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La passione secondo Haydn

· Le Sette Ultime Parole del Nostro Redentore in Croce ·

Nel 1766 Franz Joseph Haydn era stato nominato Kappelmeister, una sorta di ibrido tra direttore d’orchestra e un moderno direttore artistico, della corte dei Principi Esterházy, una potente famiglia ungherese. Questi avevano vincolato il musicista austriaco alle loro dipendenze per più di dieci anni, garantendogli il benessere della vita a corte e una fama sempre maggiore, ma permettendogli pochi margini di manovra al di fuori di quel contesto. Venuti meno gli obblighi contrattuali più stringenti, Haydn divenne una sorta di centro di gravità della musica europea.

Piero della Francesca, «Flagellazione di Cristo»  (Galleria Nazionale delle Marche, Urbino, particolare)

La commissione da cui nacquero Le Sette Ultime Parole del Nostro Redentore in Croce arrivò nel 1786, direttamente dalla Spagna. Don José Sáenz de Santa María, un sacerdote originario del Messico all’epoca operante presso la Cattedrale della Santa Cueva di Cadice, guidava la comunità dal 1781 e ne aveva ravvivato non solo la vita spirituale, commissionando ogni anno una nuova produzione musicale per la Settimana Santa, ma anche gli aspetti materiali: l’Oratorio afferente alla Cattedrale fu voluto e realizzato a sue spese. Nel quinto anno della sua attività l’energico canonico decise di contattare Haydn per la composizione di musiche che accompagnassero gli esercizi spirituali della “Devozione delle Tre Ore”, una forma originaria della Chiesa peruviana. Nella prefazione di una delle edizioni successive dell’opera, Haydn descriverà così il contesto in cui il brano doveva essere eseguito: «I muri, le finestre, i pilastri della chiesa erano ricoperti di drappi neri e solo una grande lampada che pendeva dal centro del soffitto rompeva quella solenne oscurità. A mezzogiorno le porte venivano chiuse e aveva inizio la cerimonia. Dopo una breve funzione il vescovo saliva sul pulpito e pronunciava la prima delle sette parole (o frasi) tenendo un discorso su di essa. Dopo di che scendeva dal pulpito e si prosternava davanti all’altare. Questo intervallo di tempo era riempito dalla musica».

Le peculiarità quasi teatrali del rito ponevano dei limiti specifici: scrivere sette brani di dieci minuti circa ciascuno, uno per ognuna delle “Parole”, da comporre in tempo lento e a carattere riflessivo e meditativo, senza però dover annoiare l’ascoltatore-fedele. Per ovviare a questa difficoltà, Haydn organizzò l’opera in sette Sonate per Orchestra, ciascuna scritta in una tonalità differente, impiegando tutta la tavolozza coloristica che il sistema temperato mette a disposizione. Ad incastonare le Sette parole un’introduzione e un Terremoto finale, unico movimento dal carattere completamente diverso (l’indicazione agogica indica Presto e con tutta forza), in cui le dinamiche si irrobustiscono fino ad arrivare al triplo Forte finale, che segnala l’intervento sovrannaturale descritto dall’evangelista Matteo: «E Gesù, emesso un alto grido, spirò. Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. (...) Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: Davvero costui era Figlio di Dio!».

Le Sette Ultime Parole ebbero un successo forse inatteso persino per Haydn, che ricevette numerose richieste per arrangiamenti e riduzioni del brano: una per Quartetto d’Archi, opera dello stesso Haydn, che poi approvò anche una versione per strumento a tastiera proposta dallo stesso editore Artaria; lo stesso Haydn la rimaneggiò in forma di Oratorio aggiungendo il coro ed i Solisti. La versione più significativa rimane probabilmente quella per Quartetto, la più popolare ed eseguita ancora oggi: la forma cameristica era quella in cui Haydn già all’epoca brillava maggiormente, e quella in cui la sua vena creativa probabilmente trovava il massimo sfogo. In questa versione il movimento introduttivo è collegato direttamente con la “Prima Parola”, mentre l’ultima sfocia direttamente nel Terremoto. Pur trattandosi di musica espressamente strumentale e non più legata al contesto liturgico, Haydn decise di legare i singoli elementi tematici su cui sono costruite le sonate alla “Parola” del redentore a cui fanno riferimento: così sotto le parti del primo violino vengono riportate sillaba per sillaba le parole di Cristo. Questo legame con un testo ha offerto uno spunto per molte esecuzioni moderne pensate per contesti diversi da quello della Settimana Santa: così il Brentano String Quartet ha commissionato al poeta Mark Strand dei testi per intervallare la musica che sarebbero poi diventati un vero e proprio Poem After the Seven Words, e l’Aeolian Quartet ha inciso nel 1975 una versione in cui alla musica venivano associate raccolte poetiche da tutto il corpus della letteratura inglese da John Donne alla contemporaneità, declamate da Peter Pears.

di Filippo Simonelli

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19 gennaio 2020

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