Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

La panchina del riscatto

· Due solitudini s’incontrano nel Giappone di oggi ·

Al di là delle culture, delle religioni, delle epoche, quel che aiuta davvero a vivere quando tutto sembra irrimediabilmente sfaldarsi è la mano del prossimo. È questo il senso dello splendido romanzo Il signor Cravatta (Torino, Einaudi, 2014, pagine 134, euro 14,50) di Milena Michiko Flašar che narra l’incontro di due solitudini nel Giappone contemporaneo: il giovane Taguchi Hiro, un hikikomori che lascia la sua stanza-tana dopo due anni di reclusione autoimposta, e il maturo Ohara Tetzu, licenziato per mancato rendimento che non ha il coraggio di confessarlo alla moglie. L’incontro, su una panchina del parco — che si conferma tra i luoghi prediletti dalla letteratura — diventa l’occasione per un confronto tra due “perdenti” su amicizia, amore, tradimento, famiglia, infanzia e morte. Un confronto che permetterà loro di cambiare. E riprendere a vivere.

Hikikomori è il termine giapponese per indicare quei giovani che si isolano completamente in se stessi, senza contatti con il mondo esterno, famiglia inclusa, perché spaventati dalla grande pressione che li attende nel mondo degli adulti. Taguchi Hiro è uno di loro: si sente e si muove come un recluso, non riesce quasi a parlare, appena qualcuno per strada lo sfiora si sente male perché la troppa fisicità e il troppo rumore lo destabilizzano. Il giovane trova finalmente un po’ di pace su una panchina dove nessuno lo nota, ma dalla quale può tenere sotto controllo il mondo circostante. Da qui, vede, seduto sulla panchina di fronte alla sua, un uomo in giacca e cravatta, un tipico salaryman, che però ha la stranezza di stare al parco mentre tutti lavorano. Il contatto fra i due non è immediato: a raggiungere il ragazzo inizialmente è solo il fumo della sigaretta dell’altro, poi lo scambio di qualche parola, che pian piano diventa frase, in un rapporto destinato a infrangere il muro della non-comunicazione, sciogliendo le reciproche paralisi.

Il romanzo propone un ritratto durissimo della società giapponese di oggi. Una realtà guidata solo dall’efficienza e dalla produzione, in cui la vergogna imprigiona singoli e famiglie come in una gigantesca carta moschicida. Chi non è all’altezza delle aspettative — in ufficio, in famiglia, alla nascita o a scuola — è destinato a essere schiacciato. È una società in cui gli occhi vedono ma non guardano («Sono stati i miei occhi ad ammalarsi per primi»), le voci parlano ma non comunicano, le mani toccano ma non trasmettono.

Una società in cui — come purtroppo avviene un po’ ovunque — per chi assiste allo schiacciamento del prossimo, il valore sommo diventa far finta di nulla. «Restavo nella mediocrità proprio facendo finta di non aver visto niente. E la cosa paradossale era che in questo ero un maestro. A quattordici anni ero già diventato un maestro nell’ignorare intenzionalmente il dolore altrui. La mia compassione si limitava all’essere testimone muto».

Gli sconfitti — o apparenti tali — sono tanti, nel romanzo. Adulti, padri, bambine, studenti, neonati, genitori. Eppure, nella malinconia e in una tenerezza disarmante, a differenza di altri seppur splendidi libri di scrittori e scrittrici giapponesi, da questo libro di Milena Michiko Flašar risulta un calore difficilmente percepito prima. E così il lettore si trova a domandarsi se la novità si debba anche al fatto che la giovane scrittrice abbia subito anche l'influenza occidentale, essendo figlia di una giapponese e di un austriaco.

di Giulia Galeotti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 novembre 2019

NOTIZIE CORRELATE