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La parola

· ​In libreria il nuovo romanzo di Mariapia Veladiano ·

«Me lo ha raccontato tante volte mia madre. A me bambina che non sapevo capire. E forse per capire ho dovuto vivere come lei l’inganno, nel corpo perché c’è un capire con il corpo e non ci sono scorciatoie possibili. Lei raccontava. So che non ti salverà prima, diceva, ma ti aiuterà dopo. Un solco è stato il suo racconto. Un solco da percorrere. Sentire tutto il suo dolore di donna ingannata e lasciata precipitare prima che potesse vedere il suo giorno è stato per me un atto d’amore». 

Giovan Francesco Gonzaga, «Venezia, la Giudecca»

Come già avvenuto nei precedenti libri della scrittrice, anche nel nuovo romanzo di Mariapia Veladiano, Una storia quasi perfetta (Milano, Guanda, 2016, pagine 237, euro 17,50), le domande sono profonde. Quelle domande che governano le relazioni affettive e familiari, dalla cui risposta emerge il senso che decidiamo di dare al cammino.
La trama parrebbe semplice: l’eterno duello tra seduttore e sedotta. Lui, proprietario di una vincente azienda di moda, alle prese con una vittima leggermente più difficile da conquistare; lei, artista dotata e bellissima preda, finita ignara nella tana del lupo. Ma il riassunto è fallace.

Perché lui, il seduttore — il punto di vista da cui muove il lettore addentrandosi nel romanzo — a noi pare in realtà quasi un non personaggio. Non ha nome. Non ha una vera voce. Non ha quasi identità: ha solo il fascino che emana, e che sa di emanare. Bianca, invece, è un personaggio completo. Completo nel suo non essere un’eroina, a tratti fastidiosamente cieca davanti alla ragnatela della seduzione («Non rispose e Bianca scambiò il silenzio per partecipazione»). Eppure, come emergerà pagina dopo pagina, è in realtà una donna che ha in mano le sue scelte. Sbanda un po’, ma chi non sbanda non è reale. Bianca invece si tuffa, lei così amante dell’acqua, e si rituffa di nuovo, anche se sa — o crede di sapere — che potrebbe esserle fatale.
La sproporzione tra i due aumenta, man mano che la storia procede. E non perché lui sia il vincente e lei la sconfitta, ma perché lui perde sempre più consistenza, mentre lei acquista in complessità. La differenza emerge dalle piccole, e dalle grandi cose. Nella relazione con Venezia, ad esempio, città dai molti volti: perché c’è la Venezia che vedono tanti, e quella che si rivela a pochi; quella che assorda, e quella che chiede di essere ascoltata. Per Bianca, è la vita; per lui, l’insofferenza e la distanza affettiva.
Bianca cresce, dunque. Ma, come già avvenuto negli altri romanzi di Veladiano, non cresce da sola. Ha il ricordo della sua vita; ha il presente della sua tela di relazioni; ha una mano, inaspettata, che le si avvicina. Perché mentre la provincia osserva immobile e pettegola l’appropinquarsi della catastrofe, con un senso — in molti — di malcelata soddisfazione, la vicenda prenderà una direzione inattesa grazie a un’altra donna, Giulia, in apparenza la più anonima tra le figure che popolano lo studio di moda del seduttore, quella entrata con velleità artistiche ma assunta per le sue capacità di giurista.
Alla galleria di madri che popolano le pagine di Mariapia Veladiano — dalla mamma di Rebecca (La vita accanto) a Ildegarda (Il tempo è un Dio breve), passando per Maddalena o la zia Marguerite — Una storia quasi perfetta aggiunge Bianca. Tenace e viva nella sua relazione con Gabriele («Mio figlio mi ha restituito a me stessa, semplicemente. L’ho sentito più grande del mio dolore. Ho sentito il suo diritto alla vita, quella possibile»), grazie a un’eredità granitica, ma sussurrata («Poi sua madre aveva concluso così piano che forse lei lo aveva sognato: “Tu sei la luce, tu sei il regalo”»). Perché nell’essere madri, un ruolo cruciale lo ha — nel bene e nel male — la madre che si è avuta.
E se i personaggi minori sono (come sempre) rappresentati con maestria, anche in questo romanzo un posto d’onore lo ha l’uso delle parole. Si conferma infatti la cura di Veladiano per ogni singolo termine, per il loro senso e suono. Questa volta, però, Una storia quasi perfetta ci lancia un avvertimento. Perché la vera arma del seduttore sta proprio qui: «Tutto il suo potere era affidato alla parola». Lui, capace di cogliere subito quelle che con la vittima di turno vanno evitate («Registrò di bandire talento e luminoso dal suo vocabolario») e quelle su cui, invece, è importante investire (e sarà il piccolo Gabriele, figlio di Bianca, a sbeffeggiarlo e smascherarlo in questo). Le parole come potere. Come arma.
Eppure Bianca sembra non accorgersene. Ma mai fidarsi di una donna dal nome candido che sa cogliere la vera essenza dei colori. «“La verità è quando non hai paura” rispose Bianca alla domanda ormai lontana». 


di Giulia Galeotti

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17 ottobre 2018

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