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La parabola
del sovrano pontefice

· ​In un bilancio dello studioso italiano scomparso il 16 dicembre ·

Ho lasciato per ultima una riflessione su questo tema, sulla figura del papa come sovrano, perché me ne sono interessato personalmente tanti anni fa e soprattutto perché negli ultimi anni le ricerche hanno avuto uno sviluppo enorme sia sul piano del funzionamento delle strutture, dei rapporti di potere, della simbologia e del cerimoniale: si può dire che tutto il panorama è cambiato per merito dell’ultima generazione di storici. Ciò che desidero soltanto richiamare — rispetto al problema più generale del potere di cui si è parlato prima — è che dietro questa spinta è importante notare l’emergere della necessità di valutare la figura del “sovrano pontefice” e della sua curia come suo strumento nel quadro degli Stati europei dell’età moderna, per valutare la funzione specifica del papato nel mantenimento del Petrus Amt in questi secoli e nell’impedire quindi che in Europa l’età del confessionalismo si traducesse in una nuova completa sacralizzazione della politica nelle nuove Chiese statali.

Nei secoli dell’età moderna lo sforzo dei pontefici non è più concentrato nell’accrescimento della sovranità (non avremo più pontefici guerrieri come Giulio ii): lo Stato papale non è più visto come fine in se stesso ma viene soltanto consolidato come strumento per difendere l’indipendenza stessa del papato nel sistema degli Stati europei, nell’Europa ormai divisa dalle guerre di religione; l’Italia stessa, ormai non più al centro della politica europea dopo la fine delle guerre d’Italia, diviene una specie di zona grigia allargata sottoposta all’influenza papale senza alcun bisogno di conquiste territoriali. Ma lo Stato continua ad avere un peso rilevante anche all’interno della struttura stessa della Chiesa.

Un prezzo altissimo, più nascosto e meno studiato, è stato infatti pagato all’interno della Chiesa stessa in questi secoli per il processo di imitazione dello Stato da parte della Chiesa al suo interno: la persona del principe è entrata in simbiosi con quella del capo della Chiesa dando un’impronta sempre più segnata da un parallelismo tra le uniche due societates perfectae, sovrane, esistenti sulla terra, particolarmente nell’esaltazione della centralizzazione e della giuridicizzazione, ben oltre il termine cronologico della fine dello Stato pontificio. Quando i governi degli Stati liberali cominciano a rinunciare al controllo laicale delle nomine episcopali — la quarta piaga della Chiesa nella denuncia di Antonio Rosmini — non vi è una ripresa, nel senso da lui auspicato, della tradizione antica: la partecipazione del clero e del popolo viene esclusa e le nomine rimangono nelle mani del pontefice confermando la centralizzazione romana. Sul piano del diritto basta pensare alla promulgazione del Codex iuris canonici del 1917 che si inserisce nel processo di codificazione che aveva caratterizzato gli Stati nel secolo precedente.

Da questo punto di vista le beatificazioni congiunte di Pio ix e di Giovanni xxiii rappresentano certamente il riepilogo di un intero periodo storico della storia della Chiesa e del papato: l’ultimo percorso di una parabola iniziata molti secoli prima. Un percorso che ha al suo centro la tragedia dell’ultimo papa-re, che proprio nel momento della rinuncia forzata allo Stato temporale e ai sogni neoguelfi, esalta al massimo, nel concilio Vaticano i, la sua “sovranità” sulla Chiesa con la proclamazione del primato di giurisdizione e dell’infallibilità, e che si conclude con la rinuncia da parte di Paolo vi agli ultimi simboli della sovranità con il gesto simbolico della deposizione della tiara sull’altare. Nonostante l’affermarsi della nuova ecclesiologia di comunione nel concilio Vaticano ii non si è modificato il centralismo e la concentrazione dell’esercizio del primato nell’unica figura giuridica del pontefice romano come “vescovo della Chiesa universale” che ha caratterizzato nei secoli dell’età moderna l’esercizio del primato, sia all’interno della Chiesa occidentale sia nel rapporto con le Chiese d’Oriente. Negli ultimi due secoli il cristianesimo ha camminato faticosamente sulla strada che ha portato alla riconciliazione con il mondo moderno, alla libertà di coscienza e ad un nuovo statuto del cristiano. Ma soltanto ora anche quest’epoca, questo ciclo storico della modernità, sembra essersi concluso: la stessa espressione “libera Chiesa in libero Stato”, nodo così centrale per la vita religiosa e politica dei nostri padri, sembra appartenere a mondi lontani. L’epoca che ora si apre impone una riconsiderazione del problema dell’esercizio del primato in un contesto storico molto lontano dai parametri che lo hanno caratterizzato durante i secoli dell’età moderna.

Ritornando alle affermazioni iniziali si può confermare che la produzione storiografica sulla storia del cristianesimo dell’età moderna nella seconda metà del Novecento è stata di una ricchezza incredibile sia dal punto di vista dei nuovi scavi che dell’ampiezza dei panorami. Eppure negli ultimi venti anni mi sembra divenuta visibile una grossa crisi sia per quanto riguarda la ricerca che per quanto riguarda la divulgazione dei risultati e l’insegnamento nei seminari e nelle facoltà teologiche. Questo corrisponde, a mio avviso, alla crisi più generale della cultura storica nella nuova età dell’informatica “senza tempo”, ma contiene anche alcuni elementi peculiari che non possono non destare preoccupazione specie se consideriamo la formazione professionale del clero e la sua proiezione nella predicazione. Non si può infatti coinvolgere la storia della Chiesa nella crisi dello storicismo: le tradizioni quasi per manus traditae, secondo la definizione tridentina, da generazione a generazione, sono un’altra cosa, sono uno dei fondamenti della Chiesa stessa.

Per quanto riguarda specificamente la conoscenza del cristianesimo moderno, essa sembra essenziale per evitare che il patrimonio spirituale in cui ancora noi viviamo, dalle chiese cattedrali ai conventi, alla spiritualità ecc. non diventi un peso che ci schiacci, ma un humus in cui fare crescere le nuove realtà. Si ha l’impressione che la sua storiografia sia rimasta schiacciata, come in una tenaglia, tra coloro che ritengono l’esperienza religiosa come un fatto disincarnato dalla storia, riconducibile direttamente alla rivelazione, che vogliono liberarsi del passato semplicemente dimenticandolo, e i conservatori che non desiderano misurarsi con esso per evitare di vedere ciò che ha fatto il suo tempo insieme all’epoca moderna e che deve essere superato.

Ecclesia semper reformanda scriveva sulle orme dei grandi spirituali del Cinquecento Hubert Jedin. Da questo punto di vista non credo sia utile il ricorso al perdonismo storico: bisogna comprendere l’umanità della Chiesa nelle sue debolezze concrete, nelle diverse circostanze storiche per affrontare i problemi e le debolezze dell’oggi. Questa presa di coscienza sembra necessaria per affrontare il problema della divisione delle Chiese, frutto della modernità, e che oggi rappresenta uno scandalo intollerabile. Pensiamo, per fare un altro esempio, al rapporto tra i grandi ordini religiosi e i “movimenti” nati e sviluppati negli ultimi decenni e che hanno acquistato grande influsso nella Chiesa. Siamo di fronte ad uno squilibrio che non può essere sottaciuto o sottovalutato, ridotto a un problema di abiti. Lo stesso discorso si può e si deve fare per la spiritualità, le devozioni, l’arte, la musica.

Solo con questa piena consapevolezza storica dell’età moderna che stiamo lasciando si può superare il contrasto tra un “tradizionalismo” atemporale e un’innovazione preda delle mode e degli spiritualismi della new age.

di Paolo Prodi

Storico dell’età moderna

Il 16 dicembre è morto a Bologna lo storico Paolo Prodi. Nato a Scandiano il 3 ottobre 1932, si era laureato all’Università Cattolica del Sacro Cuore e completato gli studi all’università di Bonn. Aveva studiato soprattutto la Chiesa nell’età moderna e aveva partecipato all’edizione dei Conciliorum œcumenicorum decreta (1962) mentre completava la monografia Il cardinale Gabriele Paleotti (1522-1597), i-ii (1959-1967). Docente nelle università di Trento, Roma e Bologna, era accademico dei Lincei. Nel 1965 fu tra i fondatori dell’associazione Il Mulino, e con l’omonima società editrice ha pubblicato le sue opere principali, tra cui spicca senz’altro Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna (1982); tra le altre, ricordiamo Il sacramento del potere. Il giuramento politico nella storia costituzionale dell’occidente (1992), Una storia della giustizia. Dal pluralismo dei fori al moderno dualismo tra coscienza e diritto (2000), Settimo non rubare. Furto e mercato nella storia dell’occidente (2009), Il paradigma tridentino, Un’epoca nella storia della Chiesa (Morcelliana, 2010), Università dentro e fuori (2013), Il tramonto della rivoluzione (2015), Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi (2016). Dagli atti del seminario per il cinquantesimo anniversario del Pontificio comitato di scienze storiche (Storia del cristianesimo. Bilanci e questioni aperte, a cura di Giovanni Maria Vian, Libreria editrice vaticana, 2007) pubblichiamo la conclusione del suo intervento.

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