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La Penelope di Hybla

· ​Sant’Agata nell’arte ·

Della martire siciliana Agata, protagonista di un culto largo e disteso nel tempo, sino ai nostri giorni, abbiamo notizia proprio dagli Atti del giudizio e dell’uccisione della giovane donna, ma tali atti sono inseriti in una Passio Sanctae Agathae che, nella redazione giunta sino a noi, mostra le peculiarità narrative di uno scritto piuttosto tardo, che dall’età bizantina approda al medioevo. Inoltre, di questi Atti sono note varie redazioni, tra le quali una bizantina e due greche assai simili nella dinamica dei tragici fatti relativi al martirio, che devono essere discese da un unico documento, pur esso poco attendibile in tutti i suoi dettagli. 

Giambattista Tiepolo,  «Martirio di Sant’Agata» (1730 circa)

Seppure la città di Palermo vanti i natali della martire, per quanto possiamo desumere dalle coordinate agiografiche autentiche della Passio, tutto si svolge a Catania, come ricordano anche i calendari e i martirologi, che ambientano in questa città la fine drammatica della giovane donna, durante la feroce persecuzione dell’imperatore Decio, il 5 febbraio del 251.
Secondo gli Atti contenuti nella Passio, Agata avrebbe fatto parte di una nobile famiglia catanese e, ancora fanciulla, avrebbe fatto il voto di castità, per mantenere il quale avrebbe affrontato molte lotte, sempre coronate dalla vittoria finale. Al tempo della persecuzione di Decio — sempre secondo gli Atti — un certo Quintiano attentò alla castità della fanciulla, affidandola a una donna di facili costumi, che non riuscì a corromperla, per cui fu necessario condurla dinanzi al tribunale per farle confessare la sua condizione di convinta cristiana. La fermezza della donna provocò il primo supplizio: la flagellazione e la tortura con lame di ferro arroventate. Superata questa prova, Agata dovette affrontare l’amputazione delle mammelle per essere, poi, ricondotta in carcere, dove le apparve san Pietro che la risanò. Il feroce Quintiano ordinò di distendere la donna su un letto di vasi in frantumi e carboni ardenti, ma i carnefici furono uccisi dal crollo della prigione, avvenuto per un improvviso terremoto, mentre la martire serenamente innalzava preghiere a Dio e spirò. I compagni di fede composero il suo corpo in un sarcofago, che divenne oggetto di larga venerazione se vi si recavano anche i pagani, quando l’Etna eruttava.
Il culto per la martire, dal quartiere di Hybla Maior, dove era sepolta, si diffuse in tutto il mondo cristiano antico, come dimostra l’inserimento della sua commemorazione nel Martirologio geronimiano e nei canoni della messa a Roma, Milano, Ravenna e Cartagine. A Roma, Papa Simmaco (498-514) promosse la costruzione di un edificio di culto in onore della martire sull’antica via Aurelia, come attesta il Liber Pontificalis, mentre, nell’anno 593, Papa Gregorio Magno dedicò alla santa catanese una chiesa della Suburra, costruita al tempo dei goti ariani.
Nel corso del medioevo, il culto per la martire siciliana assunse il ruolo protettivo contro le eruzioni dell’Etna e, per estensione, contro gli incendi, tanto che le campane, che avevano anche una funzione di avviso in occasione di queste calamità, furono spesso consacrate, con epigrafi incise, a sant’Agata. 

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