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La paura dell’altro
(e di se stessi)

· ​Intervista a Zygmunt Bauman ·

Novantun anni il mese prossimo, ebreo di origini, polacco di nascita e cosmopolita di vocazione (ha vissuto tra Varsavia, Londra e Tel Aviv, prima di mettere radici a Leeds, Gran Bretagna), Bauman è uno degli intellettuali più famosi — e prolifici — del mondo. Un uomo in grado di fotografare il mondo e chi lo abita nel dettaglio, fino in fondo, con uno sguardo acuto e insieme carico di empatia. Come quello che sta rivolgendo, da tempo, al fenomeno dell’immigrazione. Meglio, ai migranti, che minano le nostre certezze e diventano un bersaglio facile su cui scaricare un’insicurezza sorda, profonda, impossibile da arginare con le soluzioni proposte da una politica fatta di muri e uomini forti. 


Partiamo da lì, allora. Che cosa è questa «insicurezza esistenziale»? Da dove nasce? 


Kant, l’esploratore più infaticabile dei misteri del modo unicamente umano di stare al mondo — alla cui sapienza noi tutti, in qualche modo, siamo debitori, eredi entusiasti o disperati —, nella Critica della ragion pratica ha scritto una frase celebre: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me». Il “cielo stellato” indica ciò che è oltre la portata umana, la nostra capacità di affronto; e la “legge morale” indica i dilemmi tra cui gli umani sono condannati a scegliere. Ma più di un secolo prima di queste parole, Blaise Pascal aveva approfondito proprio quella straziante e terrorizzante inadeguatezza: «Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita dall’eternità che la precede e da quella che la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell’infinita immensità di spazi che ignoro e che mi ignorano, mi spavento e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là, ora piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per volontà di chi questo luogo e questo tempo sono stati destinati a me?». Per arrivare a concludere: «Essendo incapaci di eliminare la morte, la miseria e l’ignoranza, gli uomini hanno deciso, per essere felici, di non pensare a tali cose». Ecco, il problema è che, per quanto tentiamo con accanimento di seguire questa decisione, riflessione e pensiero restano ostinatamente parti ineliminabili della nostra condizione. Per questo l’“insicurezza esistenziale” è scolpita indelebilmente nel modo di essere al mondo dell’uomo. È lì il luogo da dove vieni e da dove non puoi scappare.

di Davide Perillo

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16 settembre 2019

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