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La «passio Christi» nelle immagini paleocristiane

· ​Riflessioni sulla Via Crucis ·

Durante i venerdì di quaresima, si celebra il rito della Via Crucis, detta anche Via Dolorosa, per rievocare i momenti salienti della passio Christi, o meglio il percorso tragico del Cristo che si incammina verso la crocifissione sul Golgota.

Affresco con scena di coronatio (iii secolo, Catacombe di Pretestato, Roma)

Il rito — arricchito recentemente dalla Via Lucis, ossia da quel tempo intercorso tra la Resurrezione e la Pentecoste — sembra trovare la genesi nella tradizione francescana, anche se la prima testimonianza, riferita alla fine del XIII secolo, sembra legata al frate domenicano Rinaldo di Monte Crucis, che, per primo, concepì un itinerario verso il Golgota, distinguendolo in diverse soste, definite stationes, che rievocano, già in questa prima concezione, la condanna di Gesù, l’incontro con le pie donne, l’episodio di Simone di Cirene e altri momenti, che conducono verso la morte del Cristo in croce.
Ben presto, si volle far migrare questo rito, che si svolgeva a Gerusalemme, in tutte le chiese dell’ecumene cristiano, tanto che al tramonto del XIV secolo, Alvaro di Cordova organizzò la Via Crucis nel suo convento.
Anche se — come abbiamo anticipato — il rito fu diffuso dai francescani, di ritorno dalla Terra Santa, laddove, come è noto, sin dal 1342 era stata istituita la Custodia, l’organizzazione delle quattordici stazioni, contrassegnate da altrettanti quadri, si incontra solo negli anni centrali del XVII secolo, in Spagna, ancora per cura dei Minori e, solo con Clemente XII, nel 1731, il rito fu liberamente praticato da tutte le chiese, fermo restando il privilegio dell’istituzione all’ordine francescano, come è dimostrato dal fatto che Leonardo da Porto Maurizio, proclamato santo da Pio IX nel 1867, fu il frate minore riformato francescano che propagò, ideò e creò personalmente una nutritissima serie di stazioni per la Via Crucis.
Facendo, ora, un percorso a ritroso nella storia e nell’iconografia della passio Christi, possiamo constatare che molti quadri delle stationes della Via Crucis erano già entrati nell’immaginario figurativo dei primi cristiani, a cominciare dalla prima scena della coronazione di spine, riferibile alla prima metà del III secolo, nella catacomba romana di Pretestato.
In verità, questo prezioso documento pittorico, che comprende unicamente il Cristo coronato di spine percosso con delle canne da due soldati romani, secondo Marco 15, 16-19 = Matteo 27, 27-30 = Giovanni 19, 2-3, rappresenta un unicum nell’arte cristiana del III secolo, in quanto questa primitiva espressione artistica si propone come una manifestazione all’insegna del buon augurio, positivo, mai drammatico o violento.
Solo negli anni centrali del IV secolo, dopo la pace della Chiesa, appaiono in un atelier romano, i cosiddetti sarcofagi di passione, che comportano un’alternanza delle scene ispirate alla passio Christi (giudizio di Pilato, arresto di Gesù, coronazione di spine, episodio del Cireneo) e alla fine tragica dei principi degli apostoli (arresto di Pietro, decollatio Pauli).
Ma anche queste teorie di quadri drammatici sono attutiti dal signum dell’anastasis, ovvero dal cristogramma coronato e sistemato sul labaro, per rappresentare il mistero della resurrezione, dinanzi alla quale i soldati romani, posti a vigilare il sepolcro, si accasciano storditi.
Da quel momento gli episodi della passione del Cristo inondano le arti maggiori e le arti minori, a cominciare dalla splendida lipsanoteca di Brescia, riferibile agli albori del V secolo. Sul coperchio della preziosa cassetta eburnea, sfilano le scene, organizzate in due registri, di Gesù nell’orto del Getsemani, del suo arresto, della negazione di Pietro, del giudizio di Pilato e del momento in cui quest’ultimo si lava le mani.
Allo stesso frangente cronologico possiamo assegnare gli avori del British Museum con le scene di giudizio di Pilato, della negazione di Pietro, ma anche della crocifissione, dell’impiccagione di Giuda, della resurrezione e dell’incredulità di Tommaso. Questa cassetta eburnea sembra essere stata concepita in una bottega romana e sembra opportuno collocarla nello stesso giro di esperienze figurative che condussero, nello stesso periodo, alla scultura della porta lignea di Santa Sabina, che presenta la prima espressione estesa della Crocifissione con i due ladroni.
E mentre i cicli dettagliati della passio Christi si affacciano nei codici miniati e, segnatamente, in quello di Rabbula e in quello purpureo di Rossano Calabro, gli episodi dell’ultima stagione terrena del Cristo appaiono anche nell’arte monumentale, come succede nel racconto continuato del Sant’Apollinare Nuovo, ancora al tempo di Teodorico.
La Via Crucis, o meglio gli episodi nevralgici di quel doloroso cammino verso il Golgota, fu spesso fermata in immagini e quadri scelti dai più noti artisti del Medioevo, dell’età moderna e contemporanea, ma il rito stazionale mantenne, nel tempo, tutta la sua suggestione, specialmente nella celebrazione del Venerdì Santo, che ha trovato la sua manifestazione universale nella rappresentazione del Colosseo, alla presenza del Sommo Pontefice.
La mente corre alla Via Crucis del 2005, quando Giovanni Paolo II assistette al rito dal suo appartamento in Vaticano, solo una settimana prima della sua scomparsa, proponendo la testimonianza del dolore, che si sovrappone al dolore, ma anche la speranza verso l’estuario della resurrezione, che, con la sua luce, annienterà il dramma, l’oscurità, il buio della crocifissione.

di Fabrizio Bisconti

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24 gennaio 2020

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