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La paura ci rende folli

· ​Di fronte al fenomeno delle migrazioni ·

L’arcivescovo di Milano è intervenuto nella mattina di sabato 23 al convegno «La paura ci rende folli», promosso per favorire una riflessione sul tema dei flussi migratori che sappia giudicare con obiettività il fenomeno, sgombrando i il campo da facili pregiudizi e immagini stereotipate. Ne pubblichiamo ampi stralci.

«Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?» (Luca, 12,20). «Ma quello, udite queste parole, divenne assai triste perché era molto ricco» (Luca, 18,23). La stoltezza che Gesù rimprovera è l’accumulo delle molte ricchezze come proprietà irrinunciabili: la paura, le molte paure del futuro, degli imprevisti, delle annate di prodotti deludenti, induce a cercare sicurezza nelle ricchezze accumulate. Questa programmazione motivata dalla paura si rivela stolta perché ignora l’imprevisto radicale, la morte improvvisa, ignora la precarietà del possesso, «dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano» (Matteo, 6,19).

Ma porre le propria sicurezza nelle ricchezze impedisce di accogliere la vocazione alla sequela di Gesù che chiede come condizione la rinuncia radicale; impedisce inoltre la compassione verso il povero: «Un povero di nome Lazzaro stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco, ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe» (Luca, 16,20-21). La radice della stoltezza che induce a porre la propria sicurezza nelle ricchezze è in sostanza l’ateismo: «Lo stolto pensa: Dio non c’è. Son corrotti, fanno cose abominevoli, non c’è chi agisca bene (Salmi, 14,1).

Se dovessimo affrontare la domanda: come vincere la paura che rende folli? Come reagire a comportamenti e modi di esprimersi che sono sfoghi, espressioni di rabbia, di rancore, di emotività alterata, di slogan gridati? La paura non è frutto di un ragionamento, non è la conclusione di una ricerca che raccoglie dati con l’intenzione di comprendere un fenomeno. Pertanto dubito che ragionamenti e ricerche ben documentate possano essere la terapia adatta per curare una emotività disturbata.

C’è bisogno di gente che vive nell’estasi per la presenza di Gesù in casa sua e si ispira a Lui senza troppo dipendere dal giudizio altrui e dai frutti che ne potranno venire. C’è bisogno di gente che di fronte allo sconosciuto massacrato dalla storia prova compassione e se ne fa carico, senza troppo indagare chi sia il colpevole e che cosa dovrebbero fare gli altri. C’è bisogno di gente che non vive calcolando il dare e l’avere ma segue lo slancio della gioia e si affida al vento amico che spinge al largo. C’è bisogno di gente che di fronte all’appello dei poveri si fa avanti per servirli, di fronte alle contese si mette di mezzo per seminare perdono e pace, di fronte ai problemi di dimensioni planetarie che insinuano la frustrazione dell’impotenza, invece di lasciarsi cadere le braccia pratica il gesto minimo che gli è possibile e si entusiasma nella persuasione di contribuire anche così ad aggiustare il mondo.

di Mario Delpini

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21 luglio 2019

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