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Il cucciolo e la parola

· Jean-Pierre Sonnet e l’intreccio fra generazione e racconto ·

Il Dio biblico ha parlato attraverso la voce di padri impegnati a rispondere agli interrogativi dei loro figli. Gli stratagemmi soprannaturalistici sono davvero gli ultimi a cui egli pensa di dover ricorrere. E non senza sincero ritegno.

Michelangelo, «Creazione della donna» (1508-1512, Cappella Sistina, particolare)

Le sue strade predilette sono quelle che anche la condizione umana deve percorrere per addentrarsi nell’intricata selva del senso. Esse hanno normalmente a che vedere con l’enigma del venire al mondo e con la smarrita stupefazione dell’essere umano che guarda per la prima volta la creazione. Per questa ragione la Scrittura trabocca di gestazioni e di nascite, di accorate preghiere per chiedere un figlio e grate benedizioni per averlo ricevuto, di infanzie piene di presagi e avvincenti saghe familiari.

Di questo stupefacente intreccio fra generazione e racconto tratta il libro di Jean-Pierre Sonnet Generare è narrare (Milano Vita & Pensiero, 2014, pagine 172, euro 16), gesuita e professore di esegesi dell’antico testamento, i cui interessi narratologici scongiurano il pericolo di trasformarsi in astrazione strutturalistica proprio congiungendo sistematicamente la logica interna alla genesi del testo biblico con l’originaria fenomenologia della nascita. Il bel saggio di Sonnet ci porta a spasso all’interno della Scrittura per farci vedere come la sua trama sia incessantemente intrisa di questo originario dell’esperienza umana.

L’essere umano è un animale che racconta, appartiene a una «specie fabulatrice», vive animato dallo spirito simbolizzatore della lingua che — come scriveva Heinrich Heine — è una sorta di «patria portatile». Certe cose, che ci sembrano misteri insondabili, sono proprio lì da vedere, proprio dove l’evento più ripetitivo del mondo si produce sempre come se fosse una cosa nuova, inedita, prodigiosa. A renderlo sempre unico è proprio il ruolo che la parola esercita nel compito di trasformare un cucciolo d’uomo in essere umano. Per completare questa trasformazione originaria e indispensabile il cucciolo deve diventare figlio di un padre. Ciò che li rende tali l’uno per l’altro è proprio la distanza generata dalla domanda che il nuovo essere umano introduce nella vita. Mettere al mondo un figlio non significa difatti fabbricare un doppio esatto di sé, oggetto idolatrico di una pretesa di sopravvivere nel proprio clone, ma dare luogo a una alterità che si manifesta tale nella domanda che impegna l’atto generatore.

Senza la distanza simbolica del racconto, la coscienza identitaria del soggetto umano non prende proprio forma. Perché quando un padre e una madre mettono al mondo un figlio, per il fatto stesso di volerlo in vita, gli rivolgono implicitamente una promessa: «Fidati, essere uomini vale la pena, venire al mondo merita, e se hai paura, non temere, noi saremo sempre con te».

Non si viene al mondo senza questo originario atto di fede. Per alimentarlo e sostenerlo, per farne una cosa credibile e affidabile, il generatore deve portare a testimonio la propria storia, la voce autorevole della propria memoria, capace di assicurare l’avventura di un nuovo essere umano sulle basi di un passato vagliato come il grano. Generare è narrare. Basta pensare a come sono felici i bambini quando i genitori raccontano del loro matrimonio. Nel racconto di qualcosa che li ha preceduti essi trovano però la giustificazione di quello che sono, quella persuasione di essere stati voluti che vale come promessa per quello che saranno chiamati a essere.

Il racconto del generatore introduce nella grazia dell’origine, inizia al senso della legge, affida alla promessa di un futuro. Consente cioè di essere uomini. Raccontare significa sempre esprimere una professione di fede nei confronti dell’esistenza del senso. Senza di questo un essere umano non nasce alla vita del mondo.

Le questioni sollevate da Jean-Pierre Sonnet sono decisive per la sempre necessaria manutenzione di quel perimetro della «differenza umana» di cui oggi sono sempre più imprecisi i contorni. Dalla loro tenuta, del resto, dipende la persistenza di quell’«umanesimo» che nella nostra cultura a lungo ha congiunto la concezione cristiana e moderna dell’umano attorno a un alto ideale «spirituale» dell’individuo. Immaginare un «nuovo umanesimo» anche per oggi, anche per questa turbolenta e audace fase di transizione culturale, senza ridurne il richiamo a una astratta evocazione senza efficacia, significa tornare ancora una volta a fare buona teoria delle elementari esperienze nelle quali si dà il miracolo della coscienza umana. A questa causa, certamente complessa e inderogabile, questo libro porta il suo prezioso tassello.

di Giuliano Zanchi

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18 agosto 2019

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