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La Parola e il popolo

· Saranno beatificati a La Rioja il vescovo Angelelli Carletti e tre compagni martiri ·

Quattro martiri a causa del Vangelo e dell’amore preferenziale per i poveri. Sono i venerabili Enrique Ángel Angelelli Carletti, Carlos de Dios Murias, Gabriel Longueville, Wenceslao Pedernera, uccisi all’inizio della dittatura militare instauratasi nella patria di Papa Francesco negli anni tra il 1976 e il 1981. Il rito di beatificazione sarà presieduto a La Rioja, in Argentina, dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza del Pontefice, sabato mattina, 27 aprile.

Questo piccolo, ma significativo gruppo di martiri, è capeggiato dal pastore della diocesi di La Rioja, monsignor Enrique Ángel Angelelli Carletti, nominato vescovo a soli 37 anni, intrepido nell’incarnare la buona novella in ogni ambiente del suo esteso campo di evangelizzazione. Egli ha sempre basato la sua opera sul nuovo spirito proposto dai documenti del concilio Vaticano II, avendo avuto la possibilità di respirarlo a pieni polmoni, perché proprio mentre questo si svolgeva si trovava nell’Urbe a studiare diritto canonico alla Pontificia università Gregoriana.

Monsignor Angelelli è riuscito benissimo nel suo intento, visto che appena arrivato nella diocesi di La Rioja ha iniziato ad attirare col suo carisma molti sacerdoti, religiosi e laici per impegnarsi insieme nella semina cristiana. Tra i tanti, arrivò presto Gabriel Longueville, sacerdote francese fidei donum, originario della diocesi di Viviers, che venne nominato parroco di Chamical. Si aggiunse poi il frate minore conventuale Carlos de Dios Murias, collaboratore di Gabriel e inviato dalla provincia religiosa a preparare l’insediamento dei frati in quella zona. Nello stesso spirito del concilio, monsignor Angelelli si prodigò a coinvolgere nella missione evangelizzatrice anche i laici, e tra questi uno dei primi fu il padre di famiglia Wenceslao Pedernera, un tempo lontano dalla Chiesa e convertito proprio dall’esempio del suo vescovo.

Con il loro coinvolgimento, la Parola del Vangelo è potuta entrare più facilmente là dove vivevano e lavoravano. Insieme a Carlos, Gabriel, Wenceslao, e a tanti altri, monsignor Angelelli cominciò una vasta e capillare opera di evangelizzazione, visitando i fedeli sparsi negli angoli più remoti della diocesi, catechizzando e predicando a tutti, senza distinzione di orientamento politico o stato sociale. Diede priorità però ai poveri, perché aveva capito bene che sono «coloro che capiscono meglio la Parola di Dio» — come afferma Papa Francesco — ed esprimendosi spesso in questo senso con la ormai famosa frase: Un oído para escuchar la Palabra de Dios, un oído para escuchar al pueblo (“Un orecchio per ascoltare la Parola di Dio, un orecchio per ascoltare il popolo”).

Però, come accade quasi sempre, la zizzania cominciò a inondare il seminato di questi uomini di Dio e a fare di tutto per soffocarlo, prima di produrre frutti per la salvezza eterna. Il regime militare del presidente Videla non poteva vedere di buon occhio questo vescovo, né i preti, i religiosi e i laici che ostacolavano il suo «processo di riorganizzazione nazionale». Per questo iniziò una vastissima epurazione di coloro che considerava oppositori. Proprio in questo piano diabolico si inserisce la morte dei quattro.

La sera del 18 luglio 1976, con un inganno, padre Gabriel e padre Carlos vennero prelevati e portati fuori Chamical. Qui, in un luogo impervio, i militari li torturarono ferocemente e li uccisero. I loro corpi furono ritrovati senza vita la mattina del giorno seguente. Dopo meno di una settimana, il 24 luglio, gli aguzzini si presentarono a casa di Wenceslao e gli spararono, dopo una breve discussione all’ingresso di casa. La morte lo colse dopo poche ore all’ospedale di Chilechito, non prima di aver espresso il suo perdono verso gli uccisori. Avendo avuto informazione di queste esecuzioni sommarie, il vescovo protestò presso le autorità senza però ricevere risposta. Infatti, queste erano occupate a preparare il modo migliore con cui eliminare anche lui, senza farlo apparire un crimine vero e proprio.

Così, il 4 agosto 1976, mentre monsignor Angelelli si trovava alla guida dell’automobile, insieme a padre Arturo Pinto, di ritorno da una messa celebrata a Chamical, viene avvicinato da un veicolo con a bordo tre militari e la Fiat 125 sulla quale viaggiava viene fatta ribaltare. Le versioni ufficiali diranno che si è trattato di un incidente causato dallo stesso vescovo, il quale non era molto abile nel guidare. E questa rimase la versione ufficiale fino al 2014, quando fu ristabilita la verità: era avvenuto un omicidio vero e proprio, motivato dall’odio verso le scelte evangeliche per i poveri di monsignor Angelelli.

«Questi ci considerano dei bambini capricciosi ai quali piace spaccare i vetri» fu la risposta che monsignor Angelelli diede ai giornalisti dopo un incontro con il governatore della città, a cui aveva chiesto chiarimenti perché gli avevano tolto la possibilità che le sue omelie continuassero a essere trasmesse via radio. Per il mondo è sempre così, perché la verità fa paura, e coloro che la vivono e soprattutto la diffondono, sono considerati sovversivi. Succede come nel Vangelo, dove i farisei chiedono a Gesù: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Luca 19, 39). Monsignor Angelelli, padre Gabriel, padre Carlos e Wenceslao avevano imparato questa lezione, e non si lasciarono intimidire nemmeno davanti alle minacce di morte, sapendo bene che per produrre frutto, il seme deve essere gettato in terra e morire, altrimenti la vita si ferma.

La loro vita ha già portato molto frutto nella diocesi di La Rioja, ed anche in tutta l’America latina sofferente da molto tempo, a causa di coloro che hanno voluto soffocare Cristo e in lui i poveri, i suoi prediletti. I loro frutti continueranno ancora, soprattutto nel cuore delle nuove generazioni che hanno bisogno più che mai di padri e madri che li generino a una vita cristiana onesta e impegnata, senza riguardo alle proposte effimere e alle facili lusinghe mondane.

La beatificazione di questi martiri, testimoni veraci di Cristo, i quali hanno donato la loro vita per il Vangelo usque ad sanguinem, parla innanzitutto della parte migliore della Chiesa che è in Argentina, dove ogni membro del popolo di Dio si può ritrovare e ispirare, indipendentemente dalla diversa vocazione ricevuta e vissuta. I quattro martiri ci mostrano ancora una volta che nessun pericolo, angoscia o persecuzione può allontanare un cristiano dall’amore di Cristo (cf. Romani 8, 35-39), se questi rimane ben radicato in Lui. La conseguenza immediata del forte attaccamento a Cristo e al suo Vangelo è che il cristiano non teme più nessuna autorità terrena e può serenamente incarnare la buona novella nella sua vita e in quella degli altri.

In conclusione, ricordiamo le parole di Cipriano: Non martyres evangelium faciant, sed per evangelium martyres fiant (Ep. 22, 3); cioè: il grande e vero protagonista del loro sacrificio è stato Dio, il quale non solo ha donato loro la forza del martirio, ma ha anche realizzato nella persona dei martiri il suo progetto di salvezza e di amore verso gli uomini.

di Damian Pătraşcu
Postulatore generale dell’ordine dei Frati minori conventuali

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14 ottobre 2019

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