogo che sono giunti dall’Indonesia riaccendono la speranza di una futura denuclearizzazione verificabile della penisola coreana.

Domenica 24, intanto, in Corea del Nord si sono svolte le elezioni locali. Il tasso di partecipazione si è attestato al 97,97 per cento e tutti gli elettori hanno votato in favore dei candidati ufficiali, i soli a essere presenti. In totale, 28.116 deputati sono stati eletti nelle assemblee locali e provinciali, ha indicato l’agenzia ufficiale Kcna precisando che nessun voto d’opposizione ai candidati ufficiali è stato registrato. Il leader Kim Jong Il ha partecipato allo scrutinio in un seggio della capitale, come il giovane figlio e probabile successore Kim Jong Un. Ma i nordcoreani – malgrado i proclami del regime – sono costretti ad affidarsi sempre più al mercato nero per rimediare alle crescenti difficoltà del razionamento dei generi di prima necessità, al punto che nei traffici sarebbero coinvolte circa 20 milioni di persone su un totale di 24 che compongono la popolazione della Corea del Nord.

La perdurante crisi economica del Paese dovuta in parte alle enormi spese per l’apparato militare e per il programma nucleare ha fatto sì che anche l’alleato cinese abbia richiamato Pyongyang. Il membro dell’ufficio politico del partito comunista cinese, Li Yuanchao, nello scorso giugno durante la sua missione nella capitale nordcoreana — dove ha avuto un colloquio anche con il leader Kim Jong Il — ha infatti auspicato che nel 2012 la Corea del Nord «raggiunga l’obiettivo di aprire i cancelli di un Paese prospero e potente», in quello che può essere interpretato come il riferimento alla prossima apertura verso il resto del mondo di uno dei Paesi più isolati del pianeta.

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