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​La passione di Sebastiano

La prima menzione attendibile relativa alla personalità e al culto del martire Sebastiano, sepolto nel cuore delle omonime catacombe sulla via Appia Antica, si ricava dalla Depositio Martyrum, il sintetico, ma prezioso, documento agiografico, confluito nel Cronografo del 354, che, al riguardo, ricorda, nel tredicesimo giorno delle calende di febbraio, ossia il 20 gennaio, la deposizione di Sebastiano in catacumbas, nello stesso giorno in cui Papa Fabiano viene tumulato nel cimitero di San Callisto.
Queste essenziali coordinate agiografiche confluiranno nei calendari, nei sacramentati e negli itinerari medievali, dove rimangono inalterati il nome del martire e il luogo del culto. A queste prime notizie, si aggiunge la testimonianza autorevole di Ambrogio, che, nel Commento al Salmo 118, ci fornisce rare e sfuggenti notizie, tra le quali emerge l’origine milanese del martire, anche se non precisa il vero luogo di nascita, che certe fonti più tarde riferiscono a Narbona, per il fatto che la madre del vescovo milanese era andata in sposa a un funzionario romano della Gallia. 

Paolo Caliari detto il Veronese  «Il martirio di San Sebastiano» (1565)

La testimonianza ambrosiana diviene nebulosa, quando il vescovo di Milano deve spiegare il motivo per cui Sebastiano si fosse recato a Roma, ipotizzando una vera e propria “ricerca” del martirio, che, a Milano, Massimiano, collega di Diocleziano, non aveva capillarmente scatenato.
Al di là di queste poche e fumose notizie storiche, il culto per il martire — di cui non sappiamo neppure l’anno della morte e della relativa persecuzione — si diffuse in maniera rapida e larga, tanto che, forse già nel V secolo, si era formato il nucleo di una Passio Sancti Sebastiani, attribuita ad Ambrogio, ma redatta da un anonimo compositore, che conosceva molto bene i luoghi romani legati alla vita e alla morte del martire.
Secondo questa favolosa passione, Sebastiano (di Milano o di Narbona) intraprese una carriera, che si rivelò fulminante, nell’ambito delle guardie pretoriane, tanto che, anche per il suo carattere leale e fedele, divenne guardia personale di Massimiano e Diocleziano. Questa sua condizione gli permise di sostenere i fratelli di fede reclusi, mentre diffuse la nuova religione presso le più altolocate famiglie della città. Nella passione spuntano i nomi di Marco e Marcellino, agli arresti domiciliari presso Nicostrato e Zoe, pure convertiti, insieme a Tranquillino, Marcia, Claudio, Sinforosa, Felicissimo e Felice, legati da improbabili e intricate parentele.
Questa sua incessante attività (secondo il redattore della passio ) fu scoperta dalle autorità, per cui il pretoriano di origini milanesi fu condannato al supplizio delle frecce. I fatti sono ricostruiti ricordando che il giovane fu denudato, legato a un palo e colpito da innumerevoli frecce, tanto da sembrare un riccio. Lo scritto leggendario continua raccontando che Irene — vedova del martire Castulo — si preoccupò di recuperare il corpo, ma si accorse che il militare cristiano era ancora vivo, per cui lo curò nella sua dimora sul Palatino. Guarito, Sebastiano affrontò direttamente gli imperatori, che lo fecero gettare nella cloaca per non essere più rintracciato, ma la matrona Lucina, aiutata da un sogno, riuscì a recuperarne il corpo e lo seppellì in catacumbas sulla via Appia.
Qui finisce l’affabulazione leggendaria e possiamo tornare a quelle catacombe, note nell’antichità per la memoria apostolorum, ovvero per quel culto congiunto per i principi degli apostoli fissato al 29 giugno, in uno dei cimiteri più antichi dell’Urbe e dove, secondo alcuni archeologi, furono sistemati, sia pure temporaneamente, i resti di Pietro e Paolo, in occasione della persecuzione di Valeriano.
Nella catacomba, come si diceva, fu sepolto di lì a poco Sebastiano, per il quale fu creata una vera e propria cripta, ossia un ambiente ipogeo, che segnalasse la tomba del martire, che peraltro si situa in corrispondenza del settore centrale della monumentale basilica circiforme, che Costantino aveva fatto erigere in onore della memoria apostolorum. Se consideriamo che nel complesso cimiteriale si venerava anche il martire Eutichio, al quale fu dedicato un epigramma damasiano ancora intatto e conservato nell’odierna basilica, la trama dei culti e della devozione si intrecciano e si dislocano nel tempo.
Rimangono intatta la venerazione per il martire e la frequentazione della cripta da parte dei pellegrini, almeno sino al IX secolo, quando Eugenio II (824-827) concesse parte delle reliquie ad Ilduino, abate di San Dionigi, che le sistemò nella chiesa di San Medardo a Soissons. In seguito, Gregorio IV (827-844) fece condurre altra parte delle reliquie nell’oratorio di San Gregorio in Vaticano, donando un prezioso reliquiario per la testa del martire, trasferito da Leone iv (847-855) nella chiesa dei Santissimi Quattro Coronati, dove è ancora conservato.
Ben presto, Sebastiano divenne un santo taumaturgo nei confronti delle pestilenze, in quanto il supplizio delle frecce, diffuso dalla passio leggendaria, può essere legato all’ira di Dio. Il fatto che il martire superò tale supplizio fece diffondere la credenza che il santo proteggesse dall’implacabile castigo della peste. Tale credenza rimbalzò nell’iconografia fortunatissima del martire trafitto dalle frecce. Se, infatti, il santo fu rappresentato, agli esordi del vi secolo, in abiti biblici, nella cripta callistiana di Santa Cecilia e, due secoli più tardi, in abiti militari, in un mosaico di San Pietro in Vincoli, subito dopo la raffigurazione giustinianea, nella teoria dei martiri del Sant’Apollinare Nuovo di Ravenna, la sua immagine stereotipata spunta a Santa Maria in Pallara, a San Giorgio in Velabro e a San Marco a Venezia; per il resto viene ripetuta, quasi meccanicamente, l’effigie del martire trafitto. 

di Fabrizio Bisconti

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23 luglio 2019

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