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La pagella di Marguerite Carr

· Le donne che combatterono per l'abolizione della segregazione razziale nelle scuole statunitensi ·

Quel 13 aprile 1947 accadde un fatto destinato a segnare una tappa importante lungo il cammino che portò all’abolizione della segregazione razziale nelle scuole degli Stati Uniti. Marguerite Daisy Carr, ragazza quattordicenne di colore, tentò di iscriversi alla Eliot Junior High School, scuola di Washington frequentata solo da bianchi e situata vicino alla sua abitazione. Da principio il modulo che Daisy Carr aveva riempito fu cestinato, ma la ragazza, sostenuta sia dalla sua famiglia che dalla comunità delle persone di colore residenti a Washington, non si perse d’animo. E la sua richiesta, nonostante le riserve e le diffidenze delle autorità dell’Eliot Junior High School, venne accolta. Nei due semestri successivi all’iscrizione, Daisy Carr riportò una delle pagelle migliori della scuola, distinguendosi per talento e capacità in quasi tutte le materie. 

Ruby Bridges esce scortata da una scuola di New Orleans (1960)

La significativa concatenazione di questi elementi contribuì sensibilmente all’abbattimento delle barriere razziali che in quel tempo precludevano l’ingresso degli studenti di colore a gran parte degli istituti statunitensi. Tanto che la battaglia condotta da Marguerite Daisy Carr fu presto assunta a modello da politici, giuristi e attivisti impegnati nel paese a sostenere la lotta per il riconoscimento dei diritti umani al di là delle differenze etniche e sociali.
Quell’avvenimento viene rievocato da Rachel Devlin nel libro, appena uscito negli Stati Uniti, A Girl stands at the door. The Generation of Young Women Who Desegregated America’s Schools (New York, Basic Books, 2018, pagine 342, dollari 32) in cui sono richiamate e analizzate «le principali battaglie», così le definisce l’autrice, che hanno determinato un cambiamento decisivo nell’ambito dell’organizzazione scolastica negli Stati Uniti, tristemente caratterizzata, per una lunga fase storica, dalla netta divisione tra istituti per bianchi e istituti per neri.
Rachel Devlin torna allora al 1850, quando Sarah Roberts — una bambina afro-americana di cinque anni che viveva, a Boston, vicino a scuole per soli bianchi — fu costretta a iscriversi a un istituto per soli neri, che distava molto lontano dalla sua casa. Ne scaturì il complesso caso giudiziario Roberts v.City of Boston. Dopo una lunga serie di arringhe e querele, la Corte suprema giudiziaria del Massachusetts deliberò in favore di Boston: secondo la sentenza, non c’era un motivo plausibile perché la bambina afro-americana dovesse iscriversi in una scuola per soli bianchi dal momento che quella per soli neri era ben strutturata e in grado di garantire una formazione culturale «solida e senza pecche».
Ma quella sentenza, ricorda Devlin, ebbe l’effetto di un boomerang. Successive indagini, infatti, dimostrarono che quella scuola per soli neri a Boston e anche altri istituti situati in varie parti degli Stati Uniti non rispondevano affatto agli standard atti ad assicurare agli alunni un’istruzione adeguata. E ciò, anzitutto, per la mancanza di fondi, i quali venivano sistematicamente impiegati a beneficio degli istituti per soli bianchi: «gli spiccioli», scrive l’autrice, venivano usati, sempre che rimanessero, dalle autorità competenti per le scuole frequentate dagli studenti di colore.

Il libro illustra numerose cause giudiziarie in cui spiccano figure di donne che con coraggio e determinazione si batterono per il riconoscimento del diritto all’istruzione degli studenti e delle studentesse nere, cercando di sradicare l’aprioristica e degradante separazione tra bianchi e neri. Scrive Devlin: «Le donne di colore statunitensi ingaggiarono una vera e propria guerra per abolire la segregazione razziale nelle scuole. E quella guerra la vinsero perché meglio addestrate rispetto agli uomini di colore, poiché, ancora più di questi ultimi, soggette a soprusi e a ingiustizie». E quando dunque si trattò di condurre quella particolare battaglia nel campo dell’istruzione scolastica, sia le studentesse che le loro madri videro in quella sfida, sottolinea l’autrice, la grande opportunità di schierarsi in trincea per prodigarsi senza riserve per qualcosa di ancora più grande del diritto all’istruzione: ovvero per la difesa della propria dignità e per la conquista della libertà, per l’emancipazione da ogni mortificante forma di vessazione e di oppressione.

di Gabriele Nicolò

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23 ottobre 2018

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